Nato e Ue non aiutano Trump su Hormuz, Qatar e Turchia sono in bilico, le monarchie del Golfo combattono senza dirlo, l’Ucraina fornisce antidroni contro Teheran, la Siria fa passare i jet israeliani, Beirut vuole disarmare Hezbollah e l’interoperabilità Usa-Israele crea nuovi standard militari: a 18 giorni dall’inizio, l’attacco agli ayatollah ridisegna i rapporti dell’America con alleati e avversari. Inclusi i contatti continui, e spesso segreti, con India, Russia e Cina.
Le sorprese più negative per la Casa Bianca arrivano dagli alleati europei. Londra e Berlino danno voce alla Nato che rifiuta di impegnarsi «in una guerra non nostra» perché «siamo un’alleanza difensiva». È una posizione condivisa dall’Ue, le cui uniche attività sono «difensive» a protezione di Cipro attaccata da droni e missili iraniani.
Per gli europei si tratta della quinta, seria, crisi bilaterale con Trump in soli 14 mesi dopo i duelli su Ucraina, spese militari, dazi e Groenlandia. Nelle precedenti occasioni singoli partner — Germania, Italia, Gran Bretagna — hanno mediato difficili compromessi evitando il peggio e ora il britannico Starmer tenta di ripetere l’impresa proponendo decisioni nazionali «a difesa dei nostri interessi» inviando, ad esempio, robot sottomarini per sminare i fondali di Hormuz. Lo scudo Ue a difesa di Cipro, come la missione Aspides nel Mar Rosso per la libertà di navigazione minacciata dagli Houthi filoiraniani, può essere un modello.
Le spine europee sono quelle che ostacolano di più la Casa Bianca ma l’altra amara sorpresa è il Qatar. Se è infatti vero che Doha ospita la super-base Usa di Al Udeid e ha abbattuto jet e droni iraniani, lo è anche che lo sceicco Al Thani ha fermato la produzione di gas naturale con una decisione che, di fatto, aiuta la strategia di Teheran di strangolare l’economia globale per obbligare Trump a fermarsi.
I malumori della Casa Bianca nei confronti dello sceicco considerato più amico — è lui che ha regalato il nuovo Air Force One — sono simili a quelli verso la Turchia. Perché Erdogan, come Al Thani, a parole ammonisce l’Iran perché fermi gli attacchi ai vicini ma poi ostacola gli Usa lì dove più serve: è stato infatti lui a porre il veto all’offensiva di terra dei peshmerga curdi in Iran, minacciando di bloccarla, perché temeva il Kurdistan indipendente.
Le monarchie del Golfo invece hanno scelto il linguaggio più duro contro gli ayatollah — guidate da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein — preferendo però tacere sul contributo militare in crescendo. È il numero di missili e droni iraniani che abbattono — sono centinaia — a descrivere l’integrazione con le difese Usa, facendo perno sulle basi in Giordania. Le comunicazioni dirette tra i capi delle operazioni di Usa e Israele — i generali Cooper e Zamir — con i parigrado arabi sono la cartina tornasole di un nuovo possibile assetto strategico regionale che include l’Egitto.
Le novità più positive per Trump vengono da Ucraina e Siria. Zelensky fornisce alle monarchie del Golfo gli intercettori di droni frutto della guerra con la Russia, che impiega gli Shahed iraniani. Zelensky acquista così crediti con Trump, vestendo i panni inattesi del partner militare.
E poi c’è Al Shara, il leader siriano, che apre i cieli ai jet israeliani e promette aiuto a Beirut per disarmare Hezbollah. Nella coalizione Usa-Israele-sunniti per sconfiggere gli ayatollah e le loro milizie, Al Shara sta assumendo un ruolo di peso perché dietro ha Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita.
Da qui a Beirut il passo è breve: davanti alla massiccia offensiva israeliana contro Hezbollah, il premier Nawaf Salam chiede il disarmo delle milizie filoiraniane facendo capire di essere d’accordo con Trump. Fino al punto da spingere Parigi a proporre un accordo Israele-Libano su fine delle ostilità e pace bilaterale. Tra tante e tali novità, di opposto tenore, spicca l’interoperabilità militare Usa-Israele: non solo per le dimensioni ma per l’integrazione tra intelligence, cyber, forze aeronavali e difese antibalistiche che crea nuovi standard operativi anche per la Nato.
Ultimi, ma non per importanza, i contatti riservati di Trump con New Delhi, Mosca e Pechino. Il premier indiano Modi era con Netanyahu poco prima dell’attacco, è il partner chiave degli Usa nella costruzione dell’alternativa alla Nuova Via della Seta cinese e ha ricevuto da Trump la prima esenzione sul petrolio russo.
Putin è invece al centro del giallo più intrigante: sostiene Teheran a spada tratta ma parla anche a lungo con Trump e a Washington c’è chi ipotizza che la “soluzione venezuelana” in Iran passerà da Mosca.
Xi sulla carta è l’alleato cruciale di Teheran e l’avversario strategico di Trump: il suo interesse è indebolire gli Usa ma nel voto all’Onu contro gli attacchi iraniani nel Golfo si è astenuto. Perché forse già guarda al dopo-guerra, quando Pechino continuerà ad avere bisogno del greggio del Golfo per sostenere il proprio pil e dunque, nell’eventuale post-ayatollah, l’interlocutore obbligato diventerebbe Riad. Insomma, dietro la guerra all’Iran, c’è un Medio Oriente dove tutto si muove e niente è scontato.