È grave la cancellazione di Opzione donna. È un arretramento nelle politiche di riconoscimento del lavoro di cura prodotto dalle donne. Non crea maggiore equità, non corregge distorsioni: le aggrava. Lascia le donne senza strumenti, senza vie di uscita, quando il carico complessivo — lavoro retribuito e lavoro non retribuito — diventa insostenibile.
Opzione donna non è mai stata una conquista piena. Era una scelta forzata per le donne, pagata a caro prezzo, con assegni pensionistici fortemente penalizzati con il ricalcolo solo con il contributivo. Ma era una possibilità in caso di difficoltà. Oggi anche quella possibilità viene tolta, senza che nulla venga messo in campo al suo posto. E non è che in parallelo si evidenzino chissà quali investimenti per alleggerire il carico di lavoro familiare sulle spalle delle donne.
Il messaggio politico è la cancellazione di un diritto, imperfetto sì, senza che venga costruita alcuna alternativa. È grave, perché si inserisce in un quadro di prof…
È grave la cancellazione di Opzione donna. È un arretramento nelle politiche di riconoscimento del lavoro di cura prodotto dalle donne. Non crea maggiore equità, non corregge distorsioni: le aggrava. Lascia le donne senza strumenti, senza vie di uscita, quando il carico complessivo — lavoro retribuito e lavoro non retribuito — diventa insostenibile.
Opzione donna non è mai stata una conquista piena. Era una scelta forzata per le donne, pagata a caro prezzo, con assegni pensionistici fortemente penalizzati con il ricalcolo solo con il contributivo. Ma era una possibilità in caso di difficoltà. Oggi anche quella possibilità viene tolta, senza che nulla venga messo in campo al suo posto. E non è che in parallelo si evidenzino chissà quali investimenti per alleggerire il carico di lavoro familiare sulle spalle delle donne.
Il messaggio politico è la cancellazione di un diritto, imperfetto sì, senza che venga costruita alcuna alternativa. È grave, perché si inserisce in un quadro di profonde disuguaglianze di genere nel sistema pensionistico. Le donne percepiscono pensioni significativamente più basse degli uomini. Le pensioni di anzianità e di invalidità sono inferiori rispettivamente del 25,5% e 32%, mentre per la vecchiaia il gap raggiunge addirittura il 44,1%. E questo perché le donne guadagnano meno nel corso della vita, lavorano in condizioni più precarie, ricorrono di più al part-time, interrompono il lavoro molto spesso per supplire alle carenze dello Stato, fanno meno carriera e sono per lo più inserite in settori a più bassa retribuzione.
È l’effetto diretto di un mercato del lavoro che le discrimina (soprattutto se hanno figli), di investimenti insufficienti nei servizi educativi per la prima infanzia, nell’assistenza agli anziani e ai disabili, di congedi parentali mal retribuiti e di congedi di paternità ancora lontani dall’essere realmente paritari. Siamo ancora al 30% di bimbi che vanno al nido quando l’obiettivo europeo era 33% per il 2010; la legge 328 del 2000 sull’assistenza non è stata mai applicata; la legge sulla non autosufficienza è stata varata ma non finanziata. Tanto ci sono le donne che ci pensano!
La soppressione di Opzione donna è grave anche perché avevamo alle spalle l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, che era stato presentato come un atto di uguaglianza formale. Si è chiesto alle donne di lavorare più a lungo, come se le condizioni di partenza fossero identiche a quelle degli uomini. Come se il lavoro di cura fosse una questione privata e non un pilastro dell’economia.
Quell’innalzamento ha prodotto risparmi enormi per le casse pubbliche, un vero e proprio “tesoretto”. Quelle risorse “liberate” potevano essere utilizzate per correggere le disuguaglianze di genere, per valorizzare i periodi di cura, per potenziare i servizi per la prima infanzia, di assistenza ad anziani e disabili. Nulla di tutto questo è avvenuto. Quelle risorse non sono mai tornate a chi ha pagato il prezzo più alto per quelle misure. E oggi si toglie anche Opzione donna.
Ma si era capito che ciò sarebbe successo già dalle misure adottate negli anni precedenti da questo stesso governo. Da misura riservata alle donne con certi requisiti contributivi e anagrafici era diventata, già con la finanziaria 2023, una misura riservata a ristrette categorie in difficoltà. Questi requisiti più stringenti avevano determinato un crollo drastico delle pensioni liquidate con Opzione donna: da 21.300 nel 2021 a 4.784 nel 2024. Un dato che parla da solo.
Migliaia di donne sono state escluse, anche quelle che avrebbero avuto maggiore necessità di uno strumento di flessibilità per assistere un familiare con disabilità o per far fronte a situazioni di fragilità personale. La selettività introdotta non ha corretto le ingiustizie: ha semplicemente ristretto l’accesso, trasformando una misura già limitata in uno strumento per poche. Il passo verso l’eliminazione era breve.
Il messaggio politico è inequivocabile: il lavoro di cura non retribuito delle donne continua a non esistere per le politiche pubbliche. Eppure è sulle spalle delle donne che grava in modo sproporzionato la gestione quotidiana di figli, anziani, disabili, persone non autosufficienti. Un lavoro essenziale al funzionamento della società e dell’economia è completamente invisibile nei conti previdenziali. Eliminare Opzione donna senza dare vie d’uscita significa ribadire che questo lavoro non ha valore economico, non ha valore sociale, non genera diritti.
Un Paese che si regge sul lavoro non retribuito delle donne non può negare al momento della pensione qualsiasi forma di flessibilità in uscita. È una scelta politica che scarica interamente sulle donne il costo della riproduzione sociale. È come dire che il loro tempo vale meno, che il lavoro di cura è una questione privata, che la disuguaglianza è un costo accettabile.
In questo senso l’eliminazione di Opzione donna è una scelta politica e culturale che penalizza le donne. Ma un Paese che considera sempre le donne sacrificabili non è solo ingiusto, è fragile, miope e incapace di futuro. Spiace che alla prima donna approdata a governarlo ciò sfugga.