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Il proibizionismo non salverà i ragazzi incollati al telefonino

Il proibizionismo non salverà i ragazzi incollati al telefonino
(ansa)

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Il direttore degli Uffizi dice che non esiste il diritto a farsi un selfie, la premier danese che i social network prima dei quindici anni generano ansia e depressione, il ministro italiano Valditara che i telefoni a scuola deconcentrano, li ha proibiti. Mia sorella, che insegna in un asilo nido o come si chiamano ora, dice che i bambini arrivano poco più che neonati, sono intatti, magnifici, esseri umani integri. Dice che i genitori, invece, sono terrificanti: arrivano a prendere i figli senza smettere di parlare al telefono dagli auricolari, non salutano le maestre, non guardano i bambini, li fissano nel seggiolino ergonomico della macchina continuando la diretta su Tiktok. Il direttore degli Uffizi si chiama Simone Verde, ha 50 anni. In una delle più belle interviste che abbia letto negli ultimi mesi (sul quotidiano El Paìs) dice che non c’è più nessuna differenza tra il modo in cui un bambino italiano e uno coreano guardano un’immagine rinascimentale di soggetto, poniamo, religioso: il loro archetipo di riferimento è identico ed è nel telefono. “I nativi digitali non hanno conoscenza dei mondi precedenti”. Magari non è da prendere alla lettera ma è una frase illuminante e magnifica. Ho immaginato subito a quanto mi dispiacerebbe se il nuovo femminismo dell’Internet ignorasse, per dire, l’esistenza e le opere di Adele Cambria. Se per caso fosse, non ci sarebbe da far polemica con la realtà né da giudicarla: prenderne atto, eventualmente. Per i nativi digitali tutto è sempre ora.

La premier danese, che si chiama Mette Frederiksen, 47 anni, dice che l’uso dei cellulari “sta rubando l’infanzia ai bambini” e sì, una legge è quello che serve: magari, col consenso dei genitori, il divieto di stare sui social potrebbe scendere a tredici anni. Valditara, il ministro, non dice come si debba applicare la circolare a proposito dei docenti. Nel senso: se il telefono è vietato per gli studenti, in classe, lo è anche per gli insegnanti? Sarebbe sensato, se il punto è non perdere la concentrazione. Al momento ogni scuola si regola un po’ come gli pare. La mia amica Annalisa, che ha due figli alla materna, dice che sua figlia non può mai andare il pomeriggio dall’amichetta perché la mamma di lei, dell’amichetta, è quasi sempre in diretta Instagram e non vorrebbe — la instagrammer — che le bambine per sbaglio comparissero nei video: di questi tempi sarebbe un danno reputazionale terribile. Non si usa più, dunque meglio che al pomeriggio le bimbe vadano a casa di Annalisa, se a lei non dispiace.

Mi chiedevo se non stessimo sbagliano mira, ultimamente. Se tutta questa preoccupazione sui bambini che si deprimono, gli adolescenti che deturpano, gli studenti che si distraggono sia un problema che riguarda solo loro. Bambini e altre persone di giovane età sono arrivati al mondo dopo

insegnanti, e li hanno trovati così. Incollati al telefono. Dunque cosa avrebbero dovuto fare. Del luddismo infantile? Un boicottaggio dei device che gli venivano messi in mano a diciotto mesi per ipnotizzarli e fargli aprire la bocca in cui inserire il cucchiaino? Un minisindacato contro la diffusione dei cartoni con personaggi che parlano una lingua preverbale, la lallazione: avrebbero dovuto prendere il telecomando e spegnere la tv? Può darsi che, in futuro,si diano rivolte precoci. Non è detto che no.

Nell’attesa, resterei sul tema della mira: capire bene a chi rivolgersi. Sono affascinata dalla recente consuetudine di pagare qualcuno, nei gruppi adulti di lettura, perché sottragga loro il telefono: si generano posti di lavoro, nuovi mestieri emergono. Fare il sequestratore temporaneo di cellulari può essere un’alternativa per chi abbia studiato vent’anni per diventare interprete simultaneo, e si veda un pomeriggio alle tre sostituito da un traduttore automatico. L’arte lo dice sempre meglio: Eric Pickersgill, fotografo, ha ritratto centinaia di persone per strada, a tavola, gli sposi a un matrimonio, ovunque, cancellando dalle loro mani lo schermo di telefono e tablet. La serie di chiama Removed. Fissano il vuoto. Tornando al direttore degli Uffizi. Fra una frase tatuaggio e un’altra (“il passato è sempre un’invenzione del presente”, “viviamo nella religione dell’immateriale”, “il mondo si sta facendo più piccolo”) dice, a proposito dell’irresistibile tentazione di farsi il selfie col quadro. “Non abbiamo più esperienza diretta di quello che sappiamo, salvo in una minima parte. Toccare l’originale è quasi una necessità di riconoscere l’origine”. “La legge italiana permette di fotografare opere d’arte a fini di studio e documentazione ma non esiste alcun diritto a farsi un selfie”. Dunque, si può proibire. Il ministro italiano lo ha fatto, coi telefoni a scuola. La premier danese è in procinto di, coi social network.

Il regolamento generale dell’Unione europea sulla protezione dei dati stabilisce che l’età minima per il consenso del trattamento dei dati personali sia di 13 anni, età da cui è possibile creare un account sui social. Gli stati membri possono variare il limite: in Italia ci si può iscrivere ai social solo a 14 anni compiuti. Non ci sono controlli, perciò è naturalmente una regola che non rispetta nessuno. Mia cugina, i cui figli siedono a tavola senza distogliere lo sguardo dai loro schermi, alle proteste degli anziani risponde che i nostri argomenti di conversazione li annoiano, cosa dovrebbero fare? Giocare con le molliche di pane come facevamo noi? Certo, potendo scegliere fra le molliche di pane e un videogioco, si capisce. Dice anche che così almeno mangiamo tutti in pace. Quello che non dice ma di certo pensa è che proibire costa moltissima fatica, discussioni liti porte che sbattono mutismi. L’obiezione sono i celebri no che aiutano a crescere. Il muscolo della frustrazione che si allena, così quando poi in futuro qualcuno ti dice non voglio non mi piace sai come reagire, conosci il concetto e non spacchi la testa a nessuno. Certo. Tuttavia proibire, in generale, non ha mai prodotto grandissimi risultati nella storia dell’umanità. Tutt’al più, il proibizionismo, ha alimentato l’illegalità e i profitti del crimine. Sarebbe l’educazione, semmai, la soluzione. Valide e interessanti alternative, censura e riprovazione sociale, esempio incarnato e diffuso. Il modello, insomma. E qui, appunto, la domanda. Quale modello? Gli adulti? Educare, va bene. Ma educare chi?

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