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La posta in gioco nell’incerto referendum

Perugia, 18 febbraio: il ministro della Giustizia Carlo Nordio (lapresse)

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Se prosegue la tendenza favorevole al recupero del No, alla premier servirà un colpo d’ali
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Per ora la campagna per il referendum del 22-23 marzo è abbastanza indecifrabile. I toni sono quelli aspri che hanno indotto il presidente della Repubblica a chiedere, anzi a pretendere rispetto per le istituzioni: rispetto reciproco, visto che anche i rappresentanti dell’ordine giudiziario sono coinvolti a fondo nelle polemiche quotidiane. E del resto, data la materia del contendere, che coinvolge il rapporto tra politica e magistratura, sarebbe strano il contrario.

Tuttavia l’elemento che colpisce è l’incertezza sull’esito del voto. O per meglio dire, l’incoerenza dei sondaggi. A seconda degli istituti, si va da un’assoluta parità tra il Sì e il No a una prevalenza dei favorevoli alla riforma, ma con margini variabili: minimi o leggermente più definiti.

L’altro giorno il sondaggio Ipsos dava per probabile la vittoria del Sì, ma solo se l’affluenza sarà superiore al 46 per cento. Invece il sondaggio Noto per Porta a Porta attribuisce ai favorevoli un vantaggio ancora discreto: il 5…

Per ora la campagna per il referendum del 22-23 marzo è abbastanza indecifrabile. I toni sono quelli aspri che hanno indotto il presidente della Repubblica a chiedere, anzi a pretendere rispetto per le istituzioni: rispetto reciproco, visto che anche i rappresentanti dell’ordine giudiziario sono coinvolti a fondo nelle polemiche quotidiane. E del resto, data la materia del contendere, che coinvolge il rapporto tra politica e magistratura, sarebbe strano il contrario.

Tuttavia l’elemento che colpisce è l’incertezza sull’esito del voto. O per meglio dire, l’incoerenza dei sondaggi. A seconda degli istituti, si va da un’assoluta parità tra il Sì e il No a una prevalenza dei favorevoli alla riforma, ma con margini variabili: minimi o leggermente più definiti.

L’altro giorno il sondaggio Ipsos dava per probabile la vittoria del Sì, ma solo se l’affluenza sarà superiore al 46 per cento. Invece il sondaggio Noto per Porta a Porta attribuisce ai favorevoli un vantaggio ancora discreto: il 53 per cento contro il 47. Ma con un dettaglio tutt’altro che trascurabile: il Sì avrebbe perso ben il 6 per cento rispetto alla precedente rilevazione, mentre il No avrebbe ereditato in toto quella percentuale, passando dal 41 al 47 per cento. È una tendenza a crescere dei contrari alla riforma che si riscontra in quasi tutti i sondaggi, confermata dalla parallela e ancora modesta riduzione degli indecisi.

Ne deriva che questo dato, certo non positivo per il Sì, è l’elemento più significativo, al di là delle mutevoli percentuali. Vuol dire che il fronte del No ha indovinato lo stile della campagna: ruvida e tutta politicizzata contro la premier Meloni, obiettivo privilegiato di una battaglia politica destinata nelle intenzioni a compensare anni di frustrazioni, compresi i risultati delle ultime consultazioni referendarie lanciate d’intesa con Landini.

Ma non c’è bisogno di ricordare che oggi ci muoviamo su un terreno diverso: l’importante non è raggiungere il 50 per cento più uno dei votanti, come nel referendum abrogativo, bensì conquistare un voto in più della controparte. Quindi diventa cruciale mobilitare l’opinione pubblica e indurla a uscire di casa per recarsi alle urne.

Con un’avvertenza, contraddittoria eppure conseguente: da parte della sinistra — salvo una fascia di dissidenti da non sottovalutare — la capacità di motivare i propri sostenitori intorno al No è notevole; e tale volontà riguarda per forza di cose i simpatizzanti a vario titolo di una campagna in cui si riconosce l’impronta politica sempre più evidente. Per il successo della campagna è tuttavia indispensabile che i fautori del Sì non si sentano altrettanto motivati.

Sulla carta il vantaggio è della sinistra rispetto a una destra meno abituata a questo genere di duelli. E se vogliamo guardare al passato, quella che un tempo si chiamava la “maggioranza silenziosa” si considerava per definizione dispersa e alquanto indifferente alle cause civili. Con eccezioni, beninteso. In Francia seppe mobilitarsi in difesa di De Gaulle contro gli eccessi della contestazione nel maggio 1968. In Italia si è manifestata in più occasioni nel corso degli anni, e senza clamore, a favore della Dc, poi di Berlusconi e nel 2022 di Giorgia Meloni.

Come è noto, in Italia non c’è un De Gaulle e forse a destra non c’è nemmeno una reale consapevolezza della posta in gioco come invece esiste a sinistra. Vedremo. Dopo il festival di Sanremo, che ha lo straordinario potere di attutire gli scontri politici come le Olimpiadi nella Grecia antica, la maggioranza di centrodestra, in realtà la presidente del Consiglio in persona, dovrà decidere come riempire le ultime settimane prima del voto. Dovesse proseguire la tendenza favorevole al recupero del No, occorrerà a palazzo Chigi un colpo d’ali.

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