Dalla battaglia di Yorktown ai duelli De Gaulle-Eisenhower, fino ai messaggi di Macron svelati da Trump: i 250 anni di relazioni fra Francia e Stati Uniti descrivono un’alternanza di amore e rivalità, unica fra le democrazie. Subito dopo l’indipendenza americana del 1776, la Francia riconosce per prima la giovane Repubblica, sostenendola contro Londra: a Yorktown la flotta dell’ammiraglio de Grasse è decisiva e trasforma Parigi nel “primo alleato degli Usa” come ogni presidente Usa, da Franklin D. Roosevelt a Joe Biden ripete. Ma l’alleanza si incrina presto: George Washington decide la neutralità nei conflitti Francia-Inghilterra e all’inizio del 1800 la sfiducia diventa rivalità. Come evidenzia la Conferenza di Versailles, alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando il presidente Wilson vuole una Germania “sconfitta ma reintegrabile” mentre Clemenceau ottiene la pace che punisce Berlino. Il disaccordo indebolisce la Società delle Nazioni — nella quale Washington non entra — e torn…
Dalla battaglia di Yorktown ai duelli De Gaulle-Eisenhower, fino ai messaggi di Macron svelati da Trump: i 250 anni di relazioni fra Francia e Stati Uniti descrivono un’alternanza di amore e rivalità, unica fra le democrazie. Subito dopo l’indipendenza americana del 1776, la Francia riconosce per prima la giovane Repubblica, sostenendola contro Londra: a Yorktown la flotta dell’ammiraglio de Grasse è decisiva e trasforma Parigi nel “primo alleato degli Usa” come ogni presidente Usa, da Franklin D. Roosevelt a Joe Biden ripete. Ma l’alleanza si incrina presto: George Washington decide la neutralità nei conflitti Francia-Inghilterra e all’inizio del 1800 la sfiducia diventa rivalità. Come evidenzia la Conferenza di Versailles, alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando il presidente Wilson vuole una Germania “sconfitta ma reintegrabile” mentre Clemenceau ottiene la pace che punisce Berlino. Il disaccordo indebolisce la Società delle Nazioni — nella quale Washington non entra — e torna a ripetersi nel giugno del 1944 quando gli alleati di Eisenhower sbarcano in Normandia per liberare l’Europa dal nazifascismo ma devono vedersela anche con il carattere del generale De Gaulle che, simbolo della resistenza, si oppone ai piani di Montgomery e riesce ad ottenere di entrare per primo a Parigi, e dunque — facendo dimenticare il collaborazionismo Vichy — di essere fra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale con tanto di potere di veto nel Consiglio di Sicurezza all’Onu.
Per avere un’idea della rivalità fra De Gaulle ed Eisenhower basti pensare che subito dopo la resa tedesca il primo vuole annettersi la Valle d’Aosta ma il secondo ordina a un reparto Usa di raggiungerla in fretta per mantenerla in Italia. A De Gaulle la guida Usa della Nato sta stretta e nel 1966 esce dal comando militare affermando la “sovranità strategica” di Parigi avvalorata dal possesso dell’atomica e dall’ambizione di rivaleggiare ovunque con Washington: dall’Africa al Medioriente fino ai rapporti con l’Urss.
Il duello non è solo politico, entra nelle viscere dei due Paesi: se Alexis de Tocqueville con Democrazia in America celebra la culla dei diritti oltre un secolo dopo il filosofo Regis Debray con Come siamo diventati tutti americani evidenzia le divergenze di valori perché gli Usa premiano l’individualismo mentre in Francia è più forte il ruolo dello Stato. È un match a tutto campo: Parigi non traduce i film di Hollywood, oppone la gastronomia ai fast food, il francese all’inglese, la filosofia a Netflix, la laicità alla religione universale. Anche se poi, nell’immaginario americano Parigi incarnare sempre l’Europa come in quello francese New York rappresenta il mondo.
È il dissenso sulla guerra in Iraq di George W. Bush a segnare nel 2003 il punto più basso dei rapporti: Jacques Chirac che aveva sostenuto l’America dopo l’11 settembre guida l’opposizione più aspra all’intervento contro Saddam. Il suo ambasciatore all’Onu, Dominique de Villepin, è protagonista di uno scintillante duello al Consiglio di Sicurezza con il Segretario di Stato Colin Powell per contestare le accuse a Baghdad di possedere armi di distruzione. Nasce così la campagna di Bush per acquistare “made in Usa” al posto di formaggi e vini francesi, fino a rinominare le patatine fritte: da “french fries” a “freedom fries”. I vertici Nato e G7 si trasformano in roventi scontri Bush-Chirac, a colpi di dispetti, non solo politici ma anche nella logistica. Forse non a caso l’intesa fra Sarkozy e Obama sul rovesciamento di Gheddafi nel 2011 si basa sulla scelta della Casa Bianca di “Leading from Behind” (guidare da dietro) consegnando agli anglo-francesi una leadership a lungo desiderata ma che si infrange sulla dipendenza da munizioni e intelligence “made in Usa”.
Davos, Macron: "Il mondo va verso la legge del più forte", ironia su Trump
Il resto è storia recente, con Macron che prima esita a seguire Biden nel duello con Mosca sull’Ucraina — fino al punto da tentare solitarie missioni al Cremlino — e poi, una volta arrivato Trump nello Studio Ovale, diventa l’alfiere dell’invio di soldati Ue per difendere Kiev dal rischio di disimpegno Usa. E il corto circuito sullo stato palestinese manda Trump su tutte le furie: l’accordo Hamas-Israele in agosto è pressoché fatto quando l’Eliseo lancia la campagna per la “Palestina indipendente” in aperta sfida agli accordi di Oslo, con il risultato di irrigidire Hamas e azzerare l’intesa mediata dall’inviato Witkoff. Ecco perché quando il “Piano Trump” per Gaza viene siglato, con cessate il fuoco e liberazione degli ostaggi, l’Eliseo lo apprende dalle agenzie. Nulla da sorprendersi se a Davos Macron non sarà alla nascita del “Board of Peace” mentre la scelta di guidare, con linguaggio rovente, il fronte anti-Trump sulla Groenlandia sembra mosso dall’estremo tentativo di risollevare la popolarità in Francia — mai così bassa — cavalcando la rivalità con l’America. Proprio come fa Trump all’inverso negli Usa puntando a recuperare nei sondaggi che danno il suo partito in difficoltà alle elezioni di Midterm. Ovvero, lo sgambetto di Davos con la pubblicazione dei messaggi privati di Macron da parte di Trump in realtà serve a entrambi. Perché l’eterno duello, di identità e strategia, franco-americano parla alla pancia dei grandi rivali.