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Il sogno di fermare i crimini di guerra

Donald Trump 

 

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Se riusciremo a imporre l’idea che la guerra di aggressione è la via più diretta per la cella di una prigione e non per la gloria, avremo fatto un passo per rendere la pace più sicura».

Quando il procuratore capo Robert Jackson prende la parola, poco prima che il Tribunale internazionale di Norimberga inizi i suoi lavori nell’ottobre di ottant’anni fa, sa di non avere un compito facile. Questo brillante giudice della Corte Suprema americana, grande accusatore dei principali criminali di guerra nazisti, è consapevole che ogni tentativo di frenare la violenza dei conflitti fino a quel momento è miseramente fallito. Nella sua dichiarazione iniziale di fronte alla corte, il 21 novembre 1945, cita la Convenzione dell’Aja del 1907 sottoscritta (anche in quel caso, per ironia, un 18 di ottobre) da oltre quaranta paesi che si erano impegnati a non usare le armi contro città e civili occupati. E ricorda il Protocollo di Ginevra del 1924, che condannava la guerra d’aggressione come un crimine …

Se riusciremo a imporre l’idea che la guerra di aggressione è la via più diretta per la cella di una prigione e non per la gloria, avremo fatto un passo per rendere la pace più sicura».

Quando il procuratore capo Robert Jackson prende la parola, poco prima che il Tribunale internazionale di Norimberga inizi i suoi lavori nell’ottobre di ottant’anni fa, sa di non avere un compito facile. Questo brillante giudice della Corte Suprema americana, grande accusatore dei principali criminali di guerra nazisti, è consapevole che ogni tentativo di frenare la violenza dei conflitti fino a quel momento è miseramente fallito. Nella sua dichiarazione iniziale di fronte alla corte, il 21 novembre 1945, cita la Convenzione dell’Aja del 1907 sottoscritta (anche in quel caso, per ironia, un 18 di ottobre) da oltre quaranta paesi che si erano impegnati a non usare le armi contro città e civili occupati. E ricorda il Protocollo di Ginevra del 1924, che condannava la guerra d’aggressione come un crimine internazionale e proponeva di punire l’aggressore come un bandito. Proclami solenni. Rimasti lettera morta. Nel 1914, le truppe tedesche hanno massacrato migliaia di donne e bambini nel Belgio invaso. Tra 1915 e 1916, il genocidio degli armeni ha portato alla morte di forse un milione di individui. E nel 1923 l’odio tra Grecia e Turchia è stato pagato con la deportazione di due milioni (e la morte di decine di migliaia) di sfortunati abitanti delle regioni di confine. Tutto senza una reazione. Quando, nel 1919, le potenze dell’Intesa chiedono la consegna di una cinquantina di indiziati per crimini di guerra, tra cui il kaiser, la democratica repubblica di Weimar rifiuta. Nella civile Europa i civili sono diventati i bersagli primari della violenza, ha scritto Jay Winter, e nessuno sembra scandalizzarsene.

Quale sia il punto d’arrivo, alla fine del secondo conflitto mondiale è sotto gli occhi di tutti. Una stima indica in 37 milioni i morti europei tra 1939 e 1945. La maggior parte non sono soldati ma donne, anziani, bambini, vittime della logica distorta della guerra totale, che prevede non solo la sconfitta del nemico, ma il suo annientamento come comunità umana. Di fronte a questa ecatombe, dichiara Jackson, il compito degli uomini di legge riuniti a Norimberga è chiaro. Non si tratta solo di punire i responsabili. Per quello, dirà Churchill, bastano un plotone d’esecuzione e un patibolo. Si tratta di impedire che si possa ripetere, stabilendo una volta per tutte reati e, possibilmente, punizioni. Il risultato più importante dei dodici mesi di dibattimento nel Justizpalast di Norimberga, sostiene lo storico Tony Judt, non sono le impiccagioni di Ribbentrop e degli altri gerarchi, ma i principi di Norimberga. Adottati nel 1950 dalle Nazioni Unite, stabiliscono che gli inermi devono essere protetti e che chiunque attenti alla pace e violi i trattati dev’essere trattato come un criminale. E non potrà dire «obbedivo solo agli ordini».

Quanto sia stato realizzato di quel mondo migliore che Jackson sognava, ottant’anni dopo è difficile da dire. Le guerre di aggressione sono continuate e civili, senz’altra colpa che quella di essere cittadini di un paese aggredito, hanno continuato a essere sterminati anche nel Vecchio Mondo. Gli ottomila bosniaci trucidati a Srebrenica, nel 1995, erano in larga parte ragazzini o vecchi, come in maggioranza senz’armi (oltre il 60%) erano le vittime delle spietate campagne etniche in tutta la Bosnia. Erano civili oltre il 90% dei morti sepolti sotto le macerie di Mariupol, quando i russi la espugnarono nel 2022, e la quasi totalità delle vittime dei massacri di Bucha, occupata dalle truppe del Cremlino nelle prime settimane di guerra. Solo una frazione degli oltre 14mila non combattenti ucraini assassinati o deceduti sotto i bombardamenti dall’inizio della guerra, cifra che le Nazioni Unite aggiornano quotidianamente, nell’indifferenza della stessa opinione pubblica che scende in piazza contro la carneficina di Gaza. Eppure, l’eredità di Norimberga non è scomparsa. Quando è stato fondato, nel 1993, nessuno avrebbe scommesso sul successo del Tribunale Internazionale per la ex Jugoslavia. Eppure, nel 2016 Radovan Karadži?, il macellaio di Srebrenica, è stato condannato per genocidio. Dal 2002 esiste una Corte Penale Internazionale all’Aja, una trincea dove il diritto internazionale viene difeso contro le ragioni del più forte. Regolarmente viene accusata di essere inutile. Ma intanto incrimina Putin per crimini di guerra e viene minacciata (e ostacolata) da un aspirante autocrate come Trump. Qualcuno ha ancora il coraggio di battersi per un mondo retto dalle leggi e non dalla forza bruta. Il sogno di Jackson non è ancora perduto.

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