Siamo al minimo storico per numero di figli per donna nella storia del nostro Paese. È inutile piangere sul latte versato. Guardiamo in faccia la realtà, capiamo dove abbiamo sbagliato e dotiamoci finalmente di una strategia adeguata.
Il 1977 è l’anno spartiacque in cui l’Italia è scesa sotto il livello di sostituzione demografica di 2,1 figli per donna, la soglia che garantisce il rinnovo generazionale. Da allora, non siamo più riusciti a invertire la rotta. La Francia, in condizioni simili, ha reagito con visione: ha promosso l’occupazione femminile, sviluppato servizi per l’infanzia, sostenuto economicamente le famiglie e investito nell’autonomia dei giovani. Il risultato? Oggi la Francia ha 7 milioni di giovani in più, +13% di occupazione femminile e un aumento del tasso di fecondità. Una situazione migliore della nostra, frutto di politiche sociali strutturali, coerenti, durature, che hanno dato fiducia e prospettiva.
In Italia, invece, si è agito con misure spot, bonus temporane…
Siamo al minimo storico per numero di figli per donna nella storia del nostro Paese. È inutile piangere sul latte versato. Guardiamo in faccia la realtà, capiamo dove abbiamo sbagliato e dotiamoci finalmente di una strategia adeguata.
Il 1977 è l’anno spartiacque in cui l’Italia è scesa sotto il livello di sostituzione demografica di 2,1 figli per donna, la soglia che garantisce il rinnovo generazionale. Da allora, non siamo più riusciti a invertire la rotta. La Francia, in condizioni simili, ha reagito con visione: ha promosso l’occupazione femminile, sviluppato servizi per l’infanzia, sostenuto economicamente le famiglie e investito nell’autonomia dei giovani. Il risultato? Oggi la Francia ha 7 milioni di giovani in più, +13% di occupazione femminile e un aumento del tasso di fecondità. Una situazione migliore della nostra, frutto di politiche sociali strutturali, coerenti, durature, che hanno dato fiducia e prospettiva.
In Italia, invece, si è agito con misure spot, bonus temporanei, provvedimenti frammentati e miopi. Tutto questo ha generato un clima di incertezza, che è il nemico numero uno quando si tratta di decidere se avere un figlio. Nessuna coppia può fare una scelta così importante sulla base di un incentivo una tantum. Un fattore cruciale è la cosiddetta child penalty per le donne: una su cinque lascia il lavoro alla nascita del figlio. Chi resta nel mercato del lavoro sperimenta un netto calo dei salari, che può arrivare, dopo 15 anni, a guadagni dimezzati rispetto a chi non ha figli. A questo si somma il profondo squilibrio nella distribuzione del lavoro familiare, che grava ancora in larga parte sulle donne.
C’è poi lo scarso investimento nell’indipendenza economica dei giovani: l’Italia è tra i paesi avanzati con la più alta percentuale di under 35 che vivono con i genitori, il più basso tasso di occupazione giovanile e alta precarietà. Tutto ciò non è frutto di un errore isolato, ma di una politica senza visione, trasversale ai governi, che ha sistematicamente marginalizzato le iniziative di carattere sociale. Poche risorse, annunci estemporanei, piccoli interventi: un giorno di congedo di paternità, poi dieci, poi un mese di congedo parentale pagato all’80%. E passano gli anni. Sempre qualcosa di più urgente. Donne e giovani in fondo alla lista. Mai un intervento massiccio, di svolta.
Oggi paghiamo un prezzo altissimo. Nessuna politica seria di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro né di condivisione delle responsabilità genitoriali. Basso investimento su nidi e servizi per l’infanzia. Un tasso di occupazione femminile al 53,9%, il più basso d’Europa, spesso con lavori precari e mal retribuiti. E ci meravigliamo che si facciano pochi figli? Che le coppie rinviino, fino a rinunciare? Solo promesse. Mai una vera priorità. E questo non è più accettabile. Non solo perché siamo in crisi demografica, che è l’effetto, ma perché è una questione di diritti: il diritto delle donne a lavorare, ad avere retribuzioni adeguate, a realizzarsi su tutti i piani. Il diritto dei giovani a una vita indipendente. Diritti fondamentali, troppo a lungo ignorati.
Il problema oggi non è convincere le coppie ad avere più figli, ognuno ha il diritto di scegliere liberamente. Ma lo Stato ha il dovere di creare le condizioni per permettere a chi lo desidera di averli. E qui c’è un nodo: sono sempre meno i potenziali genitori. Decenni di denatalità, causata dall’assenza di politiche sociali adeguate, hanno ridotto il numero di giovani in età fertile. Per recuperare almeno in parte lo squilibrio demografico, i pochi rimasti dovrebbero avere molti più figli del passato, il che è irrealistico. Sarà necessario accogliere più migranti, non meno, con modelli di integrazione diffusa più sostenibili, diversi dal passato e dal presente. E anche così sarà difficile invertire la rotta, perché il problema è diventato strutturale.
È ora di dare una svolta, con politiche sociali che guardino lontano e finalmente mettano al centro le donne e i giovani di questo Paese.