Vorrei sottrarmi alla stucchevole e un po’ intimidatoria pretesa, che imporrebbe, prima, una ostentata presa di distanza e, poi, un garbato, molto garbato, riconoscimento. Del genere: non condivido nemmeno mezza idea di quel tizio o di quella tizia (ecchesaràmai? una bestia?), ma deve poter continuare a parlare. Mi sembra una concezione molto formalistica e, allo stesso tempo, molto ordinaria della libertà di espressione e di manifestazione. Il troppo abusato aforisma sulla tolleranza di Voltaire viene ridotto a una versione mediocre e loffia o, meglio, a una sdrucita petizione di principio. Non è questo in alcun modo il cuore della cosiddetta “questione Salis”, che risiede altrove.
E ciò è ancora più evidente dopo aver ascoltato le recentissime parole dell’interessata, quando chiede che il processo si tenga in Italia, «in un Paese civile, dove vige lo stato di diritto, dove…
Vorrei sottrarmi alla stucchevole e un po’ intimidatoria pretesa, che imporrebbe, prima, una ostentata presa di distanza e, poi, un garbato, molto garbato, riconoscimento. Del genere: non condivido nemmeno mezza idea di quel tizio o di quella tizia (ecchesaràmai? una bestia?), ma deve poter continuare a parlare. Mi sembra una concezione molto formalistica e, allo stesso tempo, molto ordinaria della libertà di espressione e di manifestazione. Il troppo abusato aforisma sulla tolleranza di Voltaire viene ridotto a una versione mediocre e loffia o, meglio, a una sdrucita petizione di principio. Non è questo in alcun modo il cuore della cosiddetta “questione Salis”, che risiede altrove.
E ciò è ancora più evidente dopo aver ascoltato le recentissime parole dell’interessata, quando chiede che il processo si tenga in Italia, «in un Paese civile, dove vige lo stato di diritto, dove accuse e prove possono essere valutate in modo equo e trasparente, con tutte le garanzie democratiche» (Corriere della Sera).
Ecco, in tal modo, la vicenda viene restituita alla sua essenziale sostanza giuridica e politica. Trattasi, in altre parole, di una importante questione di garantismo per come debba intendersi all’interno di un moderno stato di diritto e di un ordinamento giuridico democratico e liberale. Questo porta a considerare due diversi, eppure coincidenti, temi: quello relativo ai diritti, alle garanzie e alle prerogative del ruolo di parlamentare; e quello dell’effettività dei requisiti e delle condizioni di uno stato di diritto e del suo pieno e integrale funzionamento. È sotto questo aspetto, e solo sotto questo aspetto, che l’azione giudiziaria contro Ilaria Salis va analizzata cancellandone con cura il nome e il cognome, o inserendone uno di fantasia. O, per andare oltre, intestandola ad avversari conclamati: che so? quella tipina ammodo di Silvia Sardone; o un decennio fa, quel buontempone di Mario Borghezio, o ancora oggi — mi voglio rovinare — quell’innocuo guascone del generale Vannacci. Per tutti questi personaggi, così come per qualsiasi anonimo parlamentare europeo, dovrebbero essere applicate, col massimo rigore e senza alcuna deroga le regole previste per il dispositivo dell’immunità. Che, al di là dei possibili abusi, non sono un privilegio della casta, ma discendono da un diritto affermatosi nel corso della lotta contro la tirannia e per la tutela della rappresentanza democratica.
È una concezione, questa, schiettamente liberale che trova scarsissimi consensi all’interno della destra e che fatica ad affermarsi pienamente all’interno della sinistra.
Ed è una concezione che — torno al caso di Ilaria Salis — assume un carattere di urgenza e di emergenza in quanto trova la sua origine in Ungheria e all’interno del sistema politico-giudiziario di quel paese e delle sue degenerazioni. Probabilmente non tutti sanno che è stato lo stesso Parlamento europeo ad avviare una procedura d’infrazione nei confronti del governo ungherese: e proprio in ragione delle violazioni delle regole e dei principi che qualificano uno stato di diritto. Tra questi, è l’indipendenza della magistratura a rappresentare uno dei passaggi più critici di quella che sembra l’irresistibile precipitazione dell’Ungheria verso un regime di democrazia illiberale e autoritaria.
Dunque, non va ritenuto un semplice dettaglio il fatto che, nei giorni scorsi, il portavoce di Viktor Orbán abbia deciso di trasmettere a Salis le coordinate toponomastiche del carcere di massima sicurezza in cui la vorrebbe reclusa. E numerose sono le torsioni e le rotture del sistema penale cui Salis si dovrebbe sottoporre. Basti pensare che per uno dei reati, lesioni (con prognosi di 4-5 giorni), la pena può arrivare fino a 24 anni, mentre in Italia sarebbe di competenza del giudice di pace. Da qui una domanda per gli elettori di centrodestra: “la giustizia ungherese corrisponde alla vostra idea di come dovrebbe funzionare la giustizia in un paese democratico?” (Francesco Cundari).
Infine, non va dimenticato nemmeno per un istante, che la prima immagine di Ilaria Salis giunta fino a noi è quella di una donna con i ceppi, incatenata e trascinata al guinzaglio. Vogliamo o no che tale rappresentazione della giustizia sia consegnata al museo degli orrori di un’epoca che, almeno per l’Europa, è da considerarsi definitivamente trascorsa?