A voler prendere sul serio quel che accade sul palcoscenico politico romano, bisogna annotare lo scontro fra il segretario della Cgil, Landini e la premier Meloni. Si dirà che non è proprio una novità. Invece lo è se si guarda all’asprezza del linguaggio, sullo sfondo degli scioperi ripetuti che il sindacato della sinistra ha organizzato, spesso da solo, e organizzerà nelle prossime settimane, con i motivi più diversi: Gaza, il riarmo, la legge di bilancio tuttora in corso d’opera. politica estera più politica economica e fiscale, all’interno di una miscela in cui si avverte l’ansia di mandare all’opinione pubblica i messaggi che forse non arrivano con sufficiente chiarezza dai partiti storici. Fino all’insulto gratuito alla presidente del Consiglio, qualificata come “la cortigiana di Trump”.
L'attacco di Landini a Meloni: "Ha fatto la cortigiana di Trump"
È peggio di …
A voler prendere sul serio quel che accade sul palcoscenico politico romano, bisogna annotare lo scontro fra il segretario della Cgil, Landini e la premier Meloni. Si dirà che non è proprio una novità. Invece lo è se si guarda all’asprezza del linguaggio, sullo sfondo degli scioperi ripetuti che il sindacato della sinistra ha organizzato, spesso da solo, e organizzerà nelle prossime settimane, con i motivi più diversi: Gaza, il riarmo, la legge di bilancio tuttora in corso d’opera. politica estera più politica economica e fiscale, all’interno di una miscela in cui si avverte l’ansia di mandare all’opinione pubblica i messaggi che forse non arrivano con sufficiente chiarezza dai partiti storici. Fino all’insulto gratuito alla presidente del Consiglio, qualificata come “la cortigiana di Trump”.
L'attacco di Landini a Meloni: "Ha fatto la cortigiana di Trump"
È peggio di un crimine, è un errore: avrebbe detto Fouché, ministro di polizia di Napoleone. Un errore che esprime frustrazione ed è servito solo a offrire a Giorgia Meloni il destro per attaccare l’ipocrisia della sinistra a proposito di sessismo e rispetto mancato verso le donne. Ovvia l’obiezione: cosa sarebbe accaduto se a insultare con gli stessi termini una donna di sinistra fosse stato un esponente della destra?
Come si vede, il dibattito non riesce a prendere quota. Si resta nello stagno, senza un colpo d’ala decisivo. Quel che s’intravede è l’apparente simmetria della discussione interna nel Pd e nel rivale, il M5S. A Elly Schlein la minoranza “riformista” rimprovera non da oggi la deriva radicale e il cedimento alle posizioni della sinistra massimalista. Ma i gruppi interni che s’ispirano alla tradizione riformista — qualunque sia oggi il significato di queste parole — non hanno finora la forza e forse nemmeno la volontà per rovesciare la segretaria. Si accontentano di riconoscersi nei convegni, di contarsi e definire un percorso di medio termine. Al tempo stesso si avverte un qualche risveglio dei “centristi” renziani. La Toscana ha dato una spinta alla “Casa riformista”, ma il test era un po’ troppo facile e richiede un’altra verifica. Ora le regioni al voto (Campania, Puglia e Veneto) sono sulla carta favorevoli al centrosinistra, a eccezione del Veneto dove la vittoria del centrodestra è scontata.
Viceversa in Puglia e Campania il cammino dovrebbe essere pianeggiante per la coalizione “progressista”. A Napoli in particolare, Vincenzo De Luca permettendo, la vittoria di Fico — candidato presidente espresso dagli ex grillini — aiuterebbe Giuseppe Conte a trarsi d’impaccio, almeno per un tratto di strada. Ed è per questo che occorre essere cauti prima di dare per sconfitto l’avvocato del popolo. Il quale non si sente tanto bene, è evidente, ma è opportuno non sopravvalutare i risultati dello spezzatino regionale. Un successo in Campania sanerebbe parecchie ferite nel campo dei 5S. In realtà lascerebbe immutati i problemi e le contraddizioni di fondo del rapporto con il Pd, ma almeno li camufferebbe. Sarebbe meno perentorio l’argomento di chi pretende, dal cuore del movimento, il ritorno all’opposizione intransigente e dunque la rottura della “non alleanza” con il maggior partito del centrosinistra.
“Non alleanza” che in pratica è un’intesa rinegoziata di continuo (in termini di candidature, poltrone e prospettive), ma di fatto equivale a un patto implicito tra Pd e M5S: fondato sull’idea che conviene a entrambi camminare nella stessa direzione. Anche Conte può trarre beneficio da un turno regionale favorevole al centrosinistra. Un rinvio di qualsiasi chiarimento in quel caso sarebbe nell’ordine delle cose.