La cautela nei conti pubblici ha prodotto senz’altro buoni risultati. Ma non giustifica iperbolici trionfalismi. Lo spread si è ridotto in modo decisivo e le agenzie di rating ne prendono atto. Non è più il tempo dei Pigs, l’orrendo acronimo con il quale qualche tracotante politico nordeuropeo descriveva Portogallo, Italia, Grecia e Spagna: i paesi più fragili e indebitati d’Europa. Anzi, per effetto degli eurobond di Next Generation EU e per la crisi tedesca, la mappa della crescita europea è cambiata. I Pigs hanno messo le ali. Il resto è merito della prudenza del ministro Giorgetti, supportato da una premier che da giovane ministra aveva vissuto l’esperienza dell’ultimo governo Berlusconi travolto dagli spread.
L’Italia è dunque meno vulnerabile, ma sta crescendo davvero troppo poco. Meno delle previsioni del Governo e della Commissione UE, meno della media europea e meno della stessa Francia, le cui debolezze sono più finanziarie che economiche. Alcuni ostacoli alla crescita sono …
La cautela nei conti pubblici ha prodotto senz’altro buoni risultati. Ma non giustifica iperbolici trionfalismi. Lo spread si è ridotto in modo decisivo e le agenzie di rating ne prendono atto. Non è più il tempo dei Pigs, l’orrendo acronimo con il quale qualche tracotante politico nordeuropeo descriveva Portogallo, Italia, Grecia e Spagna: i paesi più fragili e indebitati d’Europa. Anzi, per effetto degli eurobond di Next Generation EU e per la crisi tedesca, la mappa della crescita europea è cambiata. I Pigs hanno messo le ali. Il resto è merito della prudenza del ministro Giorgetti, supportato da una premier che da giovane ministra aveva vissuto l’esperienza dell’ultimo governo Berlusconi travolto dagli spread.
L’Italia è dunque meno vulnerabile, ma sta crescendo davvero troppo poco. Meno delle previsioni del Governo e della Commissione UE, meno della media europea e meno della stessa Francia, le cui debolezze sono più finanziarie che economiche. Alcuni ostacoli alla crescita sono di vecchissima data, altri sono emersi più di recente. Niente però autorizza a scaricare le responsabilità sui predecessori da parte di un governo che vanta, a giusto titolo, una inconsueta longevità.
Rilanciare la crescita in Europa è difficile, anche per i Paesi con largo spazio di bilancio, perché richiede un insieme di misure e di riforme per l’incremento della produttività, il rilancio dei consumi, l’innovazione tecnologica, la fedeltà fiscale, la riduzione dei tempi della giustizia civile. È difficile, ma è la vera sfida. Che potrebbe cominciare cimentandosi con quattro obiettivi. Primo, mantenere la serietà sui conti pubblici: abbiamo pur sempre il terzo debito più alto del mondo.
Un esempio? L’età pensionabile. So per esperienza quanto sia difficile confermare l’adeguamento automatico alle aspettative di vita. Ma non confermare i tre mesi previsti per inizio 2027 costa circa tre miliardi, quasi quanto la misura di cui si parla per ridurre l’Irpef. E non è un buon precedente per la sostenibilità del nostro sistema pensionistico come ha spiegato Tito Boeri. Altrettanto pericolosi sono tutti i segnali sui condoni e sulla tolleranza verso l’elusione fiscale. Come se non fosse chiaro che sui nostri conti pubblici influisce l’incremento delle entrate fiscali causato dall’inflazione ma anche dalle misure di digitalizzazione, tra l’altro fortemente osteggiate da alcuni partiti dell’attuale maggioranza.
Seconda priorità, la ripresa della produzione industriale. Dopo quasi due anni di serie difficoltà nelle ultime settimane si è intravisto qualche segnale positivo. Che andrebbe sostenuto subito, visto che qualche timida ripresa sembra manifestarsi anche nell’economia tedesca. E visto che dobbiamo fare i conti con i 9 miliardi di dazi aggiuntivi sul nostro export verso gli Usa. Per sostenere l’industria è il momento di superare finalmente le strettoie burocratiche che hanno finora bloccato i fondi per la cosiddetta transizione 5.0 (nel 2024 neppure un decimo di quanto, a esempio, fu erogato nel 2017 con Industria 4.0). Ed è il momento di un confronto serio sulle questioni aperte: la crescita della produttività e il welfare aziendale, l’uso dell’intelligenza artificiale, lo sfruttamento industriale dei brevetti, la transizione verde.
La terza sfida è il recupero del potere d’acquisto di salari e stipendi. Continuiamo a essere il fanalino di coda tra tutte le economie avanzate per salari e stipendi, che solo da noi non hanno ancora recuperato i livelli pre-Covid. Quando parliamo del mondo del lavoro, e ci rallegriamo perché la crescita dell’occupazione in Europa riguarda anche l’Italia, non dovremmo perdere di vista questa vera e propria emergenza. La battaglia del Pd e delle opposizioni per il salario minimo è sacrosanta, sapendo che non è solo il mondo degli ultimi ma è il grosso del lavoro dipendente, pubblico e privato, a vivere una condizione di disagio.
Infine, l’ultimo miglio del Pnrr. I fondi europei sono stati importanti per assicurarci un buon livello di crescita nei primi anni dopo la pandemia. Ora siamo a dieci mesi dalla fine e sarebbe bene che il Parlamento fosse investito delle scelte da compiere visto che sono in ballo cifre non certo inferiori a quelle della legge di Bilancio. Si tratta di non lasciare decine di miliardi inutilizzati e di completare almeno alcune delle riforme previste dal Piano — penso ad esempio alla giustizia civile e alla concorrenza. Si possono affidare risorse non spese a veicoli pubblici tipo Cassa depositi e prestiti per finanziare obiettivi precisi anche oltre le scadenze del 2026. La Spagna lo ha già fatto, con successo, oltre due anni fa.
Non vorrei che il governo Meloni più che su queste sfide fosse concentrato sull’equilibrio tra le bandierine di ciascuna forza di maggioranza. Farebbe bene, in ogni caso, a evitare il trionfalismo. Il presidente Berlusconi, durante la crisi finanziaria, si riferiva spesso ai “ristoranti tutti pieni”. Non fu di buon auspicio per il suo governo.