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L’Ucraina vittima collaterale

Il cancelliere tedesco Friederich Merz con Donald Trump

 

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Guerra scaccia guerra. L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran mette in secondo piano l’aggressione della Russia all’Ucraina: nell’attenzione delle cancellerie, ma anche dell’opinione pubblica. Ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz era in visita, programmata da tempo, alla Casa Bianca. Tra gli obiettivi c’era quello di tenere impegnato Donald Trump sulla questione ucraina. Ma è molto probabile che il tema sia finito in fondo all’agenda. Poco più di un “post scriptum”.

Domani e dopodomani avrebbe dovuto tenersi un nuovo incontro trilaterale (americani, russi e ucraini) a Abu Dhabi, che in questo momento non è proprio la località ideale per sedersi a un tavolo negoziale. È sempre possibile uno spostamento di sede (a Ginevra, o a Istanbul). Ma è più probabile un rinvio. Trump è in tutt’altre faccende affaccendato e già il suo interesse — e la sua pazienza sempre assai limitata — per l’Ucraina era molto calato visto gli scarsi risultati degli incontri precedenti. Steve Witkoff,…

Guerra scaccia guerra. L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran mette in secondo piano l’aggressione della Russia all’Ucraina: nell’attenzione delle cancellerie, ma anche dell’opinione pubblica. Ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz era in visita, programmata da tempo, alla Casa Bianca. Tra gli obiettivi c’era quello di tenere impegnato Donald Trump sulla questione ucraina. Ma è molto probabile che il tema sia finito in fondo all’agenda. Poco più di un “post scriptum”.

Domani e dopodomani avrebbe dovuto tenersi un nuovo incontro trilaterale (americani, russi e ucraini) a Abu Dhabi, che in questo momento non è proprio la località ideale per sedersi a un tavolo negoziale. È sempre possibile uno spostamento di sede (a Ginevra, o a Istanbul). Ma è più probabile un rinvio. Trump è in tutt’altre faccende affaccendato e già il suo interesse — e la sua pazienza sempre assai limitata — per l’Ucraina era molto calato visto gli scarsi risultati degli incontri precedenti. Steve Witkoff, il suo negoziatore universale, dice che l’accordo è fatto al novanta percento. Ma quel dieci che manca è quello decisivo perché riguarda i territori e le garanzie di sicurezza per il dopoguerra. Su questi due punti le parti sono molto lontane e irremovibili. E il presidente, che si vanta, con un conteggio tutto da dimostrare, di aver fermato otto guerre non riesce proprio a far finire la nona. Tanto più che ora ne ha iniziato una: l’autoproclamato “presidente di pace” si è trasformato in “presidente di guerra”. Con buona pace delle sue aspirazioni al Premio Nobel.

Il maggiore beneficiario di questa situazione è Vladimir Putin, che nella distrazione e la paura provocate dalla terza guerra del Golfo può continuare impunemente a bombardare le fonti energetiche e le abitazioni civili dell’Ucraina nella quasi indifferenza generale. Nel mese di febbraio la Russia ha lanciato più missili su Kiev e le altre città dell’Ucraina che in ogni altro mese di guerra: il 113 percento in più rispetto a gennaio. Ora Putin si prepara all’offensiva di primavera, quando le condizioni meteorologiche consentiranno di far nuovamente avanzare i mezzi corazzati e le truppe sul terreno. Avrebbe già mobilitato 400mila uomini: non ha problemi di reclutamento, anche se ha fatto ricorso a militari adescati con l’inganno in Africa e mandati al fronte. E non si pone problemi su quanti ne muoiono in battaglia: già nel 2025 ha perso una media di 167 uomini per chilometro conquistato.

L’Iran è una grande alleato della Russia. Le forniture di materiale militare da Mosca a Teheran sono continue, come ha documentato il Financial Times che ha svelato un accordo segreto del valore di 500 milioni di dollari per la fornitura di missili russi da spalla di ultima generazione. Ma nel telegramma di condoglianze per la morte di Khamenei — in cui ha denunciato, senza il minimo senso del pudore, la “cinica violazione di tutte le norme della morale umana e del diritto internazionale” — Putin ha evitato di citare gli Stati Uniti e Israele. Con Netayahu ha sempre avuto buoni rapporti, ma soprattutto non vuole alienarsi la complicità di Trump (la cui antipatia per Zelensky è manifesta) per continuare a fare quello che vuole in Ucraina.

E ora lo zar può sfruttare un’opportunità in più che la crisi mediorientale gli offre: il petrolio, il cui prezzo è alle stelle dopo l’attacco all’Iran. Ci sono 150 milioni di barili russi a bordo della flotta di navi fantasma che vagano per i mari. È un tesoro da offrire a chi non si fa troppo scrupolo a violare le sanzioni internazionali. A cominciare dalla Cina, che del petrolio iraniano è la principale cliente. E per la Russia eventuali proventi dal petrolio sarebbero un’ossigeno per un’economia asfissiata dalla cosidetta “operazione militare speciale”.

Per Zelensky, invece, l’attacco israelo-americano all’Iran è una maledizione. Come già accadde in occasione della guerra dei dodici giorni di giugno 2025, l’Ucraina rischia di avere maggiori difficoltà di quante già ne ha a reperire missili e armi. Nessuno ha voglia di ridurre i propri arsenali di fronte alle minacce che arrivano dal Medio Oriente.

Proprio mentre sta per scattare l’offensiva russa di primavera Kiev potrebbe trovarsi a corto di munizioni. Per giunta Zelensky ha fatto quello che una fonte europea ha definito un autogol: un braccio di ferro con la commissione europea, rifiutandosi di accettare un’ispezione all’oleodotto Druzhba, danneggiato, secondo la versione di Kiev, dai bombardamenti russi. È l’oleodotto che portava il petrolio russo all’Ungheria e alla Slovacchia, i cui leader, per ritorsione, hanno bloccato il prestito di 90 milioni di euro, vitale per le boccheggianti finanze ucraine.

Zelensky è dunque la prima vittima collaterale degli eventi mediorientali. Il risultato è che la guerra in Ucraina durerà molto di più di quella di Trump e Nethanyahu all’Iran.

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