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La nuova crisi tra Cina e Giappone

La premier giapponese Sanae Takaichi (reuters)

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Lo scenario è instabile perché Pechino e Tokyo sono sui fronti opposti della sfida per ridefinire l’ordine di sicurezza internazionale
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Scintille su Taiwan, duelli sulle acque territoriali, boicottaggi commerciali e anche l’abbigliamento come fonte di rivalità: la nuova crisi che scuote l’Estremo Oriente è tra Giappone e Cina, i giganti della regione che si confrontano sulla frontiera del Pacifico contrapponendo gli interessi globali rivali di Washington e Pechino.

Tutto inizia con il primo discorso in Parlamento della nuova premier, Sanae Takaichi, che riferendosi a un possibile attacco di Pechino a Taiwan afferma che «potrebbe portare ad attivare le forze di autodifesa» in ragione dei rischi per la «sicurezza» dovuti al fatto che il Giappone ha un territorio a soli 110 km dall’isola nazionalista cinese.

L’importanza della frase di Takaichi si deve al fatto che se la Costituzione giapponese impedisce il ricorso alla forza per regolare le dispute internazionali una legge approvata nel 2015 dal governo di Shinzo Abe — padre politico della premier — consente di esercitare “l’autodifesa collettiva” in circostanze speci…

Scintille su Taiwan, duelli sulle acque territoriali, boicottaggi commerciali e anche l’abbigliamento come fonte di rivalità: la nuova crisi che scuote l’Estremo Oriente è tra Giappone e Cina, i giganti della regione che si confrontano sulla frontiera del Pacifico contrapponendo gli interessi globali rivali di Washington e Pechino.

Tutto inizia con il primo discorso in Parlamento della nuova premier, Sanae Takaichi, che riferendosi a un possibile attacco di Pechino a Taiwan afferma che «potrebbe portare ad attivare le forze di autodifesa» in ragione dei rischi per la «sicurezza» dovuti al fatto che il Giappone ha un territorio a soli 110 km dall’isola nazionalista cinese.

L’importanza della frase di Takaichi si deve al fatto che se la Costituzione giapponese impedisce il ricorso alla forza per regolare le dispute internazionali una legge approvata nel 2015 dal governo di Shinzo Abe — padre politico della premier — consente di esercitare “l’autodifesa collettiva” in circostanze specifiche, anche se il Paese non è direttamente sotto attacco.

La risposta di Pechino è stata durissima: prima il console a Osaka, Xue Jian, ha minacciato sul social network X di «tagliare un collo sporco senza esitazione» e poi il portavoce del ministero degli Esteri ha ammonito Tokyo a «non mandare segnali sbagliati ai separatisti di Taiwan» ribadendo che l’isola indipendente dal 1949 è destinata a essere «ricongiunta» con la Repubblica popolare.

Una guerra di parole di tale intensità già bastava a scuotere l’Estremo Oriente ma Xi Jinping è passato ai fatti, ordinando ad alcune unità della Guardia costiera di attraversare le acque delle isole Senkaku che il Giappone controlla ma Pechino rivendica con il nome di Diaoyu. «È stato un pattugliamento regolare per difendere i nostri diritti e interessi» ha fatto sapere Pechino, rilanciando una disputa che rientra in quelle che già oppongono la Cina a Filippine, Malaysia, Vietnam e Taiwan disegnando uno scenario di fibrillazioni economiche e militari.

Ristoranti giapponesi a Shanghai, in Cina (reuters)

L’intento di Xi è ottenere dalla premier un passo indietro, con tanto di smentita formale, ma l’esito è stato l’opposto perché i portavoce del governo nipponico hanno replicato: «Non ci saranno ripensamenti». È stato questo il momento nel quale Pechino è andata oltre, cancellando una raffica di eventi culturali, annullando oltre 500mila biglietti aerei commerciali e minacciando tanto il boicottaggio del turismo che lo stop dell’importazione di frutti di mare per un danno economico complessivo che può arrivare a oltre 14 miliardi di dollari annuali.

Se a questo aggiungiamo che il premier Li Qiang si è affrettato a far sapere che non ha alcuna intenzione di incontrare Takaichi al summit del G20 in Sudafrica non è difficile comprendere perché Jeremy Chan, analista di punta sull’Estremo Oriente nell’Eurasia Group di Washington, affermi che «è l’inizio di un lungo inverno fra Cina e Giappone» destinato ad aver ripercussioni globali. Rischiando di portare, ad esempio, la Cina a sospendere l’export del 60 per cento delle terre rare utilizzate dall’hi-tech giapponese per ogni sorta di manifatture avanzate, dalle auto a cellulari e computer. Con conseguenze a pioggia sul mercato internazionale della tecnologia.

Ma non è tutto perché in una regione del mondo segnata, sin dall’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, da un forte nazionalismo ciò che colpisce è l’abbigliamento che l’alto funzionario cinese Liu Jinsong ha scelto di indossare ricevendo un parigrado giapponese in un incontro definito «solenne».

La giacca senza collo con i cinque bottoni in bella vista infatti è comunemente associata con il ricordo della rivolta degli studenti cinesi che nel 1919 sfidarono l’esercito imperiale giapponese in uno scontro che viene insegnato ancora oggi nelle scuole di Pechino come un momento di svolta nel cammino verso la modernità. E, come se non bastasse, al momento della foto finale, Liu Jinsong è rimasto ben distante dall’ospite, tenendo le mani in tasca con un atto voluto per dimostrare carenza di rispetto verso il governo del Sol Levante.

Ciò che più colpisce di questa escalation di parole e azioni è che nessuno dei due governi mostra segnali di volontà di apertura o compromesso, evocando la più recente crisi del 2012 — allora sui territori contesi — quando le relazioni furono di fatto congelate per oltre due anni.

Ma adesso lo scenario è assai più instabile perché Cina e Giappone sono sui fronti opposti della sfida per ridefinire l’ordine di sicurezza internazionale: Pechino è alleata di Mosca nella volontà di dare vita a una grande alleanza multilaterale incentrata sulla convergenza di interessi fra Eurasia e Sud Globale mentre Tokyo condivide con Washington e con la Nato la volontà di un coordinamento sulla sicurezza nello scacchiere dell’Indo-Pacifico.

L’invio negli ultimi due anni di navi militari di Paesi Nato — Italia inclusa — negli Stretti di Taiwan rappresenta proprio l’impegno degli alleati a proteggere non solo la libertà di navigazione ma anche l’indipendenza dell’isola. Il corto circuito sino-giapponese su Taiwan evidenzia dunque qualcosa di assai più vasto: l’accelerazione in Estremo Oriente dell’attrito tra le potenze globali rivali.

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