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Una bella giornata di popolo

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Sarà capitato a tanti di voi come al sottoscritto di restare in fila al seggio — non succedeva da tempo — aspettando il turno per votare. E di sentirsi in quel momento parte di una straordinaria prova di popolo. L’affluenza record, in controtendenza rispetto a tutti gli appuntamenti elettorali più recenti, dimostra che siamo un Paese dove la democrazia per fortuna gode ancora di buona salute e manda un segnale che va ben oltre il clamoroso risultato del referendum. Ha stravinto il no, ha stravinto chi nella magistratura, nei partiti di opposizione e nella società civile ha sostenuto le ragioni del no, come ha fatto questo giornale con convinzione e determinazione per tutta la campagna referendaria in difesa della Costituzione. Chi come Mattarella dopo gli appelli inascoltati dalla destra ha presieduto eccezionalmente una riunione del Csm sotto attacco. O come il cardinale Zuppi, presidente dei vescovi italiani, che ha ricordato il valore prezioso dell’equilibrio tra i poteri dello Sta…

Sarà capitato a tanti di voi come al sottoscritto di restare in fila al seggio — non succedeva da tempo — aspettando il turno per votare. E di sentirsi in quel momento parte di una straordinaria prova di popolo. L’affluenza record, in controtendenza rispetto a tutti gli appuntamenti elettorali più recenti, dimostra che siamo un Paese dove la democrazia per fortuna gode ancora di buona salute e manda un segnale che va ben oltre il clamoroso risultato del referendum. Ha stravinto il no, ha stravinto chi nella magistratura, nei partiti di opposizione e nella società civile ha sostenuto le ragioni del no, come ha fatto questo giornale con convinzione e determinazione per tutta la campagna referendaria in difesa della Costituzione. Chi come Mattarella dopo gli appelli inascoltati dalla destra ha presieduto eccezionalmente una riunione del Csm sotto attacco. O come il cardinale Zuppi, presidente dei vescovi italiani, che ha ricordato il valore prezioso dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Ha straperso il sì, ha straperso Giorgia Meloni che in una carambola di errori prima ha fatto sulla giustizia la peggiore delle riforme possibili e poi ha politicizzato e personalizzato la sfida delle urne, ha straperso il suo governo sempre più a vocazione autoritaria.

La vittoria del no al referendum costituzionale confermativo sulla riforma della giustizia è dunque una bella notizia. E lo è per almeno tre motivi. Il primo che è stato respinto con la forza buona di quattordici milioni di italiani tra cui tantissimi giovani — decisivo il voto tra i 18 e i 35 anni — il tentativo invece violento di un regolamento di conti con la magistratura per assoggettarla al potere politico che la destra persegue come obiettivo da trent’anni. Con uno schema di gioco sempre uguale, dove l’illusione delle buone intenzioni rapidamente lascia il campo alle cattive. Berlusconi passò dalle iniziali celebrazioni di Mani pulite attraverso le tv Fininvest (ricordate il quotidiano siparietto di Fede in studio con Brosio davanti al palazzo di giustizia di Milano?) al decreto Biondi e alle leggi ad personam. Così è stato un attimo per Meloni trasformare il “sono scesa in politica per Borsellino” nelle accuse ai giudici di ogni possibile nefandezza. Lei: “Hanno liberato gli stupratori”. I suoi: “Sono un plotone d’esecuzione” o “Peggio, sono come il cancro”. Facendo disinvoltamente finta di dimenticare che il torturatore libico di donne e bambini l’hanno liberato loro e che in società nel ristorante con la figlia diciottenne di un prestanome della mafia c’erano un sottosegretario e i suoi accoliti di Fratelli d’Italia.

