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La strategia Nato. Meloni alla prova

Giorgia Meloni (reuters)

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Il Punto di Folli del 22 gennaio 2026
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La politica estera è stata il primo e più importante terreno scelto da Giorgia Meloni per legittimare la propria immagine nel mondo, all’indomani delle elezioni vinte nell’autunno del 2022. Oggi è ancora la politica estera il campo dove si gioca il risiko più impegnativo. La crisi del rapporto tra Europa e Stati Uniti è già devastante, ma può precipitare in un abisso senza ritorno se si sbagliano le prossime mosse. Quello che è accaduto a Davos nelle ultime ore lo conferma. Il discorso perentorio di Macron, poi quello molto aggressivo di Trump, il furioso litigio alla cena cui partecipavano tra gli altri il segretario Usa al commercio, Lutnick, e la presidente della Bce, Lagarde. E si potrebbero fare altri esempi. In tutto questo l’Italia meloniana si rende senza dubbio conto che non esistono più, e probabilmente non sono mai esistiti, i margini per una qualsivoglia mediazione italiana.

Trump a Davos: "Amo l'Euro…

La politica estera è stata il primo e più importante terreno scelto da Giorgia Meloni per legittimare la propria immagine nel mondo, all’indomani delle elezioni vinte nell’autunno del 2022. Oggi è ancora la politica estera il campo dove si gioca il risiko più impegnativo. La crisi del rapporto tra Europa e Stati Uniti è già devastante, ma può precipitare in un abisso senza ritorno se si sbagliano le prossime mosse. Quello che è accaduto a Davos nelle ultime ore lo conferma. Il discorso perentorio di Macron, poi quello molto aggressivo di Trump, il furioso litigio alla cena cui partecipavano tra gli altri il segretario Usa al commercio, Lutnick, e la presidente della Bce, Lagarde. E si potrebbero fare altri esempi. In tutto questo l’Italia meloniana si rende senza dubbio conto che non esistono più, e probabilmente non sono mai esistiti, i margini per una qualsivoglia mediazione italiana.

Trump a Davos: "Amo l'Europa ma non sta andando nella direzione giusta"

Peraltro, il governo di centrodestra resiste all’idea di farsi guidare dalla Francia in una sorta di carovana dei cosiddetti “volenterosi” da contrapporre alla Casa Bianca. Esiste una terza via che non sia la velleitaria posizione di una potenza media o medio-piccola, come è l’Italia? L’aver centrato il cuore della crisi sulla Groenlandia, come ha fatto Trump, obbliga tutti a prendere atto che lo scontro non ha precedenti. Tanto più che il presidente americano sembra essersi lavato le mani dell’Ucraina una volta di più, attribuendone il destino all’iniziativa europea. Come dire: è roba vostra, visto che si trova sul vostro territorio; se vi piace tanto, accomodatevi. Quanto alla Nato, anche qui il tema è che gli europei devono essere grati a Washington e agire affinché l’America non sia tentata di liberarsi dei vincoli dell’alleanza.

La questione è dunque duplice e, per quanto riguarda il nostro paese, si delinea una gravosa responsabilità sulle spalle del governo e in particolare della presidente del Consiglio. In primo luogo, limitarsi a essere “vassalli” degli Stati Uniti — secondo l’accusa reiterata da Pd e 5S alla Meloni — è certo possibile, ma ormai ha poco senso. Si capisce che le manovre di Trump sono andate oltre. Per indebolire e spezzare l’Unione non ha bisogno delle singole capitali “sovraniste”: anzi, la sfida sulla Groenlandia e, al contempo, il sostegno sempre più avaro dato all’Ucraina possono evolvere in un crescente indebolimento dell’Alleanza, senza bisogno di ulteriori colpi di scena (ce ne sono già abbastanza). La linea francese è spavalda ed è in grado di raccogliere molte simpatie nel vecchio continente. Ma l’Italia sembra orientata ad appoggiarsi soprattutto sul Regno Unito di Starmer e sulla Germania di Merz.

Qui è il secondo aspetto. Sono loro a interpretare la linea più congeniale a Palazzo Chigi se l’obiettivo è rispondere a Trump e al tempo stesso salvare il salvabile nell’Alleanza Atlantica. È ovvio che tutte le maggiori capitali, Roma compresa, devono connettersi con la Francia; ma si suppone che, facendo leva soprattutto su Berlino e Londra, anziché su Parigi, l’Italia riesca a ottenere maggiore voce in capitolo nello sforzo corale di proteggere la Nato e convincere Trump a non inasprire la crisi. Questo per quanto attiene alla parte militare. Sul piano politico, Giorgia Meloni può solo offrire il suo contributo affinché l’Europa riesca a esprimersi con una voce sola in vista di disinnescare la questioni aperte. La relazione consolidata con Ursula von der Leyen dovrà servire a questo. Ma qui potrebbero tornare utili, pur senza farsi troppe illusioni, i buoni rapporti personali tra la premier italiana e Trump. Utili ma mai decisivi. Il sentiero rimane stretto.

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