Siamo al terzo stadio della destrutturazione dell’ordine mondiale. Prima abbiamo vissuto la perdita di controllo da parte della politica, di fronte alla supremazia delle crisi e alla difficoltà di governarle, con il risultato di uno svuotamento dell’autorità sovrana nazionale e sovranazionale; poi abbiamo assistito all’impazzimento dei punti cardinali con il codice di valori dell’Occidente — convenzionalmente adattato a canone universale di coesistenza — messo in dubbio e revocato dal Paese-guida, gli Stati Uniti d’America; infine abbiamo dovuto prendere atto della fragilità dell’impianto politico-diplomatico-istituzionale cui avevamo affidato la nostra sicurezza in cambio di una garanzia procedurale di pace nel progresso.
Oggi tutto questo complesso meccanismo di salvaguardia si è inceppato, per una ragione semplice: quando viene meno il cardine dell’intero sistema — la democrazia, divenuta bersaglio — ogni regola appassisce, perché non può sopravvivere senza il suo principio ispirat…
Siamo al terzo stadio della destrutturazione dell’ordine mondiale. Prima abbiamo vissuto la perdita di controllo da parte della politica, di fronte alla supremazia delle crisi e alla difficoltà di governarle, con il risultato di uno svuotamento dell’autorità sovrana nazionale e sovranazionale; poi abbiamo assistito all’impazzimento dei punti cardinali con il codice di valori dell’Occidente — convenzionalmente adattato a canone universale di coesistenza — messo in dubbio e revocato dal Paese-guida, gli Stati Uniti d’America; infine abbiamo dovuto prendere atto della fragilità dell’impianto politico-diplomatico-istituzionale cui avevamo affidato la nostra sicurezza in cambio di una garanzia procedurale di pace nel progresso.
Oggi tutto questo complesso meccanismo di salvaguardia si è inceppato, per una ragione semplice: quando viene meno il cardine dell’intero sistema — la democrazia, divenuta bersaglio — ogni regola appassisce, perché non può sopravvivere senza il suo principio ispiratore.
Gli imperi che stanno costituendosi nello scambio di riconoscimenti reciproci pensano di ereditare l’autorità che il vecchio mondo ha smarrito, o almeno il comando garantito dalla forza, e finalmente liberato dai controlli e dai bilanciamenti ispirati dal senso costituzionale del limite, aprendo così la stagione post-democratica senza più vincoli.
Ma intanto, mentre l’Occidente sperimenta il travaglio di questa trasformazione che lo rinnega, qualcosa si sta confusamente muovendo in senso contrario, come se anche la politica non sopportasse il vuoto: è l’opinione pubblica che torna a farsi sentire, a manifestarsi, a premere sui governi.
Soprattutto, a differenza delle brevi fiammate del recente passato, agisce con autonomia e spontaneità, non come reazione o come “coda” nella società di fenomeni creati nel sistema politico, ma piuttosto come soggetto indipendente, da cui partiti e governo vengono interpellati e investiti, e di cui dunque devono tener conto. È finita quella che Walter Lippmann chiamava la fase dell’anemia, quando manca l’appetito del futuro e viene meno qualsiasi curiosità per la scena umana.
Un protagonista di primo piano torna dunque in campo, dopo una lunga e svogliata diserzione: il sentimento pubblico, che non è una somma di risentimenti privati alla ricerca di uno sbocco (come nella fase acuta dei populismi anti-sistema) ma un vero e proprio attore sociale in grado di giudicare il potere e di indirizzarlo, di condonare o condannare, di influenzare la scala delle priorità generali imponendo una nuova gerarchia.
Sono le caratteristiche fondative della saldatura tra l’idea di pubblico e il concetto di opinione, in un’età allora contrassegnata in Europa dal venir meno dell’autorità assoluta, dalla rivoluzione tecnologica della stampa a caratteri mobili, dall’allargamento dell’alfabetizzazione: è suggestivo veder rinascere oggi un libero discorso critico in una fase anch’essa di declino dell’autorità sovrana, con l’alfabeto digitale divenuto universale e l’ultimo salto tecnologico nella vertigine dell’intelligenza artificiale. Il risultato immediato è che la politica insegue.