Per questo la vittoria del no è una bella notizia per tutti i cittadini, anche quelli che hanno votato sì in buona fede e quelli che — molti testimonial arruolati last minute — hanno subito torti e danni nelle aule di tribunale. Perché se è vero che il nostro ordinamento giudiziario ha bisogno urgente di una revisione e modernizzazione, è ancora più evidente che la riforma del ministro Nordio non rispondeva a nessuna delle vere necessità (eccessiva durata dei processi, carenze di organico, semplificazione della procedura dei concorsi) ma solo allo spirito di vendetta che l’ha animata fin dall’inizio: pm con minori tutele costituzionali, meno capacità di indagare sui potenti, Csm dal correntismo all’amichettismo. Che bello sarebbe quel Paese dove oggi si aprisse un dialogo sereno e consapevole con tutti i rappresentanti delle diverse componenti per affrontare (e risolvere) in modo costruttivo i guasti e le inefficienze del sistema giustizia. Per qualcosa e non contro qualcuno. Senza zarine e bistecche al sangue.

Il secondo motivo è il messaggio politico che arriva al centrodestra dalla vittoria del no. Giorgia Meloni — pur negandolo — ha trasformato il voto in un referendum su se stessa e l’ha perso. Lo ha fatto occupando radio e tv di regime, alternando lunghe conversazioni con Fedez a telefonate più brevi con Starmer e Macron, sul cui carro ha cercato di salire con colpevole ritardo nella drammatica crisi della guerra all’Iran, dopo essere stata senza imbarazzo la sponda europea di Trump. Il no di Repubblica è stato forte e chiaro nel merito della riforma, come sul carattere ideologico del quesito svelandone la natura autentica, solo apparentemente tecnica. Ha scritto domenica Ezio Mauro su queste colonne: “Si sottrae al concerto istituzionale che sostiene e alimenta il sistema, scuce la trama di garanzie reciproche che organi, istituti, ordini si scambiano l’un l’altro riconoscendosi come parte di una struttura democratica che dà forma, spazio e dimensione alla libertà. Il governo non vuole più essere parte, ecco il punto”. Il governo infatti vorrebbe stare sopra la Carta dei padri fondatori. E il discorso vale adesso per la riforma del premierato che si spinge fino a intaccare il ruolo di garanzia del Quirinale e per la proposta di modifica della legge elettorale che in caso di successo punta a eleggere da soli la prima donna sul Colle più alto. Progetti e ambizioni che escono ridimensionati sotto la lente della sconfitta più pesante, perché Meloni arriva fortemente indebolita al giro di boa dell’ultimo anno e mezzo di legislatura escludendo azzardi di voto anticipato (che peraltro costituzionalmente non dipende da lei). La guerra con il peccato originale del posizionamento filo trumpiano, la stagnazione economica con l’Italia ancora sotto infrazione che rischia di diventare recessione, la partita fragorosamente persa del referendum sono i segnali evidenti di un cambio di stagione.

Il terzo motivo è lo slancio che dalla vittoria del no arriva al centrosinistra. Non è tutta farina dell’opposizione ma certamente nel sacco resta una grande dose di consenso che va pesato, gestito e soprattutto speso nella giusta direzione. I leader dell’opposizione hanno condotto una campagna referendaria senza sosta, mostrando unità di intenti e di azione come in nessun’altra occasione. Anche dove non hanno riempito le piazze hanno fatto il pieno nelle urne. Ma sicuramente il pericolo di una magistratura a libertà vigilata e l’anti-melonismo crescente hanno favorito l’aggregazione, mentre per vincere le elezioni — tanto più le politiche — occorre proporre una idea nuova di Paese e di futuro che spinga i cittadini della fila di ieri al seggio a tornare anche domani. Le primarie, magari a gennaio, sono l’occasione giusta per stare sull’onda. Schlein con generosità le ha messe sul tavolo da tempo, come leader del principale partito ha le maggiori responsabilità e corre anche i maggiori rischi. Conte ha detto sì, il centro di Renzi e Avs avranno il loro candidato. Ma naturalmente poi non basterà un nome, chiunque sarà la vincitrice o il vincitore, ma un programma condiviso e alternativo alla destra. E servirà convincere il popolo del referendum. Stavolta per dire sì.

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