Quel silenzio complice su Orbán
di Stefano CappelliniC’è un capo di governo europeo, si chiama Viktor Orbán, è il premier dell’Ungheria, che da due giorni scorrazza a Roma usando la trasferta italiana per dire che: la Ue non conta nulla; le sanzioni a Putin vanno ritirate; andrà da Trump per convincerlo a toglierle; sulla guerra in Ucraina c’è poco da fare. Nulla di troppo diverso da ciò che Orbán, faro dell’ultradestra europea e quinta colonna putiniana nella Ue, è solito sostenere anche nelle massime sedi istituzionali del continente.
La differenza è che ora lo dice mentre è in visita nel nostro Paese, tra un incontro e l’altro con le più alte cariche del governo, prima la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e poi il vicepresidente Matteo Salvini. E Meloni, che almeno sulla guerra in Ucraina ha tenuto una posizione fin qui lineare e opposta a quella Orbán, che dice? Fa finta di niente. Nessun commento. Zero dichiarazioni. Vedremo se ritroverà la voce in queste ore.
Non è dato sapere cosa Meloni abbia detto sulla questione ucraina …
C’è un capo di governo europeo, si chiama Viktor Orbán, è il premier dell’Ungheria, che da due giorni scorrazza a Roma usando la trasferta italiana per dire che: la Ue non conta nulla; le sanzioni a Putin vanno ritirate; andrà da Trump per convincerlo a toglierle; sulla guerra in Ucraina c’è poco da fare. Nulla di troppo diverso da ciò che Orbán, faro dell’ultradestra europea e quinta colonna putiniana nella Ue, è solito sostenere anche nelle massime sedi istituzionali del continente.
La differenza è che ora lo dice mentre è in visita nel nostro Paese, tra un incontro e l’altro con le più alte cariche del governo, prima la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e poi il vicepresidente Matteo Salvini. E Meloni, che almeno sulla guerra in Ucraina ha tenuto una posizione fin qui lineare e opposta a quella Orbán, che dice? Fa finta di niente. Nessun commento. Zero dichiarazioni. Vedremo se ritroverà la voce in queste ore.
Non è dato sapere cosa Meloni abbia detto sulla questione ucraina al premier ungherese, visto che si è presentato a palazzo Chigi poco dopo aver espresso i concetti sopra riportati. Il comunicato ufficiale sul colloquio si è soffermato solo sulle «possibili sinergie tra Italia e Ungheria a sostegno delle rispettive capacità industriali e tecnologiche».
Sono invece pubbliche le parole che Orbán ha scritto sul social X al termine della visita: «Ottimo incontro con Meloni! Difendiamo insieme le nostre nazioni». Ancora più entusiasta del faccia a faccia è Salvini che, a differenza di Meloni, con Orbán non condivide solo la linea su migranti, Stato di diritto e autocrazie ma anche quella su Kiev. Fosse stato per Salvini e Orbán, l’Ucraina sarebbe stata da tempo servita su un piatto d’argento a Putin, preoccupandosi solo che sul fondo della stoviglia ripulita da Mosca restasse una ipocrita scritta “pace”.
«Con Viktor abbiamo discusso di pace», ha spiegato appunto il leader della Lega, che certamente invidia al collega ungherese la possibilità di mostrare tutta l’ammirazione per Putin senza doverla dissimulare, come a lui tocca da tre anni a questa parte, per ragioni di minima decenza e soprattutto di coalizione. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha commentato l’incontro Salvini-Orbán spiegando che «la politica estera la esprimiamo io e Meloni» e confermando indirettamente che Salvini esprime, forse, quella di un altro Paese.
Nel frattempo il ministro della Difesa Guido Crosetto lancia un allarme sulle infiltrazioni russe in Italia, parlando di «insospettabili pagati da Mosca» per fare propaganda al verbo putiniano e, almeno su questo punto, Orbán ha un buon alibi. A pagarlo con certezza siamo infatti noi contribuenti europei: metà del bilancio ungherese si regge su contributi e fondi Ue, l’organismo che tanto disprezza. A Crosetto non sarà sfuggita la sfortunata coincidenza tra la sua denuncia, fondata e credibile, contenuta nel nuovo libro di Bruno Vespa e la platea offerta in Italia a Orbán per fare esattamente ciò che il ministro della Difesa deplora: propaganda di Mosca.
Ecco cosa ha detto Orbán a Repubblica su Trump e Europa
Orbán, sempre tra un tappeto rosso e quello dopo, il colore è quanto mai metaforico, ha colto l’occasione anche per dare un’idea di quale sia il suo concetto di libera informazione — un’opinione ce l’eravamo già fatta con le leggi approvate in Ungheria sotto il suo governo — prima attaccando Report e quindi Repubblica, colpevole a suo dire di aver manipolato le parole sulle sanzioni alla Russia contenute nell’intervista di Tommaso Ciriaco pubblicata sul sito del giornale e sull’edizione cartacea di martedì 28 ottobre. Parole che chiunque può ascoltare grazie a una registrazione video dell’intervista.
Il portavoce di Orbán, che in una simbolica rappresentazione dello stato di salute dello Stato di diritto in Ungheria porta il suo stesso cognome, ha aggiunto che si vuole stravolgere il pensiero di Orbán per attentare alla pace. Un classico del discorso pubblico putiniano: attenta alla pace chiunque non si allinei all’idea che la guerra può essere fermata solo accontentando Mosca.
Infatti dal febbraio 2022, data dell’invasione russa, in Italia è pieno di “insospettabili” che danno di “guerrafondai” a chi ritiene un dovere politico e morale aiutare gli ucraini a difendersi dai missili e dai droni che ogni giorno gli piovono sulle strade, gli ospedali, le scuole, le fermate di bus e nel tinello di casa.
Meloni, tanto risentita per l’accusa lanciata da Elly Schlein sull’estrema destra che mette a rischio l’informazione nei Paesi in cui governa, non ha ritenuto di intervenire nemmeno in questo caso. È d’accordo? È imbarazzata? È distratta? Peraltro è un nazionalismo ben strano quello della presidente del Consiglio. Ci sono italiani, meglio ancora se giornalisti, che possono essere liberamente attaccati da un capo di governo straniero ricevuto in pompa magna.
Evidentemente la nazione si difende solo quando la questione tocca gli amici, i patrioti riconosciuti tali dall’esecutivo e, senza dubbio, chi ha studiato alla libera università di Colle Oppio. E Orbán può lasciare l’Italia soddisfatto, da laureato ad honorem.