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Disarmare le parole contro la violenza

In ricordo di Youssef Abanoub (ansa)

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Disarmare le parole. Potremmo cominciare da qui. Farlo richiede concentrazione, autocontrollo e costanza ma rispetto ai metal detector nelle scuole, di cui poi parliamo, è un processo che presenta alcuni vantaggi. Costa meno, si può cominciare subito, adesso, è alla portata di tutti. Ciascuno può fare la sua parte nella vita di ogni giorno e per una volta la parte di ciascuno può fare la differenza per tutti. Non so se avete mai cantato in un coro, o ne avete ascoltato uno con attenzione. Le voci si intonano naturalmente, poco a poco, a quella più intonata: non è necessariamente la più sonora, anzi a volte è sottile. È quella che esprime la bellezza. Quando invece le voci si intonato alla più forte, quella che domina, è perché non trovano l’altra a cui accordarsi. Leggevo ieri i titoli dei giornali di destra, a proposito della violenza fra ragazzi. Ogni parola uno sfregio, un’irrisione, una caricatura offensiva, un’accusa arbitraria, un insulto. È così ogni giorno, da anni. Nei giorna…

Disarmare le parole. Potremmo cominciare da qui. Farlo richiede concentrazione, autocontrollo e costanza ma rispetto ai metal detector nelle scuole, di cui poi parliamo, è un processo che presenta alcuni vantaggi. Costa meno, si può cominciare subito, adesso, è alla portata di tutti. Ciascuno può fare la sua parte nella vita di ogni giorno e per una volta la parte di ciascuno può fare la differenza per tutti. Non so se avete mai cantato in un coro, o ne avete ascoltato uno con attenzione. Le voci si intonano naturalmente, poco a poco, a quella più intonata: non è necessariamente la più sonora, anzi a volte è sottile. È quella che esprime la bellezza. Quando invece le voci si intonato alla più forte, quella che domina, è perché non trovano l’altra a cui accordarsi. Leggevo ieri i titoli dei giornali di destra, a proposito della violenza fra ragazzi. Ogni parola uno sfregio, un’irrisione, una caricatura offensiva, un’accusa arbitraria, un insulto. È così ogni giorno, da anni. Nei giornali e in tv, sui canali social dei leader politici e dei loro devoti luogotenenti. In quei titoli c’è la voce dominante, che rispecchia e a cui si intonano le moltitudini: siamo la maggioranza, non vedete? Avete perso, e qui un altro insulto.

Leggevo poi la magnifica intervista di Dario Olivero ad Alejandro Jodorowsky, uno degli ultimi illuminati del tempo di prima. Un superstite del mondo per il quale siamo stati educati a vivere, mondo che ci è poi scomparso fra le mani. Non è possibile sintetizzarla, leggetela. Un paio di passaggi. “Vogliamo il cambiamento ma non sappiamo quale. Bisogna essere amabili con sé stessi. Andare incontro a tutto”. “Quello che vediamo può apparire come una disintegrazione, invece porta a una grande apertura. Dovremmo provare una grande tenerezza per la ricerca portata avanti dalle giovani generazioni. Stanno aprendo nuove vie”. Quali vie, però.

Ogni tempo produce i suoi anticorpi, lo dicevamo ieri, ma gli anticorpi di questo tempo scuro tardano a manifestarsi se non per sporadici fenomeni, sempre salutati come miracoli. Un Mamdani, una manifestazione di piazza moltitudinaria, una voce nuova che incredibilmente, diversa dalle altre e solitaria, riesce a farsi sentire. Restano eccezioni, dove vige la regola del più forte, arrogante e aggressivo.

I coltelli armano le mani dei ragazzi dopo che altre lame hanno armato il loro modo di pensare e di agire. Su questo non ci sono dubbi. Le parole vengono prima. Sono ciò che ci definisce come esseri umani, ci distinguono da ogni altra specie vivente, e sono la prima cosa che impariamo. Sillabe, suoni, parole. Le parole con cui cresciamo costruiscono il nostro mondo, a ogni latitudine diverso. Le filastrocche, le favole, le parabole, le canzoni, le conversazioni dei genitori in cucina, poi la scuola, le parole degli altri, poi la Rete, le parole del mondo. Immagini e parole.

