Il referendum e il surreale ritratto italiano
di Ezio MauroMa davvero Giorgia Meloni pensa che l’Italia sia come lei la dipinge? Alla kermesse milanese al teatro Parenti, organizzata da Fratelli d’Italia per mobilitare i cittadini a votare per il sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, la presidente del Consiglio ha disegnato il profilo di un Paese sull’orlo dell’emergenza istituzionale a causa della giustizia deviata, con le forze del male riunite tutte insieme per assediare la vita quotidiana dei cittadini e il buongoverno della destra, che vorrebbe cambiare le cose ma deve fronteggiare l’ostacolo permanente delle toghe.
«Se la riforma sulla giustizia non passa — è la premessa — ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno». Segue un primo elenco: «Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza».
Ma il catalog…
Ma davvero Giorgia Meloni pensa che l’Italia sia come lei la dipinge? Alla kermesse milanese al teatro Parenti, organizzata da Fratelli d’Italia per mobilitare i cittadini a votare per il sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, la presidente del Consiglio ha disegnato il profilo di un Paese sull’orlo dell’emergenza istituzionale a causa della giustizia deviata, con le forze del male riunite tutte insieme per assediare la vita quotidiana dei cittadini e il buongoverno della destra, che vorrebbe cambiare le cose ma deve fronteggiare l’ostacolo permanente delle toghe.
«Se la riforma sulla giustizia non passa — è la premessa — ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno». Segue un primo elenco: «Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza».
Ma il catalogo dell’Italia criminale in agguato dietro la vittoria del “no” non è ancora completo: «Antagonisti che devastano le vostre stazioni senza alcuna conseguenza giudiziaria — annuncia Meloni — milioni di euro risarciti per ingiusta detenzione o spesi per processi mediatici e inutili che vengono pagati con i proventi delle tasse. Figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco, quando nessuno dice o fa nulla di fronte alla realtà di bambini mandati a rubare o a fare accattonaggio. Penso che il referendum — è la conclusione — sia l’unico modo che i cittadini hanno per dire che non sono d’accordo con queste sentenze surreali».
In realtà è surreale questo spaventato e spaventoso ritratto italiano firmato dalla premier per denunciare alla pubblica opinione il potere giudiziario come lo strumento — non si capisce se consapevole o incosciente — che spalanca la porta del Paese all’aggressione di criminali, migranti, eversori, pronti all’agguato e comunque convocati tutti insieme nel grande fascio delle paure nazionali, alla vigilia del voto.
Si capisce subito che il capo del governo rinuncia a rivolgersi alla tecnicalità della separazione delle carriere — ridotta a puro totem — e alla razionalità di un giudizio sulla riforma, usata come semplice feticcio, per fare invece appello agli istinti e alle emozioni dei cittadini radunando tutti gli elementi del racconto popolare che generano insicurezza.
Rinunciando così al vero compito della politica, che dovrebbe emancipare le persone dai loro incubi e dai loro timori invece di evocarli a uno a uno, per usare la paura come ultimo motore del “sì”: aiutata, paradossalmente, dalle frange irresponsabili che durante la manifestazione di ieri (sabato 14 marzo) a Roma hanno voluto mandare un messaggio violento, incendiando le foto della presidente del Consiglio, del ministro Nordio e di Trump.
Sorprende che la premier non avverta come l’affresco da lei proposto rappresenti un Paese non governato e addirittura ingovernabile se non modificando la Costituzione, perché nella lettura della destra il guasto non è nei codici, nelle procedure o nella macchina statale, ma nella natura stessa di un organo dello Stato autonomo e indipendente, come la magistratura.
«Qui nessuno pensa di liberarsi dei magistrati», deve precisare Meloni: e ci mancherebbe altro. Ma proprio qui si finisce comunque di fronte a un sillogismo impazzito, perché la presidente del Consiglio ogni volta che parla del referendum mette le mani avanti annunciando che anche se fosse sconfitta non si dimetterebbe, in quanto il voto riguarda una riforma specifica e non un giudizio complessivo sull’azione del governo: ma poi, come abbiamo visto, l’anima politica — e addirittura ideologica — di questo intervento legislativo sulla giustizia è talmente marcata che il governo non può fare a meno di cavalcarla, trasformandola nella cifra simbolica del suo operato. E questo è ormai il “merito” della questione, la sua vera sostanza.
Semplicemente, la destra non è riuscita a tenere la riforma e il referendum dentro un recinto tecnico perché troppi nodi vengono al pettine mettendo mano alla giustizia. Alcuni sono persistenze del passato, come le scorie della disfida tra Berlusconi e la magistratura e l’eredità di Tangentopoli, altri sono nuovissimi, generati direttamente dalla fase politica che stiamo vivendo: due in particolare.
Il primo nodo è la spinta evidente della destra a spezzare l’equilibrio tra i poteri dello Stato sovraordinando l’esecutivo e usando il legislativo per subordinare il giudiziario. Questa tendenza crea una nuova cultura politica, addirittura una moderna ideologia che ha il suo frontman in America con Trump, ma conta su alfieri come Orbán in Europa e su seguaci come Meloni e Salvini (ricordiamo la battaglia per i “pieni poteri”) in Italia.
È come se la destra estrema quando va al governo vivesse l’angoscia permanente dello scarto tra una piena legittimazione elettorale e una carenza di potestà governativa, e cercasse di compensare questo sentimento di insufficienza sovrana cercando quote supplementari di potere fuori dalla dotazione legittima: semplicemente prendendosele, anche se questo gesto genera squilibrio.
E qui veniamo al secondo nodo, evidente. Questa destra ha come obiettivo simbolico (potremmo dire addirittura culturale, certo metapolitico) la rottura della cornice costituzionale che non le appartiene come eredità storica, in modo da trasformare la sua avventura politica non solo nella conquista del governo, ma in un cambio di regime.
C’è dunque uno spirito rivoluzionario — apertamente rivendicato da Trump — che vigila dietro il tran tran di governi che hanno giurato sulle vecchie Costituzioni, pronti in realtà a superarle per riscriverle. Dopo il referendum e la resa dei conti con la magistratura, è già pronto il premierato, per regolare i rapporti con il Quirinale.
E intanto l’Italia è a metà strada tra Europa e America, sospesa nell’Atlantico, attirata più dall’illusionismo magico della rivoluzione Maga che dal realismo faticoso della politica dell’Unione Europea. Tutto si tiene in una nuova, deforme coerenza: ampiamente sufficiente per votare “no”.