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Trump-Putin, le montagne russe della diplomazia

Washington, 22 ottobre: Donald Trump nello Studio ovale con il segretario generale della Nato Mark Rutte (reuters)

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Il presidente americano continua a essere in bilico tra l’attrazione fatale per lo zar (e l’antipatia per Zelensky) e la frustrazione per sentirsi preso in giro
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Donald Trump balla sulle montagne russe. Continua a essere in bilico tra l’attrazione fatale per Putin (e l’antipatia manifesta per Zelensky) e la frustrazione per sentirsi preso in giro dallo zar ogni volta che pensa di averlo convinto.

Ora il presidente americano sembra in modalità vendicativa. Le «sanzioni tremende» contro Rosneft e Lukoil, i due giganti del petrolio russo, per «degradare le fonti di finanziamento della macchina della guerra», come ha detto il segretario al Tesoro Scott Bessent, sono le prime rappresaglie contro il Cremlino dell’amministrazione trumpiana. Neppure Joe Biden era arrivato a tanto: aveva sempre evitato di colpire Rosneft e Lukoil per il timore di alzare i prezzi del mercato energetico.

La svolta di Trump arriva dopo la cancellazione del vertice con Putin a Budapest, annunciato la settimana precedente come imminente dopo la telefonata tra i due, che aveva preceduto l’incontro piuttosto agitato con Zelensky alla Casa Bianca. Stavolta il presidente …

Donald Trump balla sulle montagne russe. Continua a essere in bilico tra l’attrazione fatale per Putin (e l’antipatia manifesta per Zelensky) e la frustrazione per sentirsi preso in giro dallo zar ogni volta che pensa di averlo convinto.

Ora il presidente americano sembra in modalità vendicativa. Le «sanzioni tremende» contro Rosneft e Lukoil, i due giganti del petrolio russo, per «degradare le fonti di finanziamento della macchina della guerra», come ha detto il segretario al Tesoro Scott Bessent, sono le prime rappresaglie contro il Cremlino dell’amministrazione trumpiana. Neppure Joe Biden era arrivato a tanto: aveva sempre evitato di colpire Rosneft e Lukoil per il timore di alzare i prezzi del mercato energetico.

La svolta di Trump arriva dopo la cancellazione del vertice con Putin a Budapest, annunciato la settimana precedente come imminente dopo la telefonata tra i due, che aveva preceduto l’incontro piuttosto agitato con Zelensky alla Casa Bianca. Stavolta il presidente americano ha evitato il ripetersi del disastro di Anchorage, quando lo zar aveva contraccambiato l’accoglienza trionfale apparecchiata dal tycoon con una pioggia di missili e droni sull’Ucraina.

La ragione del cambiamento sta nella preparazione. Anchorage era stata preparata in modo dilettantesco da Steve Witkoff, l’immobiliarista trasformato in diplomatico, che nelle sue ripetute visite al Cremlino aveva mostrato un untuoso ossequio a Putin. Per Budapest la preparazione è stata affidata al segretario di Stato Marco Rubio, che ha un solido background in politica internazionale, affinato in anni di presenza nella Commissione esteri del Senato, e non ha mai mostrato grande simpatia per Putin.

Rubio, nelle telefonate preliminari con Sergej Lavrov, vecchia volpe della diplomazia russa, ha capito che Budapest rischiava di essere un’altra trappola. Rubio ha definito «massimaliste» le proposte di Lavrov: Putin vuole tanto, anche le parti del Donbass ancora non conquistate, in cambio di poco.

La domanda ora è fino a quando Trump resterà in questa modalità, ossessionato come è dal Nobel per la pace. Fino alla prossima telefonata di Putin? Il quale con lui usa il miele, mentre mostra i denti sul campo: due giorni fa ha ordinato esercitazioni delle forze strategiche nucleari russe e continua a bombardare obiettivi energetici, ma anche civili dell’Ucraina (le immagini dei bimbi recuperati dall’asilo di Kharkiv colpito da un drone russo sono eloquenti).

Sull’umore cagionevole di Trump un’influenza potrebbe averla l’Europa, che ha varato il suo diciannovesimo pacchetto di sanzioni e ha riunito a Bruxelles i suoi capi di Stato e di governo per parlare di Ucraina con Zelensky. Ma, al solito, la Ue non è compatta, discute su tutto, compreso l’utilizzo degli attivi sovrani russi congelati, che sarebbero cruciali per aiutare l’Ucraina a resistere. E il piano in dodici punti per porre fine alla guerra appare velleitario, anche se contiene una proposta che può solleticare l’egocentrismo di Trump: la presidenza del Comitato per la pace.

Se l’Occidente riuscisse di nuovo a compattarsi, mantenendo dritta la barra delle ultime sanzioni, per Putin potrebbe aprirsi un inedito “periodo dei torbidi”. L’economia di guerra comincia a mostrare le sue crepe, che neppure la propaganda del Cremlino riesce a nascondere del tutto.

Un sintomo è la crisi del carbone, come ha ammesso lo stesso Putin in un recente convegno. Anche se rappresenta soltanto l’uno percento del Pil, le miniere di carbone sono una risorsa critica per alcune regioni. Dall’inizio della guerra ne sono state chiuse 23 e 53 sono a rischio. Nel 1989 lo sciopero massiccio dei minatori fu il prodromo del collasso dell’Urss e nel 1998 i minatori che scagliavano gli elmetti sul selciato furono il simbolo della peggiore crisi economica della Russia moderna. E Putin lo sa bene, perché fu proprio per quella crisi che, due anni dopo, arrivò al potere rimpiazzando Eltsin.

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