Hannoun, il bambino e l’acqua sporca
di Luigi ManconiL’abusatissimo detto che invita a non buttare il bambino con l’acqua sporca forse può tornare utile per formulare una valutazione non meschina sull’inchiesta relativa ai fondi che sarebbero finiti nelle casse di Hamas. Lo spettacolo allestito in queste ore dalla destra politico-mediatica è indecente e l’acqua sporca dei finanziamenti presumibilmente indirizzati a una organizzazione terroristica vorrebbe cancellare la realtà crudele dei bambini di Gaza trucidati, mutilati e affamati e le responsabilità del governo e dell’esercito israeliani in quella carneficina.
Per un verso si tenta di assimilare un grande sentimento e un grande movimento di popolo alle milizie di Hamas; per l’altro verso si vorrebbe chiamare in correità alcuni esponenti della sinistra a causa di qualche foto dove Laura Boldrini e Nicola Fratoianni sono ripresi insieme al principale indagato dell’inchiesta.
Chiunque faccia politica sa bene che istantanee “pericolose” sono tra i rischi del mestiere: e dunque sarebbe…
L’abusatissimo detto che invita a non buttare il bambino con l’acqua sporca forse può tornare utile per formulare una valutazione non meschina sull’inchiesta relativa ai fondi che sarebbero finiti nelle casse di Hamas. Lo spettacolo allestito in queste ore dalla destra politico-mediatica è indecente e l’acqua sporca dei finanziamenti presumibilmente indirizzati a una organizzazione terroristica vorrebbe cancellare la realtà crudele dei bambini di Gaza trucidati, mutilati e affamati e le responsabilità del governo e dell’esercito israeliani in quella carneficina.
Per un verso si tenta di assimilare un grande sentimento e un grande movimento di popolo alle milizie di Hamas; per l’altro verso si vorrebbe chiamare in correità alcuni esponenti della sinistra a causa di qualche foto dove Laura Boldrini e Nicola Fratoianni sono ripresi insieme al principale indagato dell’inchiesta.
Chiunque faccia politica sa bene che istantanee “pericolose” sono tra i rischi del mestiere: e dunque sarebbe sciocco accusare Matteo Salvini di traffico di sostanze stupefacenti per quello scatto che lo ritrae abbracciato a un capo del tifo organizzato già condannato per quel reato. Ma, in realtà, le implicazioni giudiziarie non sono le più rilevanti di questa vicenda.
C’è una dimensione politica assai significativa che proprio l’osceno e futile clamore sollevato dalla destra rischia di occultare, inducendo la sinistra a una postura esclusivamente difensiva. Sarebbe un grave errore. Come ha scritto Gad Lerner il fatto che una componente dell’associazionismo islamico radicato in Italia abbia da sempre legami organici con Hamas è la scoperta dell’acqua calda.
Dunque, non sono necessarie, anzi, hanno un effetto inquinante le invettive sguaiate e sgraziate di Donzelli & Gasparri per evidenziare il fatto che a sinistra c’è un problema. E, chiariamolo subito, non sono in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano. Anzi, l’una e l’altra, saranno tanto più limpidamente nette quanto più sarà sciolta ogni ambiguità verso il terrorismo di Hamas e degli altri gruppi jihadisti. Cosa che è ancora lontana dal realizzarsi.
Una parte non irrilevante della sinistra ma anche del mondo democratico e progressista, comprese le componenti più pacifiche, sembra condizionata tuttora dal paradigma “compagni che sbagliano”. Dall’idea, cioè, che il terrorismo sia un metodo, una tecnica di azione, una tattica, valutabili secondo parametri di utilità e di efficacia, ovvero qualcosa di giudicabile in base a criteri di opportunità, di rapporti di forza, e di relazione tra costi e benefici. Si tratta della lettura vetusta di un fenomeno che si è andato modificando nel corso del tempo e che ha assunto ormai l’autonomia di una strategia bellica globale.
In altre parole, oggi il terrorismo islamista non è un mezzo giustificabile da fini di emancipazione e di liberazione, ma si è trasformato in un fine, in un sistema di guerra e in una organizzazione sociale e statuale. Questo è stato l’Isis e questa è tutt’ora l’organizzazione politico-militare di Hamas. Che cosa ha a che fare un simile apparato burocratico e dispotico con i bisogni, i diritti e le aspirazioni dei palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, dei campi profughi e della diaspora?
Cosa può derivare loro di buono dalla pratica del terrore contro i civili e dal pogrom antisemita del 7 ottobre? Capisco che per le vittime e gli inermi, per chi è profugo da decenni, per chi ha dovuto abbandonare la propria casa e, poi, abbandonarla di nuovo e abbandonarla una volta ancora, distinguere tra l’autodifesa legittima e le azioni efferate possa essere difficile, ma per noi?
Mi è capitato di sentire una raffinata intellettuale, già amica, accostare il nome e le gesta di Sandro Pertini alla strage del 7 ottobre; e più volte, a sinistra, ridimensionare quest’ultima barbarie in base alla considerazione che «i palestinesi uccisi sono cinquanta volte di più».
Si deve comprendere e affermare in ogni circostanza che la strada da battere per realizzare lo Stato di Palestina non è solo diversa ma anche totalmente alternativa rispetto a quella perseguita da Hamas. E questo deve risultare chiarissimo in ogni manifestazione, in ogni assemblea, in ogni talk show, in ogni messaggio e in ogni dichiarazione. Qualunque ambiguità da parte nostra costituisce un tradimento della causa palestinese.
Ma questa vicenda è anche l’ennesima conferma del garantismo straccione della destra, che non si interroga per un solo istante sulle possibili criticità dell’inchiesta. L’indagine appare molto seria, ma come tutti gli atti della giustizia umana, fallibile. Va considerato, infatti, che una parte della materia probatoria proviene da una fonte tutt’altro che imparziale, come le istituzioni israeliane. Non solo.
Secondo l’opinione di una persona competente come il docente di Procedura penale e promotore di Giustizia dello Stato Vaticano, Alessandro Diddi, intervistato dal Messaggero, ci si deve interrogare sulla «riconducibilità di chi ha ricevuto questi finanziamenti a organismi che abbiano effettuato attività legate al terrorismo» e «trattandosi di un reato associativo, un terrorista perché sia definibile tale deve aver svolto attività concrete di terrorismo». Ecco che una vicenda trattata dalla destra politico-mediatica come pezza da piedi per esercitazioni di propaganda ostile, si rivela ricca di lezioni istruttive.