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Berlino o Washington Meloni si muove sul filo

Giorgia Meloni al summit africano (afp)

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Da qualche tempo la politica estera italiana sembra un treno in corsa. A lungo è stata l’espressione di una stabilità persino un po’ sonnolenta, ma poi il mondo è cambiato. Trump ha rovesciato il tavolo dei rapporti euro-atlantici, i russi martellano da quattro anni l’Ucraina che non vuole sottomettersi e gli europei — da Merz a Macron a Starmer — hanno dovuto prendere atto a fatica che il destino ha voltato pagina.

In tutto questo Giorgia Meloni cerca dall’inizio di ritagliare un ruolo per l’Italia, consapevole che l’impresa non è facile. Ecco perché lei appare, da un lato, come la più decisa nel respingere la frattura con l’America e, dall’altro, la più esposta nel costruire una relazione privilegiata con il tedesco Merz, anziché con il francese Macron: ossia i due attori di quell’Europa franco-tedesca che sembrava un direttorio non scalfibile e invece adesso scricchiola. Qualcuno, anzi, lo dà per morto e questo scenario non dispiace alla premier italiana: vi scorge uno spazio quas…

Da qualche tempo la politica estera italiana sembra un treno in corsa. A lungo è stata l’espressione di una stabilità persino un po’ sonnolenta, ma poi il mondo è cambiato. Trump ha rovesciato il tavolo dei rapporti euro-atlantici, i russi martellano da quattro anni l’Ucraina che non vuole sottomettersi e gli europei — da Merz a Macron a Starmer — hanno dovuto prendere atto a fatica che il destino ha voltato pagina.

In tutto questo Giorgia Meloni cerca dall’inizio di ritagliare un ruolo per l’Italia, consapevole che l’impresa non è facile. Ecco perché lei appare, da un lato, come la più decisa nel respingere la frattura con l’America e, dall’altro, la più esposta nel costruire una relazione privilegiata con il tedesco Merz, anziché con il francese Macron: ossia i due attori di quell’Europa franco-tedesca che sembrava un direttorio non scalfibile e invece adesso scricchiola. Qualcuno, anzi, lo dà per morto e questo scenario non dispiace alla premier italiana: vi scorge uno spazio quasi inedito da occupare, ritrovando il filo di un rapporto bilaterale con Berlino che non è una novità per la nostra politica estera: dagli euromissili installati con Helmut Schmidt, all’amicizia con Helmut Kohl fino, risalendo indietro nel tempo, ai legami tra De Gasperi e Adenauer, In realtà l’apparenza inganna, quantomeno consiglia di muoversi con prudenza.

La cautela ha suggerito alla premier che era meglio partire per l’Africa, cavalcando le prospettive del Piano Mattei, piuttosto che stare a Monaco e rischiare di essere esclusa dalla “photo opportunity” con Merz, Macron e Starmer: il triangolo che cerca di afferrare i fili dell’Europa da costruire, anche valutando uno scudo nucleare a cui associare la Germania. In sostanza, il tramonto del vecchio patto franco-tedesco non significa che ognuno va per la sua strada. Il nazionalismo nell’Europa occidentale è sempre temperato e deve tener conto della cornice definita dall’Unione, di cui Parigi e Berlino continuano a rappresentare il cuore. L’Italia della Meloni si muove sul filo. Con Merz cerca di ripercorrere, adattandola ai tempi, una strada tradizionale dei governi della Prima Repubblica. Ma vorrebbe al tempo stesso tenere in piedi la relazione bilaterale con Washington, contenta di essere elogiata dalla Casa Bianca e persino dagli ambienti Maga che fanno riferimento a Vance. Ma non all’estremista Bannon da cui la premier ha preso le distanze e che la ricambia con antipatia.

In definitiva, la parziale intesa con il cancelliere tedesco le consente di dare forma a una sorta di “europeismo di destra”, abbastanza disincantato e tuttavia fermo sul punto di non approfondire la frattura con Trump. Impresa non semplice, forse velleitaria data la scarsa prevedibilità del presidente americano. Ma questa è la via intrapresa da Giorgia Meloni, come si vede anche con la scelta di partecipare come osservatore al “board” per Gaza. Vale a dire, il massimo dell’esposizione pro-Usa in questa fase senza compiere scelte impegnative e definitive. E soprattutto senza spezzare, grazie a Merz, il filo con l’Unione europea. Del resto, un passo ulteriore verso l’euro-scetticismo vorrebbe dire fare il gioco del variegato fronte filo-russo, presente in Italia come in Germania. E questo non è davvero nell’interesse di Giorgia Meloni.

Oggi il ministro Tajani riferirà in Parlamento riguardo al “board” e ad altri temi di attualità. È facile prevedere una seduta incandescente. I tempi in cui si poteva sperare che la politica estera fosse in grado di avvicinare maggioranza e opposizione sono finiti forse per sempre. Non hanno resistito alla rivoluzione dei rapporti internazionali di cui i nostri politici sono stati ovviamente semplici spettatori.

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