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Se per Zakharova l’Italia è un’ossessione

Mosca, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova (afp)

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Il suo tentativo di creare confusione nell’opinione pubblica e riaprire margini di manovra alle correnti politiche amiche prosegue con ottusità
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La portavoce del ministero degli Esteri russo, l’ormai celebre Maria Zakharova, è ossessionata dall’Italia. Ancora una volta, e con toni sempre più triviali, è tornata ad attaccare la politica del nostro Paese a proposito dell’invasione dell’Ucraina. Si dirà che dopo le offese di qualche tempo fa a Sergio Mattarella, reo di aver criticato la guerra in stile nazista scatenata contro Kiev — i cui esiti peraltro sono semi fallimentari —, non c’è da stupirsi più di nulla.

Ma la signora insiste con una tenacia degna di miglior causa. Del resto ha di recente indirizzato i suoi strali anche contro questo giornale. Un atto di intimidazione, nelle intenzioni, in realtà un titolo di merito: la prova che a Mosca Repubblica è considerata una testata scomoda e fastidiosa, le cui pagine colpiscono nel segno.

Ma torniamo alla più recente impresa della portavoce. Quali siano i danni che questa figura minore reca al nazionalismo russo che intende rappresentare, ognuno può verificarlo da sé. Deridere …

La portavoce del ministero degli Esteri russo, l’ormai celebre Maria Zakharova, è ossessionata dall’Italia. Ancora una volta, e con toni sempre più triviali, è tornata ad attaccare la politica del nostro Paese a proposito dell’invasione dell’Ucraina. Si dirà che dopo le offese di qualche tempo fa a Sergio Mattarella, reo di aver criticato la guerra in stile nazista scatenata contro Kiev — i cui esiti peraltro sono semi fallimentari —, non c’è da stupirsi più di nulla.

Ma la signora insiste con una tenacia degna di miglior causa. Del resto ha di recente indirizzato i suoi strali anche contro questo giornale. Un atto di intimidazione, nelle intenzioni, in realtà un titolo di merito: la prova che a Mosca Repubblica è considerata una testata scomoda e fastidiosa, le cui pagine colpiscono nel segno.

Ma torniamo alla più recente impresa della portavoce. Quali siano i danni che questa figura minore reca al nazionalismo russo che intende rappresentare, ognuno può verificarlo da sé. Deridere un Paese per un infortunio accidentale che colpisce il patrimonio artistico è una meschinità quasi senza paragoni. Legare il crollo della Torre dei Conti, una delle eredità più significative del medioevo romano, al sostegno che l’Italia garantisce all’Ucraina assediata è ancora più miserevole. Augurare infine ulteriori disastri se la politica ucraina dovesse continuare come negli ultimi tre anni supera il livello già acclarato della trivialità.

Al punto che s’impone una domanda, la cui risposta non è poi così misteriosa. È vero che Zakharova giorni fa ha fatto del sarcasmo anche sul furto del Louvre, gonfia di rancore verso la Francia di Macron. Ma, come abbiamo visto, l’obiettivo principale è e resta l’Italia: le sue istituzioni, le sue opere d’arte, un giornale con una tradizione consolidata di rispetto della democrazia, sulla base di regole che certo in Russia sono abbastanza trascurate. Dunque, l’interrogativo è: perché? Perché questo accanimento verso l’Italia, le cui scelte sul conflitto ucraino non sono diverse da quelle di altri Paesi europei?

Si può azzardare una risposta, peraltro più che verosimile. A Mosca Putin e i suoi nutrivano molte aspettative sull’Italia. Può anche darsi che da Roma qualcuno avesse promesso una linea più conciliante dopo l’attacco all’Ucraina. Non sarebbe strano. In un precedente esecutivo, quello cosiddetto giallo-verde di Conte e Salvini, l’amicizia verso la Russia (e la Cina) era un tratto distintivo. Ma poi le cose sono andate in modo diverso.

Pur divisi su infiniti temi, i due maggiori partiti, Fratelli d’Italia e Partito democratico, hanno sull’Ucraina un punto di vista convergente. Né l’uno né l’altro concedono granché a quei segmenti delle rispettive coalizioni in cui la propaganda russa ha fatto progressi e stabilito qualche caposaldo.

Risultato: Zakharova non si dà pace. Il suo tentativo di creare confusione nell’opinione pubblica e riaprire margini di manovra alle correnti politiche amiche — o che il suo governo ritiene ancora amiche come cinque-sei anni fa — prosegue con la stessa ottusità che le forze armate russe dimostrano con i loro attacchi violenti e inconcludenti.

Se questa è la ragione di tanto livore, non c’è che attendere. Quando le bombe un giorno taceranno e a Mosca si renderanno conto di quanto povero sarà stato il bilancio dell’avventura putiniana, allora i canali con l’Italia e con il resto dell’Europa occidentale torneranno a essere preziosi.

Fino ad allora, l’intransigenza è l’unica strada. Anche attraverso la convocazione dell’ambasciatore del Cremlino alla Farnesina, come già accadde quando fu coinvolto in forme inaccettabili il nostro presidente della Repubblica.

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