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Giustizia, una riforma autoritaria

Milano, 12 marzo: la premier Giorgia Meloni (ansa)

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Come si può pensare che sia solo una faccenda tecnica? È evidentemente politica. E in questo caso è di destra
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La finzione che la riforma costituzionale dell’ordine giudiziario sia solo una questione tecnica — separazione delle carriere, delle funzioni, sorteggio dei Csm, ecc. — e che solo tecnica, cioè di merito, debba essere anche la risposta referendaria, è stata dissolta dalla stessa destra di governo, che sta dimostrando l’origine e la finalità essenzialmente politica del disegno di cui la riforma è un tassello.

Del resto, come si può pensare che una riforma della Costituzione sia una faccenda “tecnica”? È evidentemente politica; e in questo caso è di destra e ha un segno autoritario — il rimando alla riforma Grandi del 1941, che unifica le carriere, così che la loro separazione sarebbe un (tardivo) gesto di antifascismo, è del tutto estrinseco: il controllo fascista sulla magistratura non nacque certo da quella unificazione — .

È una riforma di destra dal punto di vista istituzionale: è stato detto da esponenti di primo piano di FdI che questo è il primo passo verso il premierato, cio…

La finzione che la riforma costituzionale dell’ordine giudiziario sia solo una questione tecnica — separazione delle carriere, delle funzioni, sorteggio dei Csm, ecc. — e che solo tecnica, cioè di merito, debba essere anche la risposta referendaria, è stata dissolta dalla stessa destra di governo, che sta dimostrando l’origine e la finalità essenzialmente politica del disegno di cui la riforma è un tassello.

Del resto, come si può pensare che una riforma della Costituzione sia una faccenda “tecnica”? È evidentemente politica; e in questo caso è di destra e ha un segno autoritario — il rimando alla riforma Grandi del 1941, che unifica le carriere, così che la loro separazione sarebbe un (tardivo) gesto di antifascismo, è del tutto estrinseco: il controllo fascista sulla magistratura non nacque certo da quella unificazione — .

È una riforma di destra dal punto di vista istituzionale: è stato detto da esponenti di primo piano di FdI che questo è il primo passo verso il premierato, cioè verso lo sconvolgimento dell’architettura costituzionale dei poteri dello Stato, in direzione verticistica e plebiscitaria.

Ed è di destra anche l’impalcatura ideologica del sistema retorico con cui la maggioranza chiama al voto i propri sostenitori. A partire dalla contrapposizione tra legittimità e legalità, tra politica e giustizia: la prima appannaggio esclusivo di chi ha vinto le elezioni, la seconda amministrata da chi ha vinto un concorso.

Vengono insomma contrapposte la giustizia come una dimensione tecnica, subalterna, quasi meccanica, e la politica come potere sorgivo, originario, illimitato perché proveniente dal popolo sovrano. In uno degli ultimi slogan si sostiene appunto che la riforma vuole liberare la magistratura dalla politica, e per “politica” si intendono le correnti dell’Anm, da sconfiggere attraverso il sorteggio dei due Csm, così da rimettere la magistratura “al suo posto”, da ridarle il suo ruolo.

In questa visione, che si presenta come democratica e che invece è semplicistica e populista, manca l’idea che la norma debba necessariamente essere interpretata, e che la magistratura sia attraversata, al riguardo, da sensibilità diverse — come è normale in ogni attività complessa — . E manca d’altro lato l’idea che la legittimità politica debba essere incanalata nella legalità, che non possa presentarsi come potere sciolto da misure, vincoli, equilibri, controlli.

Che un rudimentale e pericoloso populismo sia la cifra intellettuale di questa destra è poi evidente anche da un altro tema divulgato dai più alti livelli politici: la tesi che la magistratura, o una sua parte, operi — per odio ideologico elitario verso il popolo — contro una nozione naturale e intuitiva di giustizia; che cioè mandi liberi gli stupratori, che sottragga i bambini alle madri (con riferimento ai “bimbi del bosco”).

Su questo punto la destra riprende, aggiornandola in senso privatistico-sentimentale, una vecchia posizione reazionaria cattolica secondo la quale i figli sono proprietà dei genitori e vanno protetti dall’intervento esterno e ostile dello Stato laico. Anche qui è assente l’idea che il dovere della famiglia sia di assicurare i diritti dei figli proprio con il favorirne l’educazione e la socializzazione, in vista del loro ingresso responsabile nella sfera pubblica.

È stata poi rimessa perentoriamente in circolazione la richiesta che anche la magistratura sia sottoposta al principio “chi sbaglia paga”. Benché questo concetto con la riforma non c’entri molto, la destra fa così appello al risentimento anti-casta, che si agita nel corpo popolare, contro le élite privilegiate e impunite.

Dopo essere stata presentata, soprattutto da FI, come la storica resa dei conti tra politica e giustizia che chiude un ciclo aperto da Mani pulite, la riforma viene ora propagandata come l’occasione per tutti i cittadini di vendicarsi di eventuali torti subiti, di far pagare ai magistrati il prezzo della “malagiustizia”. Una mossa comunicativa paradossale, dato che ai problemi reali della giustizia nessun rimedio proviene dai provvedimenti in questione.

Questa nuova tonalità della campagna deve essere non solo smascherata, perché si comprenda che la posta in gioco è politica ma anche decifrata. E non vi è dubbio che si spieghi con il panico per un insuccesso, per una vittoria dei No — da qui lo sforzo mobilitante della destra e il ricorso a un registro largamente emotivo — .

Ormai a una sconfitta Meloni non potrebbe reagire con una scrollata di spalle: è chiaro infatti che la faccia ce l’ha messa, supponendo di avere ancora il polso degli umori popolari, di sapersi mantenere sulla stessa lunghezza d’onda del suo elettorato — al quale si aggiunge la Sinistra del Sì, che si ostina a non prendere in considerazione il significato politico del pronunciamento referendario — .

Se poi la sconfitta fosse provocata anche dai primi effetti della crisi economica generata dal suo grande amico Trump, allora la riforma dell’ordine giudiziario sarebbe in realtà per Meloni non l’inizio del cammino verso il pieno controllo dello spazio politico ma, banalmente, un passo più lungo della gamba.

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