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Le carte truccate del Cremlino

Vladimir Putin 

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Quando si è svolto l’ultimo, infruttuoso incontro trilaterale a Ginevra, il capo delegazione russo Vladimir Medinsky si è rivolto alla squadra ucraina con tono sarcastico chiedendo perché non parlassero in russo anziché in ucraino, “una lingua che non esiste”.

Nella sprezzante battuta di Medinsky è riassunto il passato, il presente e il futuro di quella che i russi si ostinano a chiamare “operazione militare speciale” nonostante sia entrata nel quinto anno di combattimenti militari e sofferenze civili, diventando il conflitto più lungo e sanguinoso sul suolo europeo dalla seconda guerra mondiale.

Medinsky, uno dei tanti sicofanti di cui Putin si è circondato da quando è al Cremlino, non ha fatto altro che riprendere un testo del suo mentore, che illustra quelle che lo zar definisce “le cause profonde” della guerra, che vanno rimosse prima di negoziarne la fine.

Quando si è svolto l’ultimo, infruttuoso incontro trilaterale a Ginevra, il capo delegazione russo Vladimir Medinsky si è rivolto alla squadra ucraina con tono sarcastico chiedendo perché non parlassero in russo anziché in ucraino, “una lingua che non esiste”.

Nella sprezzante battuta di Medinsky è riassunto il passato, il presente e il futuro di quella che i russi si ostinano a chiamare “operazione militare speciale” nonostante sia entrata nel quinto anno di combattimenti militari e sofferenze civili, diventando il conflitto più lungo e sanguinoso sul suolo europeo dalla seconda guerra mondiale.

Medinsky, uno dei tanti sicofanti di cui Putin si è circondato da quando è al Cremlino, non ha fatto altro che riprendere un testo del suo mentore, che illustra quelle che lo zar definisce “le cause profonde” della guerra, che vanno rimosse prima di negoziarne la fine.

Il testo è stato pubblicato il 12 luglio 2021, sei mesi prima dell’invasione, che doveva essere un blitz ed è diventata una guerra d’attrito per certi versi (al di là dei droni e dei missili) simile sul terreno alla prima guerra mondiale. S’intitola “Sull’unità storica di russi e ucraini” e Putin vi sostiene che russi e ucraini, insieme con i bielorussi, sono un solo popolo. Accusa l’Ucraina di occupare terre storicamente russe, appartenenti in tempi antichi alla federazione slava del Rus’di Kiev. Nega l’esistenza dell’Ucraina come nazione indipendente, mette in dubbio la legittimità dei suoi confini. E, naturalmente, ignora il Memorandum di Budapest del 1994 — quando l’Ucraina cedette alla Russia le testate nucleari sovietiche rimaste sul suo territorio — che garantiva l’indipendenza dell’Ucraina e la salvaguardia dei suoi confini. Uno dei tre garanti dell’accordo era proprio la Russia (presidente Eltsin), insieme con Stati Uniti e Gran Bretagna.

Ancora ieri il Cremlino ha truccato le carte con la sua sfrontata portavoce Maria Zakharova, la quale ha addirittura accusato l’Ucraina di aver violato il Memorandum, rinunciando alla sua neutralità. E ha ribadito che la Russia continuerà l’“operazione militare speciale” finché non avrà raggiunto i suoi obiettivi: soggiogare l’Ucraina e annientarne l’identità statale. Un’altra porta sbattuta in faccia all’inviato tuttofare di Donald Trump, Steve Witkoff, che si era spinto a ipotizzare un incontro tra Putin e Zelensky in un tempo non troppo lontano. Ha ragione il presidente ucraino nell’intervista concessa al Financial Times nell’anniversario dell’invasione: “La Russia si prende gioco di Trump e del mondo intero”.

Per Putin l’Ucraina è un’ossessione, il primo tassello delle sue ambizioni imperiali, del sogno di ricostituire almeno in parte l’Urss (la cui fine definì “la più grande tragedia geopolitica della Storia”), del desiderio di non essere più considerato un “junior partner” della Cina. Lo è diventata da quando, più di dieci anni fa, a Kiev una rivolta popolare, l’“Euromaidan”, ha cacciato un presidente filorusso, che lui gestiva. Ha cominciato prendendosi la Crimea, nell’indifferenza colpevole dell’Occidente. Così ha allargato gli obiettivi con la guerra strisciante nel Donbass, diventata aperta invasione quattro anni fa. Pensava a un blitz, è risultata per la Russia una guerra con costi spaventosi in termini di morti al fronte e di asfissia economica. Ma non demorde. Trump è convinto che gli basti annettersi il Donbass. Zelensky, nell’intervista, lo mette in guardia: “La Russia è la Russia e non possiamo fidarci”.

Putin conta su Trump, sulla sua voglia smodata di un Premio Nobel e soprattutto di non perdere voti alle elezioni di novembre, perché faccia pressioni su Zelensky costringendolo a una pace onerosa. Zelensky, per ragioni uguali e opposte, teme Trump. Perciò ha bisogno di garanzie e le chiede soprattutto all’Unione europea: “Voglio una data per l’ingresso nella Ue”, ha detto nell’intervista. Ieri l’Europa era presente a Kiev ma a mani vuote: i filo-Putin, l’ungherese Orbán e lo slovacco Fico hanno bloccato il nuovo pacchetto di sanzioni e soprattutto il prestito di 90 miliardi di euro indispensabili per la sopravvivenza dello Stato ucraino. Gli aiuti economici sono solo un aspetto, necessario, ma non sufficiente. Durante le guerre balcaniche, dopo un deludente vertice europeo a Lisbona, il presidente francese François Mitterrand disse amaramente: “Le scelte politiche o economiche non servono se non hai la forza militare per sostenerle”. E andò a Sarajevo, assediata dalle milizie serbe, per una testimonianza di solidarietà. Sono passati più di vent’anni e il dilemma dell’Europa è ancora lo stesso.

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