Si è di nuovo parlato in questi giorni delle vicende dei bambini del bosco che come è noto vivono con la madre in una comunità educativa in seguito al provvedimento del tribunale. Il ricorso dei genitori per ottenere il ricongiungimento familiare è stato respinto dalla Corte d’appello che ha dato un parere negativo pur riconoscendo che si sono verificati nell’ultimo periodo cambiamenti negli atteggiamenti dei genitori, meno trincerati nelle loro posizioni e più collaborativi nel ricercare un compromesso.
Anche i bambini, perlomeno da quello che si legge sui giornali, stanno in parte recuperando le carenze che si erano accumulate soprattutto sul piano dell’apprendimento scolastico, familiarizzando con altri coetanei e adattandosi all’ambiente di comunità, molto diverso dalla vita che conducevano nel bosco.
Questa vicenda solleva molti interrogativi sulle scelte decisionali dei genitori ma anche sui limiti della loro discrezionalità educativa, dal momento che le istituzioni scolastich…
Si è di nuovo parlato in questi giorni delle vicende dei bambini del bosco che come è noto vivono con la madre in una comunità educativa in seguito al provvedimento del tribunale. Il ricorso dei genitori per ottenere il ricongiungimento familiare è stato respinto dalla Corte d’appello che ha dato un parere negativo pur riconoscendo che si sono verificati nell’ultimo periodo cambiamenti negli atteggiamenti dei genitori, meno trincerati nelle loro posizioni e più collaborativi nel ricercare un compromesso.
Anche i bambini, perlomeno da quello che si legge sui giornali, stanno in parte recuperando le carenze che si erano accumulate soprattutto sul piano dell’apprendimento scolastico, familiarizzando con altri coetanei e adattandosi all’ambiente di comunità, molto diverso dalla vita che conducevano nel bosco.
Questa vicenda solleva molti interrogativi sulle scelte decisionali dei genitori ma anche sui limiti della loro discrezionalità educativa, dal momento che le istituzioni scolastiche e assistenziali hanno importanti responsabilità e lo Stato vuole garantire i diritti dell’infanzia sanciti dalla Convenzione dell’Onu approvata nel 1989.
Va riconosciuto che questi bambini hanno avuto l’affetto di entrambi i genitori che si sono occupati di loro a tempo pieno e allo stesso tempo hanno potuto vivere in un ambiente dove hanno fatto esperienze stimolanti a contatto con la natura, che hanno impegnato le loro capacità mentali esecutive nella gestione della loro sopravvivenza quotidiana.
La vita spartana che hanno condotto è stata un’opportunità di esperienze concrete se confrontata con quella virtuale dei bambini di città che passano molto tempo attaccati ai video e agli smartphone. Addirittura l’ho potuto constatare recentemente vedendo una madre che camminava con il figlio di circa un anno nel passeggino ipnotizzato dal telefono che era stato piazzato davanti a lui.
Per tornare ai bambini nel bosco, hanno avuto purtroppo in questi anni gravi carenze di stimoli e di esperienze legate alle rigide convinzioni ideologiche dei genitori. L’ambiente in cui sono vissuti sicuramente non era adeguato a bambini di sei e otto anni sul piano igienico, sul piano dei comfort ambientali e del cibo poco idoneo ai loro bisogni fisici.
Ma la deprivazione maggiore è stata quella di non frequentare la scuola, che consente di conoscere e condividere quotidianamente attività, giochi e interessi con altri bambini e allo stesso tempo apprendere la lettura, la scrittura, il ragionamento matematico e le nozioni sociali e culturali, incontrando altri adulti differenti dai genitori e ampliando la propria visione del mondo.
Ugualmente non hanno avuto i normali controlli sanitari che possono garantire uno sviluppo corporeo sano, mettendo anche in atto tutte le misure per evitare la comparsa di malattie. Si è trattata di una grave trascuratezza e deprivazione letteralmente ignorata dai genitori senza alcuna consapevolezza. Per fortuna la plasticità mentale e cerebrale tipica dell’infanzia lascia ancora finestre di opportunità ben note in campo psicologico che si stanno riaprendo con l’attuale intervento educativo.
È vero che i genitori dei bambini del bosco si sono dedicati completamente ai figli ma con un legame di attaccamento troppo coinvolgente che non ha favorito altre esperienze necessarie per il loro sviluppo psicologico. Non va sottaciuto il grave limite educativo legato al radicalismo ideologico, alla rigidità e alla diffidenza di carattere che li ha spinti a rifiutare la scuola, la medicina, le opportunità del mondo attuale sognando un ritorno utopico alla vita naturale.
Ogni genitore ha le sue convinzioni, i suoi pregiudizi e le sue avversioni che influenzano le scelte educative e questo è accettabile fino a che non lede lo sviluppo dei figli, interferendo con i loro bisogni e i loro diritti. È quello che si può a volte verificare con i genitori Sinti oppure con quelli mafiosi e camorristi che inducono i figli a divenire corrieri della droga. In queste situazioni è più che legittimo, addirittura auspicabile, l’intervento dello Stato che deve garantire lo sviluppo delle potenzialità e della personalità di ogni cittadino, soprattutto in età infantile.
Per tornare al rigetto del ricorso dei genitori da parte della Corte d’appello, ci si può allo stesso tempo interrogare su quanto la permanenza dei bambini nella comunità possa delegittimare ai loro occhi le figure dei genitori e interferire negativamente nelle relazioni affettive con la madre e soprattutto con il padre.
Oggi si tratta di monitorare attentamente la situazione valutando le loro competenze genitoriali e la loro personalità, come è stato richiesto dal tribunale per i minorenni dell’Aquila, e osservare i comportamenti e i progressi dei bambini prima di procedere al ricongiungimento familiare, che sia in ogni caso accompagnato dalla presenza continuativa di una figura educativa competente, garantendo altresì l’immediato inserimento scolastico dei figli.