Le modalità di approvazione della legge di bilancio, che hanno visto il Parlamento non certo in posizione centrale, sono il sintomo di una marginalizzazione delle Camere che, su questo punto, risale al 2018, al primo governo Conte. L’anno dopo fu proprio Meloni, del piccolo gruppo Fratelli d’Italia, a protestare vibratamente contro una prassi che continuava. E che da oramai otto anni è la medesima: concitata gestione governativa della legge, sua riscrittura radicale per soddisfare soprattutto le richieste interne alla maggioranza, approvazione (con brevissima discussione in una sola Camera) sotto la costrizione dei tempi e della fiducia.
La malattia di cui queste vicende sono sintomo è la crisi della democrazia parlamentare, l’architettura dei poteri disegnata dalla Costituzione. È nel Parlamento, nella discussione e nel confronto anche aspro, che si formano la volontà politica della nazione e lo stesso governo. E l’anima del Parlamento sono stati i partiti, che hanno portato dentro l…
Le modalità di approvazione della legge di bilancio, che hanno visto il Parlamento non certo in posizione centrale, sono il sintomo di una marginalizzazione delle Camere che, su questo punto, risale al 2018, al primo governo Conte. L’anno dopo fu proprio Meloni, del piccolo gruppo Fratelli d’Italia, a protestare vibratamente contro una prassi che continuava. E che da oramai otto anni è la medesima: concitata gestione governativa della legge, sua riscrittura radicale per soddisfare soprattutto le richieste interne alla maggioranza, approvazione (con brevissima discussione in una sola Camera) sotto la costrizione dei tempi e della fiducia.
La malattia di cui queste vicende sono sintomo è la crisi della democrazia parlamentare, l’architettura dei poteri disegnata dalla Costituzione. È nel Parlamento, nella discussione e nel confronto anche aspro, che si formano la volontà politica della nazione e lo stesso governo. E l’anima del Parlamento sono stati i partiti, che hanno portato dentro le istituzioni i conflitti, i problemi e le speranze delle diverse parti della società che le loro culture politiche rappresentavano. Nel Parlamento coesisteva l’unità della nazione con la pluralità delle differenze che la percorrono.
Ancora più a monte il collante dell’intero sistema democratico era la serietà della politica, praticata dai ceti politici e dagli stessi cittadini, il cui consenso alla democrazia era misurabile dall’affluenza alle urne, altissima per tutta la Prima Repubblica. Durante la quale, per quanto non mancassero le accuse di “partitocrazia”, nessuno più attaccava il Parlamento con la virulenza dei critici di destra e di sinistra estrema dell’età prefascista, e nessuno definiva Montecitorio «un’aula sorda e grigia».
Mani pulite ha sanzionato la sopravvenuta crisi della vitalità dei partiti. Nuovamente oggetto di attacchi populistici e antipolitici, il Parlamento (da aprire come «una scatoletta di tonno») divenne il simbolo del privilegio di una casta insopportabile — e infatti in seguito la si è potuta mutilare numericamente tra il consenso generale. La fiducia andava a chi, come Berlusconi, delegittimava «il teatrino della politica», in un contesto economico che favoriva la frammentazione individualistica della società e bollava i partiti come macchine di corruzione.
È da allora che la volontà del popolo si esprime in semplificazioni, polarizzazioni e adesioni a leader al cui servizio stanno i nuovi partiti. Il consenso è sempre meno filtrato dalle culture politiche e sempre più affidato alla brutalità degli interessi e a slogan superficiali. Omaggi verbali al Parlamento vengono ancora fatti — più dall’opposizione che dalla maggioranza — ma la sostanza del potere sta nel vertice governativo, che aggiusta le leggi in seguito non al dibattito in Aula ma alle pressioni degli alleati.
Questa trasformazione, all’interno della quale si iscrive anche la vicenda della legge di bilancio, lascia indietro, nella malcelata indifferenza dei nuovi partiti, larghe fasce di cittadini che non si sentono rappresentati. Intanto alla democrazia parlamentare si sta sostituendo una logica d’investitura e di affidamento.
Il passaggio al premierato sanzionerebbe la preminenza del circuito leader-cittadini sul circuito partiti-Parlamento. Tuttavia procedere in questa direzione è infido, disfunzionale: è più semplice riformare il sistema elettorale verso un proporzionale puro — con alta soglia di sbarramento, premio di maggioranza e nome del candidato premier sulla scheda — che consegni al leader vittorioso due poteri dello Stato, Parlamento e governo. Con la riforma della magistratura, fanno due poteri e mezzo.
Fermare questo dispositivo verticalizzante — attraverso il quale passa un’interpretazione sostanzialmente autoritaria della democrazia — non è facile. Sono necessari partiti che credano nella politica e che siano a loro volta tanto credibili da convincere i cittadini non solo della propria serietà ma anche del fatto che in un Parlamento centrale e legittimato si manifesta la fiducia che un popolo ha non in questo o in quel capo ma in sé stesso.