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Il giornale, il mercato e il Paese

Roma, 12 dicembre: giornalisti di Repubblica supportano il cdr durante l'incontro con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alberto Barachini (ansa)

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Con la vendita entra in gioco il destino di una comunità, che comprende i redattori e i lettori. Questa prova oggi riguarda Repubblica, che ha in sé la forza e la responsabilità del suo futuro. E darà conto ai lettori di ogni passaggio della vicenda
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Ogni giornale è responsabile della propria storia e la scrive da solo, mentre racconta la storia del mondo e le vicende del suo Paese. Gli editori possono essere dei fondatori, all’origine del progetto, dei consanguinei che affrontano l’impresa per affinità culturale, degli imprenditori o dei finanzieri con altri interessi legittimi, che usano i giornali per proteggerli o invece per aggiungere una dimensione civile al loro business, prendendo parte al discorso pubblico.

L’importante è che il rapporto tra il giornale e l’editore sia trasparente, dichiarato, visibile, in modo che il lettore abbia coscienza non solo di ciò che il quotidiano scrive, ma anche di ciò che rappresenta, e di conseguenza possa giudicare la libertà dell’informazione e l’autonomia della redazione. Il lettore, in sostanza, dev’essere consapevole dei poteri che sono in campo e deve poterne misurare il raggio d’azione, il peso d’influenza, la capacità di condizionamento, il rispetto delle regole, il servizio al mest…

Ogni giornale è responsabile della propria storia e la scrive da solo, mentre racconta la storia del mondo e le vicende del suo Paese. Gli editori possono essere dei fondatori, all’origine del progetto, dei consanguinei che affrontano l’impresa per affinità culturale, degli imprenditori o dei finanzieri con altri interessi legittimi, che usano i giornali per proteggerli o invece per aggiungere una dimensione civile al loro business, prendendo parte al discorso pubblico.

L’importante è che il rapporto tra il giornale e l’editore sia trasparente, dichiarato, visibile, in modo che il lettore abbia coscienza non solo di ciò che il quotidiano scrive, ma anche di ciò che rappresenta, e di conseguenza possa giudicare la libertà dell’informazione e l’autonomia della redazione. Il lettore, in sostanza, dev’essere consapevole dei poteri che sono in campo e deve poterne misurare il raggio d’azione, il peso d’influenza, la capacità di condizionamento, il rispetto delle regole, il servizio al mestiere.

Naturalmente alla base di questa trasparenza c’è un patto implicito di fiducia reciproca tra l’editore, il direttore e i giornalisti che danno forma ed espressione al quotidiano: ma il vero patto è con i lettori, che acquistando il giornale all’edicola o sul web non comprano soltanto una quota giornaliera di notizie ma una visione del mondo, una lettura della fase che stanno vivendo, una selezione e un’organizzazione degli eventi secondo un’interpretazione culturale dei fenomeni in corso.

È quel criterio d’interpretazione del reale ciò che lega i lettori, i redattori e il giornale in un mondo a parte con la stessa gerarchia di valori. Attraverso questa lente culturale si realizza l’intelligenza degli avvenimenti, alla base di quel processo di ricostruzione quotidiana della realtà che trasforma il giornale in una macchina della conoscenza, in grado di trasformare a sua volta il lettore in cittadino consapevole, proprio perché informato.

Il web realizza il miracolo dell’informazione senza fine e istantanea, che abbatte lo spazio e supera il tempo, perché in rete sui siti dei giornali tutto è contemporaneo, molto è ubiquo, ogni cosa è istantanea, nella legge del flusso ininterrotto: come nel fiume, contano principalmente due elementi, la capacità di portata e la velocità di percorrenza. Ma il vecchio giornale, fatto di carta, d’inchiostro, di una storia e di qualche buona idea sta sulla riva del flusso, lascia scorrere molti pieces of news e con quelli che trattiene realizza ogni volta una costruzione di fatti, persone e opinioni che rappresenta e spiega la giornata che abbiamo attraversato.

Certamente in questa selezione continua di notizie il giornale agisce con una grande discrezionalità, decidendo autonomamente ciò che conta, perché vale, e dunque dura. Ma in realtà la scelta discrezionale ha una regola, che guida il giornale a trattenere quelle notizie che sono portatrici di significato: e in questa consapevole ricerca di senso sta la ragione morale di questo mestiere, e il segreto della sopravvivenza della carta nell’impero del web. Come ha spiegato Kapuscinski, non è un mestiere per cinici. E, aggiungiamo, non è nemmeno una struttura mimetica come il cinema o la letteratura: il racconto del giornale è rivelatore non solo del mondo, ma di sé.

Questa ricchezza di meccanismi per la decifrazione della realtà, questa sovrapposizione di linguaggi, questa capacità degli strumenti d’informazione di morire e rinascere sotto nuova forma non ha ancora trovato un suo equilibrio stabile di mercato. La carta deperisce, le edicole chiudono, i ragazzi non riconoscono l’informazione come oggetto materiale, abituati come sono ormai a vivere nel virtuale e ad attraversare l’informazione come pulviscolo che avviluppa le nostre vite.

È diventata adulta una generazione universale che gode di un’offerta di pluralismo informativo che non ha precedenti, senza più bisogno di comperare le notizie, perché sono le notizie che vengono a cercarci a casa, a scuola, in ufficio, per strada.

Questo processo inflattivo esalta l’offerta e deprezza l’informazione a cui — come se la qualità non avesse un costo — non viene più riconosciuto un valore economico, visto che può essere sbocconcellata gratuitamente sui social. Ma così si smarrisce il valore cognitivo che c’è nel ridisegno della giornata attraverso l’organizzazione delle notizie che dà forma al quotidiano, accontentandosi di surfare sulla loro superficie: quasi si potesse vivere di aperitivi (anzi, di apericena, come dice una delle più brutte parole dell’epoca), senza mai un pasto completo.

In un mercato sconnesso e instabile, così come cambiano il peso e il reddito dell’informazione può cambiare anche la vocazione dell’editore, insieme con la priorità del suo business. È perfettamente legittimo, l’editoria non è un vincolo sacramentale, e ognuno è arbitro dei propri interessi. Ma è legittimo anche qualcos’altro, e cioè la considerazione della natura specifica del prodotto-giornale, che deriva da tutto ciò che abbiamo detto.

Se questa natura, o anima, o carattere del quotidiano è davvero il nucleo del rapporto che lo lega al lettore, allora nel mercato — quando l’editore cede l’azienda — va individuata una soluzione coerente con quel vincolo culturale per riprodurlo adattandolo ai tempi. Distinguendo finalmente tra chi usa i giornali come strumento per proteggere o coprire gli affari, e chi invece li frequenta per mestiere, credendo nella loro funzione autonoma.

Tutto questo alla luce del sole, per cortesia, visto che la trasparenza è il primo comandamento di un’editoria credibile. Perché con la vendita dell’impresa-giornale entra in gioco il destino di una comunità, che comprende a pari titolo i redattori e i lettori: i cui interessi non sono in contraddizione con l’interesse di un editore, se è pronto a testimoniare la forza e il valore di una storia fondata su un’identità.

Questa prova oggi riguarda Repubblica, che ha in sé la forza e la responsabilità del suo futuro, e darà conto ai lettori di ogni passaggio della vicenda, in modo che possano viverla e giudicarla: perché, appunto, un giornale fa parte della vita di un Paese, non della sua rappresentazione.

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