Trump in guerra per i sondaggi
di Gianni RiottaTrump contro se stesso. Il leader, eletto due volte e nominato tre alla Casa Bianca dal Grand Old Party repubblicano promettendo «mai più guerre», ora sofferente nel conflitto tragico con gli ayatollah in Iran. L’uomo dell’«arte del negoziato», certo di «fermare le ostilità Russia-Ucraina in 24 ore» incassando un «Nobel per la pace», costretto a mendicare favori al Pakistan dei servizi segreti Isi, perché gli eredi di Khamenei leggano almeno i suoi 15 punti di accordo, cui contrappongono ostinati un loro plumbeo decalogo.
Il Trump trionfante 2024, sicuro di non licenziare più i ministri in serie come nel primo mandato, che caccia invece la ministra della Giustizia Bondi, la ministra dell’Interno Noem (con contorno di foto porno del marito) e il capo di gabinetto dell’esercito generale George, autore di un commovente congedo dai commilitoni: «Vi auguro comandanti di tempra morale».
Qual è il vero Trump, che scelte farà, dopo la leggendaria missione per salvare l’ufficiale dispers…
Trump contro se stesso. Il leader, eletto due volte e nominato tre alla Casa Bianca dal Grand Old Party repubblicano promettendo «mai più guerre», ora sofferente nel conflitto tragico con gli ayatollah in Iran. L’uomo dell’«arte del negoziato», certo di «fermare le ostilità Russia-Ucraina in 24 ore» incassando un «Nobel per la pace», costretto a mendicare favori al Pakistan dei servizi segreti Isi, perché gli eredi di Khamenei leggano almeno i suoi 15 punti di accordo, cui contrappongono ostinati un loro plumbeo decalogo.
Il Trump trionfante 2024, sicuro di non licenziare più i ministri in serie come nel primo mandato, che caccia invece la ministra della Giustizia Bondi, la ministra dell’Interno Noem (con contorno di foto porno del marito) e il capo di gabinetto dell’esercito generale George, autore di un commovente congedo dai commilitoni: «Vi auguro comandanti di tempra morale».
Qual è il vero Trump, che scelte farà, dopo la leggendaria missione per salvare l’ufficiale disperso in Iran, costata mezzo miliardo, presto in format di serie tv e thriller, vantata in conferenza stampa ieri (lunedì 6 aprile, incluse minacce di arresto per i reporter che davano notizie sul blitz, elogi smodati del capo della Cia Ratcliffe alla Casa Bianca e il ministro della Difesa Hegseth a paragonare l’ufficiale a Gesù della via crucis? Non lo sanno i nemici, non lo sanno Putin e Xi Jinping, non lo sanno i perplessi alleati Ue e Nato.
Per capire cosa animi il presidente serve ripartire dall’abc trumpista, dal giovane palazzinaro in cerca di spazio su Page Six, rubrica gossip del New York Post, fino alla gloria politica: conta cosa si dice di Donald, quanto è popolare, se gli avversari lo temono o no.
Immerso nei talk della rete amica Fox, scrollando i post degli influencer Maga, immerso nel cellulare, numero che hanno ormai in troppi, è in vendita per poche migliaia di dollari, Donald Trump vede il proprio consenso scendere ai livelli Titanic dell’odiato Biden.
Secondo l’Economist, solo tre americani su dieci sostengono i raid su Teheran, sette sono contrari, inclusi elettori repubblicani. Quanto a Trump, la base militante, circa il 36%, non diserta, ma il 57% lo boccia, 7% incerti. Basta agli studiosi di dati Nate Silver e Nate Cohn per assegnare ai democratici la maggioranza alla Camera alle elezioni di Midterm a novembre, con il Senato in bilico: le chance dell’opposizione di conquistare la Camera Alta passano dal 37% al 47%, benché siano in lizza seggi repubblicani.
Applausi, vittorie, disprezzo per i perdenti sono la sigla di Trump. Mentre il presidente scandiva i bollettini per l’intrepida missione in Iran, un veterano di Washington lamentava con Repubblica: «Bene, ma ricordo cosa disse Trump del senatore John McCain, pilota eroe del Vietnam, detenuto a lungo ad Hanoi: “Io tifo per chi non si fa catturare dai nemici”».
Per Trump la posta in gioco non è l’illusorio cambio di regime a Teheran, lo sblocco dello stretto di Hormuz, trappola palese in cui gli Usa sono caduti, come Francia e Gran Bretagna a Suez nel 1956, impedire che l’Iran si arricchisca con il greggio, investendo nel nucleare militare alla Nord Corea, rappezzare i toni con i frustrati alleati, il leader francese Macron ormai ostile, la premier Meloni ora accorta a non farsi troppo schiacciare sugli Usa. E neppure evitare che Mosca sbanchi la roulette gas e petrolio, o che Pechino usi le limacciose acque di Hormuz da potenza egemone.
Donald Trump vuol tornare in alto nei sondaggi, riascoltare il ruggito degli stadi in rosso, lanciare post sprezzanti all’opposizione, psicologia che il premier israeliano Netanyahu manovra da virtuoso. Può ordinare raid, fermarli alla deadline o ostinarsi in una battaglia dopo l’altra.
Danny Citrinowicz, analista di intelligence in Israele, confida al New York Times: «La guerra di Trump è un successo tattico, ma un grave fallimento strategico». Gli ayatollah lo sanno e tengono duro. Il loro campo di battaglia sono le curve dei consensi a Trump, confidano scendano ai limiti, il presidente dichiari «vittoria!» e cambi totem da abbattere, in perenne rincorsa tra prestigio, devastazioni, civili caduti, valori antichi smarriti, richiami mistici a Dio risorto, che avrebbe protetto il salvataggio del pilota nelle caverne dell’Iran, a Pasqua.