Nelle Marche l’esperimento del fatidico “campo largo” non ha avuto successo. Il candidato di Giorgia Meloni, Francesco Acquaroli, ha vinto con relativa facilità contro l’ex sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, nonostante l’impegno in campagna elettorale di quest’ultimo e il sostegno ricevuto dalla coalizione. Ci sarà tempo per valutare le circostanze attenuanti della sconfitta, nonché gli errori commessi, forse figli dell’ansia crescente di risalire la china con qualche colpo a effetto. Sta di fatto che alla fine abbiamo visto un uomo pragmatico, alieno dal massimalismo, conosciuto per il suo realismo (la caratteristica migliore per un amministratore), imboccare una via poco in sintonia con la sua storia. Che non s’identifica con quelle di Elly Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli. Ricci avrebbe fatto meglio a restare fedele a se stesso. Del resto, aveva proprio nella promessa di buon governo la sua arma migliore.
La polemica sulla sanità pubblica mal funzionante era idonea come arma po…
Nelle Marche l’esperimento del fatidico “campo largo” non ha avuto successo. Il candidato di Giorgia Meloni, Francesco Acquaroli, ha vinto con relativa facilità contro l’ex sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, nonostante l’impegno in campagna elettorale di quest’ultimo e il sostegno ricevuto dalla coalizione. Ci sarà tempo per valutare le circostanze attenuanti della sconfitta, nonché gli errori commessi, forse figli dell’ansia crescente di risalire la china con qualche colpo a effetto. Sta di fatto che alla fine abbiamo visto un uomo pragmatico, alieno dal massimalismo, conosciuto per il suo realismo (la caratteristica migliore per un amministratore), imboccare una via poco in sintonia con la sua storia. Che non s’identifica con quelle di Elly Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli. Ricci avrebbe fatto meglio a restare fedele a se stesso. Del resto, aveva proprio nella promessa di buon governo la sua arma migliore.
La polemica sulla sanità pubblica mal funzionante era idonea come arma politica volta a mettere in difficoltà il suo antagonista, ma più in generale per tenere sotto pressione il centrodestra nazionale e di conseguenza la presidente del Consiglio. Ecco quindi uno dei nodi centrali su cui il centrosinistra dovrà far chiarezza. Delle due, l’una. O le elezioni nelle Marche erano il terreno scelto per scuotere l’albero dell’immobilismo politico e avviare la riscossa di un centrosinistra rinnovato, di nuovo dinamico e capace di parlare al paese. Ovvero, seconda ipotesi, si trattava di un appuntamento secondario, una regione non molto popolata che non aveva titolo per diventare una sorta di super laboratorio. Alla fine non si è riusciti nemmeno a mandare alle urne una consistente percentuale di elettori. Chi immaginava un aumento dell’affluenza, segno che il candidato dell’opposizione era gradito al pubblico al punto di scaldarne le emozioni, ha dovuto ricredersi: solo il 50 per cento si è scomodato per recarsi al seggio, a conferma che c’è stato qualcosa di sbagliato nella scelta del personaggio o nella proposta politica o nel modo di comunicare con gli elettori. Forse un po’ di tutte queste opzioni.
Senza dubbio l’inciampo giudiziario a poche settimane dal voto, nonostante che si sia rapidamente risolto a favore di Ricci, ha lasciato qualche scoria. E tale circostanza va messa nel conto delle attenuanti. Viceversa, tra gli errori evitabili si può considerare l’eccesso di enfasi pro-Pal. A un amministratore di regione non si richiede di avvolgersi nella bandiera della Palestina e di sventolarla a ogni occasione. Tanto meno ci si attende che annunci il riconoscimento, da parte delle Marche, del nuovo Stato. Come sanno tutti, soprattutto gli elettori, la questione riguarda solo i governi nazionali: sfruttarla a fini elettorali in un voto locale rischia di ottenere l’effetto opposto. A conferma di un dato che tende a ripetersi: le questioni internazionali raramente, per non dire mai, entrano in modo così diretto nelle scelte dei cittadini chiamati a esprimersi in un comune o in una regione. Forse perché la gente sa bene che non è quello il terreno adatto a prendere simili, complesse decisioni.
Il risultato è che Acquaroli, il presidente uscente, è apparso più concreto e legato ai problemi del territorio, comunque meno ideologico. Il che è un paradosso: di solito l’oppositore gode di un vantaggio quando si misura con un amministratore logorato da cinque anni di governo. Questa volta non è stato così. Per cui la vittoria più importante del centrosinistra sotto la gestione Schlein rimane Genova: l’elezione a sindaco di Silvia Salis. Figura nuova e accattivante, in grado di colpire la fantasia dell’elettore. Nessuno sa quale risultato otterrebbe se fosse chiamata a responsabilità più grandi, ma c’è chi pensa che ormai valga la pena di provare.