I due Trump ci guardano, dall’Air Force One che vola verso il vertice storico in Egitto dove si firmerà l’accordo di pace nel Medioriente: con tutte le fragilità e le incertezze sulla sua tenuta, ma comunque capace di far liberare gli ostaggi rapiti nel pogrom antiebraico del 7 ottobre, imporre il cessate il fuoco a Israele, disarmare i terroristi di Hamas e consentire il cammino dei palestinesi sopravvissuti verso le loro case distrutte a Gaza. Il massacro israeliano di civili ha passato ampiamente il segno della reazione difensiva, l’orrore ha creato un’onda d’opinione pubblica in tutto il mondo, i cortei e le manifestazioni hanno mobilitato i governi e i parlamenti, la diplomazia ha sopravanzato la storia con il riconoscimento da parte delle democrazie occidentali dello Stato palestinese che ancora non c’è, un impegno politico d’emergenza, anche da parte di Paesi tradizionalmente amici di Israele e sostenitori della sua sicurezza. Tutto è chiaro, a posteriori. Ma nulla sarebbe avv…
I due Trump ci guardano, dall’Air Force One che vola verso il vertice storico in Egitto dove si firmerà l’accordo di pace nel Medioriente: con tutte le fragilità e le incertezze sulla sua tenuta, ma comunque capace di far liberare gli ostaggi rapiti nel pogrom antiebraico del 7 ottobre, imporre il cessate il fuoco a Israele, disarmare i terroristi di Hamas e consentire il cammino dei palestinesi sopravvissuti verso le loro case distrutte a Gaza. Il massacro israeliano di civili ha passato ampiamente il segno della reazione difensiva, l’orrore ha creato un’onda d’opinione pubblica in tutto il mondo, i cortei e le manifestazioni hanno mobilitato i governi e i parlamenti, la diplomazia ha sopravanzato la storia con il riconoscimento da parte delle democrazie occidentali dello Stato palestinese che ancora non c’è, un impegno politico d’emergenza, anche da parte di Paesi tradizionalmente amici di Israele e sostenitori della sua sicurezza. Tutto è chiaro, a posteriori. Ma nulla sarebbe avvenuto se questo presidente americano non avesse cucito la rete di consenso attivo nei Paesi arabi per poi forzare contemporaneamente su Netanyahu e Hamas per convincerli che il momento era decisivo e senza alternative, dunque bisognava firmare. Avevamo già detto che il grande destabilizzatore dell’equilibrio mondiale poteva diventare il pacificatore del Medioriente: oggi aggiungiamo che è il leader dell’ordine e del disordine, col doppio volto come Giano bifronte, dio degli inizi e dei passaggi, dunque perfetto per
questo tempo incerto dell’interregno, dove il vecchio mondo sta morendo e il nuovo tenta faticosamente di nascere.
In passato il leader era lo strumento della pace, di cui conosceva il peso e custodiva l’equilibrio. Oggi la pace è lo strumento del leader, che la riduce a sé esaltandosi mentre la brandisce come un trofeo. Sono rimasti i gusci delle parole, ma la sostanza delle cose è cambiata, per tutti: la pace stessa è interpretata fisicamente come una performance e non come un processo, uno spettacolo universale più che un progetto geopolitico, perché al suo artefice non serve una strategia, basta un palcoscenico. Esattamente questo è il preannuncio di futuro che stiamo sperimentando oggi. Quanto avviene, la sua forma politica e il suo significato storico, sono infatti il risultato di una tendenza del nostro tempo, che urgeva da mesi e trova finalmente uno sbocco: è la riduzione della democrazia al puro esercizio della leadership, con la sovranità che esce dai confini suoi tradizionali, preme sui punti di resistenza, obbliga senza perdere tempo a convincere, e quando ottiene il risultato col concorso delle controparti lo trasforma da cooperazione condivisa a vittoria personale, confiscandolo.
Siamo nella fase in cui anche noi dobbiamo sdoppiare la prospettiva per giudicare il leader bifronte. Da un lato riconosciamo che senza la curvatura personale della crisi imposta da Trump non si sarebbe raggiunto questo risultato in questi tempi, con una vera e propria “pace coercitiva”, probabilmente l’unica possibile oggi. Dall’altro lato vediamo che proprio il precipitato storico dell’esperienza democratica di governo nella liturgia esclusiva della leadership ha già messo fuori gioco la mediazione delle istituzioni, la diplomazia degli organismi internazionali di regolazione dei conflitti, il ruolo dei parlamenti, ridotti a spettatori chiamati ad applaudire, come in un continuo talk. Soprattutto Trump ha saltato di colpo tutto il “proceduralismo” cui si affida la democrazia, quell’insieme di regole, metodo, norme, criteri, controlli che funzionano da certificati di garanzia e passaggi di salvaguardia, ma appesantiscono anche il processo decisionale, lo zavorrano rallentandolo e quando pesano più del risultato che producono rischiano di soffocare la stessa democrazia.
Stiamo dunque dicendo che l’accordo di pace è un risultato importante in sé, ed è nello stesso tempo anche la prova di una nuova modalità di espressione del governo: il comando. Coerentemente, questo accordo di pacificazione mediorientale non si basa sui principi e sugli ideali occidentali cui l’America ha sempre fatto riferimento (almeno in teoria) ma si fonda piuttosto su quella che potremmo chiamare la fatica democratica degli Stati Uniti, un sentimento profondo che vuole portare il Paese a competere per la guida di un nuovo ordine mondiale sostituendo al modello democratico il modello imperiale. Ecco perché questa svolta che può essere storica viene vissuta come la pace di Trump e dell’ America trumpiana, qualcosa di esclusivo e personale, dovuto alla sua leadership, tagliato sul suo personaggio, e pronto ad essere speso nel mondo ad uso e consumo della sua figura politica.
Tutto trova una sua deforme coerenza nel doppio registro dell’era Trump. La polarizzazione estrema degli Stati Uniti, con la Casa Bianca che come denuncia il New York Times non governa per l’unità dell’America ormai spaccata in due ma per la sua divisione, perché come ha detto il suo Capo “riunire il Paese non è la missione di questa presidenza”. La rinuncia ad una visione strategica d’insieme nel quadro internazionale, col doppio terremoto che svaluta le vecchie alleanze ed eleva i dittatori a partner. La continua sollecitazione dell’opinione pubblica immersa in uno stato di tensione permanente, col presidente che mentre spegne una guerra accende un nuovo conflitto, e mentre ferma le bombe arma i dazi, trasformando il campo commerciale nel nuovo terreno di battaglia della post-modernità.
Questo succede quando viene meno il codice democratico come cardine e vincolo delle azioni del potere, un codice che produce una cultura di governo libera e autonoma ma cosciente del senso del limite. Senza quella cultura si smarrisce la distinzione tra il bene e il male, per finire in una zona grigia dove non ci sono valori da rispettare ma solo risultati da ottenere, comunque. Il potere completa così la sua trasformazione in un nuovo corpo politico: autoritario, post-democratico, pronto a rivendicare, assumere ed esercitare quei “pieni poteri” che la nuova destra estrema insegue ormai a tutte le latitudini. E qui i due Trump, compiuta la missione, ridiventano uno, con Marte dio della guerra che entra ed esce dalle porte del tempio di Giano.