Ero un sospetto, un uomo che la polizia poteva ghermire in ogni momento, senza un motivo, per una semplice delazione o per un capriccio del commissario».
Sono passati esattamente cento anni da quando Giuseppe Scalarini scriveva queste parole nel suo diario. Viveva sotto l’occhio del regime, e lo sapeva. Ma non perché fosse un pericoloso terrorista o un sovversivo con mire rivoluzionarie. Per essere precisi, l’unica arma che avesse mai brandito era la matita. Il problema era che con quella matita disegnava per l’Avanti!. Scalarini, l’autore di alcune delle più dissacranti caricature dell’Europa moderna. Socialista coerente e coraggioso. Polemico, graffiante, antimilitarista e, naturalmente, antifascista. Tanto bastava per essere un perseguitato, per «vivere con l’animo sospeso», in attesa di un arresto arbitrario (o del confino) che poteva arrivare in qualsiasi momento. Perché, in quel 1926, dell’Italia liberale, e in definitiva dello Stato di diritto, rimaneva davvero poco. Sì, c’era…
Ero un sospetto, un uomo che la polizia poteva ghermire in ogni momento, senza un motivo, per una semplice delazione o per un capriccio del commissario».
Sono passati esattamente cento anni da quando Giuseppe Scalarini scriveva queste parole nel suo diario. Viveva sotto l’occhio del regime, e lo sapeva. Ma non perché fosse un pericoloso terrorista o un sovversivo con mire rivoluzionarie. Per essere precisi, l’unica arma che avesse mai brandito era la matita. Il problema era che con quella matita disegnava per l’Avanti!. Scalarini, l’autore di alcune delle più dissacranti caricature dell’Europa moderna. Socialista coerente e coraggioso. Polemico, graffiante, antimilitarista e, naturalmente, antifascista. Tanto bastava per essere un perseguitato, per «vivere con l’animo sospeso», in attesa di un arresto arbitrario (o del confino) che poteva arrivare in qualsiasi momento. Perché, in quel 1926, dell’Italia liberale, e in definitiva dello Stato di diritto, rimaneva davvero poco. Sì, c’era ancora un Parlamento, con una Camera liberamente eletta. In teoria, almeno. Visto che le elezioni erano state segnate dalla violenza e dal sangue, e i deputati dei partiti antifascisti che erano riusciti a sopravvivere alle intimidazioni avevano abbandonato l’aula per protesta dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti. C’era ancora un re. Che si sarebbe guardato bene dall’intervenire mentre gli ordinamenti che aveva giurato di difendere venivano pervertiti fino a divenire una dittatura. E c’era ancora una costituzione, lo Statuto albertino. Che Benito Mussolini e i suoi non avrebbero toccato. Non ce n’era bisogno per ultimare la metamorfosi totalitaria del nuovo Stato. Una manciata di leggi ordinarie, tra il gennaio e il febbraio di un secolo fa, fu più che sufficiente.
Il presidente del consiglio divenne il capo del governo, un principe dotato di pieni poteri a cui i ministri dovevano obbedienza, che comandava a suon di decreti legge e che era responsabile solo davanti al monarca. Quotidiani e periodici cessarono di essere indipendenti. Bastò stabilire che i direttori responsabili potevano lavorare solo con l’approvazione dei prefetti per spingere la maggior parte dei giornali ancora antifascisti a chiudere i battenti, o ad allinearsi diventando la grancassa del duce. Sindaci e consigli comunali elettivi divennero un ricordo, e i comuni caddero sotto il controllo del governo che avrebbe da quel momento in avanti nominato direttamente i nuovi podestà a lui graditi. Come probabilmente direbbe l’ex generale leghista Vannacci, questi provvedimenti erano tutti legali. Nella misura in cui un accampamento militare di fedelissimi entusiasti, plaudenti e sempre pronti all’obbedienza può definirsi un’assemblea parlamentare legittima, si potrebbe anche dire che ha ragione. Tra omicidi, arresti e minacce, in effetti, a quel punto Montecitorio assomigliava a tutto tranne che alla sede di un Parlamento liberale e ben pochi avevano ancora il coraggio di parlare. Lo fece Luigi Albertini, alzandosi in Senato per denunciare l’assassinio della liberaldemocrazia. «Proprio il partito che si dice nazionale nega al suo popolo la capacità di godere di quegli ordinamenti liberali di cui godono tutti i popoli civili», avrebbe gridato il vecchio direttore del Corriere, tra gli insulti dei fascisti. Il governo aveva sottomesso il potere legislativo, cancellato la libertà di stampa e di opinione, umiliato il diritto di associazione e di sciopero, minacciato l’indipendenza della magistratura. Insomma, aveva svuotato di senso la vecchia idea della democrazia. «Solo la facciata di ciò che era l’Italia rimane in piedi, pronta a crollare da un momento all’altro», avrebbe profetizzato. Non aveva torto. Qualche mese più tardi, con le leggi per la difesa dello Stato, il regime avrebbe gettato definitivamente la maschera. Il Testo unico per la Pubblica Sicurezza e il nuovo Tribunale Speciale sarebbero stati i pilastri per l’architettura di uno stato di polizia dove ogni cittadino, indipendentemente da ciò che aveva fatto, poteva essere fermato, arrestato, deportato arbitrariamente. Per tutti gli italiani, non solo per Scalarini, cominciavano i lunghi anni della vita sospesa. E della paura.