Non c’è dubbio infatti che davanti alla tragedia di Gaza i governi nazionali e l’Unione europea sono stati incalzati e sopravanzati dalla coscienza critica della società: che ha condannato le scelte del governo di Israele, giudicandole prima sproporzionate rispetto al legittimo diritto di reazione alla ferocia del pogrom terroristico di Hamas del 7 ottobre, poi sempre più svincolate dal dovere di difendere la cittadinanza e lo Stato minacciati nella loro stessa esistenza, e infine semplicemente disumane nell’obiettivo imperialista di sradicare un intero popolo dal suo territorio.
È una valutazione immediatamente dominante, e come testimoniano le sue dimensioni, trasversale: un sondaggio di YouTrend a fine agosto rivela infatti che il 65 per cento degli italiani giudica la reazione di Israele agli attacchi di Hamas «del tutto sproporzionata», una rilevazione di Only Numbers segnala che il 40,6 per cento è favorevole al riconoscimento di uno Stato palestinese pienamente sovrano, l’ultima indagine di Ilvo Diamanti con Demos registra la sfiducia verso Netanyahu, sceso all’11,7 per cento dei consensi in Italia contro il 14 per cento di febbraio, e oggi all’ultimo posto tra i leader coinvolti nei grandi conflitti, distanziato da Zelensky a quota 29 per cento, ma doppiato anche da Trump al 22, e staccato persino da Putin fermo al 20.
Proprio queste differenze suggeriscono una domanda: perché il blocco d’opinione che prende nettamente posizione su Gaza e condanna il governo di Netanyahu non sente il dovere di compattarsi nella denuncia dell’aggressione russa all’Ucraina non soltanto come sopruso consumato nell’atto iniziale del conflitto, ma come cifra abusiva permanente dell’intera operazione speciale?
Come può la coscienza pubblica risvegliarsi in Medio Oriente con una chiara attribuzione di responsabilità a Israele (che deve però accompagnarsi alla richiesta di liberazione degli ostaggi da parte di Hamas) e confondersi a Kiev, arenandosi nel Donbass?
Con ogni probabilità la differenza nasce dall’interpretazione tutta politica che Zelensky ha dato del conflitto con Mosca, contrapposta alla rappresentazione tutta emotiva che i palestinesi hanno fatto della guerra d’invasione israeliana: da un lato la violazione del diritto internazionale, lo sfregio alla sovranità, la riscrittura armata della storia; dall’altro il massacro dei civili, la fame come arma di guerra, l’esodo forzato. Bombe, morte e distruzione operano su entrambi gli scenari. Ma il messaggio dai due fronti è differente, e soprattutto è diverso il consumo intellettuale, politico e morale che noi facciamo delle due guerre.
Se questo è vero dobbiamo concludere che stiamo prendendo parte a questa doppia tragedia più con l’emozione che con la ragione: e infatti chiediamo due Stati per i due popoli, ma non denunciamo l’ostacolo della rappresentanza terroristica che Hamas fa dei palestinesi. Eppure sappiamo che le emozioni condivise costituiscono una “folla”, mentre il “pubblico” si organizza davanti a un problema: alla folla basta sentire, il pubblico ha necessità di capire.
Dunque, siamo sicuri che il soggetto appena nato sia davvero un’opinione pubblica e non una forma sociale transitoria, incapace di generare una vera responsabilità politica? La risposta arriverà dall’indirizzo e dallo sbocco di questo flusso d’opinione, dal suo esito, se saprà prendere forma nelle decisioni e nelle deliberazioni dei parlamenti e dei governi, perché il potere comunicativo in democrazia non sostituisce quello amministrativo, può solo influenzarlo.
I discorsi, come dice Habermas, non governano, le emozioni sono transitorie. Ma un pubblico discorso critico, libero e responsabile può spingere un governo a fare ciò che deve: poi, accada quel che può.