Ieri hanno parlato in tanti, sugli accoltellamenti fra adolescenti. La giudice dei minori, il prete, la politica, l’intellettuale, l’insegnante, il medico specialista. Gli adulti di riferimento, ipotetici modelli se solo un sedicenne avesse idea di chi siano. Fatta eccezione per i propri insegnanti, non lo sanno. Quindi ci parliamo fra di noi e va bene, è già qualcosa, proviamo almeno a individuare una rotta comune. Del resto siamo noi, gli adulti, ad aver costruito il mondo che consegniamo ai nostri figli. La violenza un neonato non la porta in dote nel transito: la conosce dal momento in cui nasce. I telefoni non si trovano in sala parto. Siamo noi che glieli diamo, noi che ci stiamo attaccati tutto il giorno: non sono i bimbi di due anni a fare le dirette su TikTok, sono i loro genitori. In classe, anche gli insegnanti non portano il telefono? Non lo so, domando.

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Gli adulti di riferimento, dicevo, (sto parlando di quelli che non insultano. La minoranza derisa ma per fortuna ostinata) concordano nelle analisi. La violenza epidemica non si risolve con la repressione. Anzi, la repressione può persino esacerbarla, nella sfida. I ministri del Merito pensano che sia buona cosa trasformare la scuola nel luogo che premia le prestazioni, i risultati dei test a crocette. È già successo. Guai a parlare di confronto, di dialogo, di ascolto fra culture. Guai serissimi a nominare l’educazione affettiva e sessuale, già solo la parola sessuale li imbarazza: sono già tutti educatissimi i ragazzi non vedete? Sono educati dalle brave famiglie italiane.

Non è più nemmeno una questione di classi sociali. A Caivano non basta il decreto, dice la pm, se non ci sono politiche sociali e formative. Ma le liste degli stupri nei bagni sono ovunque, nelle scuole dei quartieri alti come in quelli delle periferie. E gli stupri avvengono nelle ville al mare di mamma e papà, nei superattici come nei vicoli dei sobborghi. Non è questione di etnia: i ragazzi di prima seconda o terza generazione e i nativi con albero genealogico che risale agli etruschi si equivalgono, nei fatti e nelle cronache. Crescono sui siti porno, abusano di Viagra dall’adolescenza — dice il medico. Hanno il culto della prestazione e del dominio. I genitori non li conoscono, non li capiscono: non è possibile, dicono sempre dopo i fatti. C’è un’epidemia conclamata e ignorata di disagio psichico, dice la specialista. Soffrono di ansia, insonnia, depressione, deficit di attenzione, disturbi alimentari, sono pieni di rabbia e di dolore. Si misurano solo sul consenso che riescono ad ottenere. La violenza è sempre la risposta più facile, la sconfitta delle altre. Non serve repressione, serve educazione — dice il prete. Se il loro dolore supera il rischio che corrono inasprire le pene è inutile. Alzare l’asticella della sfida è, anzi, nuova adrenalina. Trasformare le scuole in gate di aeroporti, con i metal detector e le perquisizioni, non significa cambiare questa idea di mondo ma confermarla. In un paese dove mancano le aule e la carta, a scuola, poi.

La strada è più lunga e faticosa ma più semplice, al contempo. Sono le cattive parole, i ricatti e le minacce quello che si dovrebbe considerare inammissibile. Disarmare le parole è l’unica rivoluzione possibile nel tempo dell’arroganza e del dominio. Un mondo in cui del resto il campione del più grande paese democratico fa quello che gli viene in mente la mattina, con le buone o con le cattive. E tutti a dire ma no, non lo farà. Sono solo parole.

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