Intorno alla metà degli anni Sessanta, nella ridente città di Sassari, ero iscritto contemporaneamente alla Federazione giovanile comunista e all’Azione cattolica. Cosa non troppo rara all’epoca. L’assistente spirituale di quest’ultima, don Leonardo Carboni, un sant’uomo, un giorno mi pregò, assai imbarazzato, di parlare con alcuni giovanissimi di questioni legate all’amore e al «fare l’amore» (così allora si definiva l’attività sessuale), beninteso «secondo la visione cristiana».
Io, ancora più impacciato, accettai e così, nella sede dell’associazione Sacro Cuore, ebbi una conversazione con quattro o cinque dodici-tredicenni. Ricordo ancora il disagio che provai nel descrivere, come sapevo e potevo, l’apparato genitale della donna e quello dell’uomo e quali errori commisi a causa della mia ignoranza dell’anatomia femminile; e con quale approssimazione sintetizzai le pagine di L’arte di amare di Erich Fromm, da poco tradotto da Mondadori. E non posso escludere che quella mia “lezione”…
Intorno alla metà degli anni Sessanta, nella ridente città di Sassari, ero iscritto contemporaneamente alla Federazione giovanile comunista e all’Azione cattolica. Cosa non troppo rara all’epoca. L’assistente spirituale di quest’ultima, don Leonardo Carboni, un sant’uomo, un giorno mi pregò, assai imbarazzato, di parlare con alcuni giovanissimi di questioni legate all’amore e al «fare l’amore» (così allora si definiva l’attività sessuale), beninteso «secondo la visione cristiana».
Io, ancora più impacciato, accettai e così, nella sede dell’associazione Sacro Cuore, ebbi una conversazione con quattro o cinque dodici-tredicenni. Ricordo ancora il disagio che provai nel descrivere, come sapevo e potevo, l’apparato genitale della donna e quello dell’uomo e quali errori commisi a causa della mia ignoranza dell’anatomia femminile; e con quale approssimazione sintetizzai le pagine di L’arte di amare di Erich Fromm, da poco tradotto da Mondadori. E non posso escludere che quella mia “lezione” abbia provocato effetti devastanti sul futuro sentimentale e sessuale di quegli innocenti.
Fatto sta che una simile esperienza rimase unica. D’altra parte, nel corso della mia militanza nella Federazione giovanile comunista (un paio d’anni) mi sembra di ricordare che il tema non venne in alcun modo dibattuto, presi come eravamo da questioni che ci apparivano più importanti e non turbati dall’ombra del peccato e della colpa.
Cito tutto questo per dire che la discussione sulle pagine di Repubblica tra Concita De Gregorio e Massimo Recalcati sull’educazione affettiva e sessuale non solo evoca antiche memorie, ma mi appare di grandissimo rilievo: per ciò che i due interlocutori argomentano e perché — come è intuitivo ma giova ribadirlo — «sesso, passioni e sentimenti sono strutture portanti del mondo in cui viviamo» (Guido Viale su Pressenza).
Non riesco, grazie al cielo, a schierarmi nettamente da una parte sola della controversia: e proprio perché cristallizzare le ragioni dell’una e quelle dell’altro in due schieramenti compatti e contrapposti mi sembrerebbe uno sterile esercizio di superficialità intellettuale. In altre parole, condivido tutte le considerazioni di Recalcati sulla «forza anarchica e sempre instabile del desiderio» e sul fatto che ridurre la sessualità a «fenomeno da spiegare, classificare, amministrare» sia un grave errore. E sono ancor più d’accordo sulla necessità che sia l’intera attività di educazione e formazione, svolta dalla scuola, a ispirare «il modo in cui si parla, si ascolta, si guarda l’altro» e «il modo con il quale si riconosce pienamente la differenza dell’altro».
Ma — salta su De Gregorio e io con lei — perché tutto questo non può essere anche parte di una conversazione tra gli studenti e un adulto? Una conversazione dove, magari, si discuta dei femminicidi e del loro contesto o di cosa preveda la legge italiana sul problema cruciale del consenso? Perché mai insomma parlare di questo e, magari, di cosa significhi l’autonomia femminile comporterebbe il rischio di «racchiudere il mistero» del desiderio dentro «categorie fatalmente rigide»?
D’altra parte il discorso sulla educazione sessuale e sentimentale (preferisco chiamarla così), se davvero aspira a incidere sul processo di formazione delle giovani generazioni, non può ignorare il quadro sociologico generale. Dove centinaia di migliaia di studenti vivono situazioni di marginalità sociale e di degrado familiare, in cui può capitare che i modelli domestici siano segnati dalla sopraffazione e dalla violenza, dove la vita emotiva riproduce tabù arcaici e pregiudizi ancestrali. E ciò, lo sappiamo bene, non riguarda solo le aree di disagio economico.
A proposito di questo, la scuola è chiamata a svolgere, e spesso già lo fa grazie al lavoro di tantissimi insegnanti, una funzione illuminista e progressista. Perché mai non dovrebbe farlo, oltre che attraverso comportamenti connotati dal rispetto, anche con parole intelligenti e con discussioni, magari aspre, sugli stereotipi patriarcali tuttora diffusi?
In estrema sintesi, il desiderio come mistero e la sessualità come «esperienza del tutto singolare e incomparabile» (ancora Recalcati), non rischiano alcunché nel caso che siano verbalizzate, tematizzate, persino raccontate e illustrate. Al contrario, una informazione corretta e libera può contribuire a percepirne la profondità e la complessità.
Anche perché, e non va mai dimenticato, l’educazione sentimentale oggi è l’esito della combinazione di molti fattori: da Youporn alla serie televisiva Sex Education, dalla morale sessuale raccomandata dai sacerdoti (ce ne sono ancora tanti e hanno non poco ascolto) agli psicologi dell’età evolutiva, dai genitori con i loro buoni e cattivi esempi alla creator Alessia Merola fino ai cantanti rap e trap.
E, poi, c’è l’imponderabile. Proprio perché siamo convinti, tutti, che il desiderio maschile e quello femminile abbiano a che vedere con l’istinto e con l’inconscio non crediamo affatto che una buona educazione (familiare o scolastica, psicologica o filosofica) sia sufficiente a preservare dalle involuzioni e dalle regressioni e possa disinnescare le pulsioni al dominio e alla violenza. Il che è altra cosa dal rinunciare a contrastarle, quelle pulsioni.