Il voto di domenica 12 aprile in Ungheria sarà forse il voto europeo dell’anno. Meno di dieci milioni di abitanti, appena l’1% del Pil europeo, eppure la scelta tra la conferma di Viktor Orbán o la sua sostituzione con il quarantenne Péter Magyar è diventata l’epicentro simbolico del confronto globale tra autocrazie e democrazie.
L’Europa spera nel cambiamento mentre a tifare Orbán è un inaudito terzetto composto dalla Russia, di cui il premier ungherese è diventato portavoce, l’America di Trump, che invia sul terreno il vicepresidente Vance, e la Cina, che ha fatto dell’Ungheria il principale destinatario dei propri investimenti europei. Miracoli della “democrazia illiberale”.
Questa democrazia illiberale — la definizione è dello stesso Orbán — non gode certo di buona salute. Lo spettro della stagflazione che oggi si aggira per l’Europa è già realtà a Budapest: crescita zero, inflazione alta, svalutazione del fiorino e conseguente impennata dei tassi di interesse. Il paragone con il…
Il voto di domenica 12 aprile in Ungheria sarà forse il voto europeo dell’anno. Meno di dieci milioni di abitanti, appena l’1% del Pil europeo, eppure la scelta tra la conferma di Viktor Orbán o la sua sostituzione con il quarantenne Péter Magyar è diventata l’epicentro simbolico del confronto globale tra autocrazie e democrazie.
L’Europa spera nel cambiamento mentre a tifare Orbán è un inaudito terzetto composto dalla Russia, di cui il premier ungherese è diventato portavoce, l’America di Trump, che invia sul terreno il vicepresidente Vance, e la Cina, che ha fatto dell’Ungheria il principale destinatario dei propri investimenti europei. Miracoli della “democrazia illiberale”.
Questa democrazia illiberale — la definizione è dello stesso Orbán — non gode certo di buona salute. Lo spettro della stagflazione che oggi si aggira per l’Europa è già realtà a Budapest: crescita zero, inflazione alta, svalutazione del fiorino e conseguente impennata dei tassi di interesse. Il paragone con il buon andamento di paesi vicini come la Polonia o la Slovacchia è eloquente, nonostante Budapest abbia continuato a rifornirsi di gas russo e abbia ospitato infrastrutture e impianti made in China. Di fiorente, in questo panorama fosco, c’è solo la corruzione.
Per sedici anni tutto era sembrato possibile grazie al controllo crescente esercitato sulla magistratura, sui media, sulle università, grazie alle modifiche del sistema elettorale. Ma ora potrebbe non bastare più di fronte all’ascesa di Tisza, il partito conservatore ma non anti Ue che aveva avuto il 30% alle europee e ha coalizzato tutti gli oppositori di Orbán con il messaggio «ora o mai più».
La campagna elettorale è stata feroce, e nulla è da escludere — visto che Orbán è in svantaggio nei sondaggi — incluse provocazioni o operazioni false flag. Magyar ha fatto campagna contro il carovita e la corruzione, Orbán si è invece tenuto alla larga dai temi interni e ha puntato sui nemici esterni. Più della sua faccia, la propaganda del suo partito Fidesz usa quelle di Volodymyr Zelensky e Ursula von der Leyen, i nemici. «Non li pagheremo», strillano i manifesti.
A cinque giorni dal voto, nonostante il vantaggio di Tisza nei sondaggi, l’esito è ancora incerto. E incerta sarà comunque l’evoluzione del dopo Orbán, visto che in questi anni l’ex giovane democratico (sì, perché Fidesz significa proprio alleanza dei giovani democratici) ha cercato di blindare le limitazioni allo stato di diritto, introducendo una maggioranza dei due terzi per rimuoverle, e può contare sulla fedeltà del presidente della Repubblica con un rischio di confronto tra poteri simile a quello polacco. Detto questo, la sconfitta di Orbán metterebbe comunque la parola fine al modello ungherese di autocrazia e ai sogni di sfondamento sovranista.
Ci sono dunque molte buone ragioni europee per guardare con ansia a questo voto. Senza Orbán molte cose sarebbero più facili, a cominciare dal sostegno all’Ucraina. E soprattutto verrebbe meno un serio handicap interno a quel ruolo di baluardo delle regole di democrazia di fronte a Russia, Cina e alla stessa America di Trump che l’Europa è chiamata a svolgere: sarà più facile promuovere la libertà nel mondo se si riesce ad affermarla in casa propria. Ma anche una conferma di Orbán costringerebbe l’Unione a decidere.
Che farà in quel caso Bruxelles? Si limiterà a confermare la linea della condizionalità sui Fondi europei che inaugurammo con Next Generation Eu e che ormai tiene bloccati ben 16 miliardi? Oppure sceglierà di cercare l’unanimità dei ventisei paesi necessaria per sospendere il diritto di voto di uno Stato membro? Questa seconda strada appare inevitabile ma richiede un lavoro di coinvolgimento verso Slovacchia, Slovenia e Cechia per non riaccendere le tensioni sempre latenti tra Bruxelles e i paesi dell’est. Speriamo dunque che non sia necessaria.
L’arrivo di Vance suona come conferma del fatto che il test ungherese non è solo europeo. Aiuterà a capire quanto pesa il sostegno degli Stati Uniti, se il soccorso offerto mesi fa al presidente argentino Milei può essere replicato anche per Orbán. E sarà anche un test per capire quanto possono essere manipolate le elezioni in Europa da interventi esterni, deepfake e tutto ciò che ha indotto la giornalista Anne Applebaum a parlare della prima campagna elettorale «post-reality».
In gioco è dunque un modello, il modello prediletto dai sovranisti di tutto il mondo. Un modello di trasformazione di una maggioranza elettorale in un regime illiberale, in un’autocrazia che rende omaggio alla civilizzazione cristiana, che difende la patria contro i migranti e si fa paladina della famiglia tradizionale.
L’Ungheria di Orbán è scivolata passo dopo passo, mantenendo il simulacro di una democrazia formale e usando la forza in modo mirato e circoscritto senza massacri per le strade. Con orgoglio i sovranisti ungheresi rivendicano una sorta di primogenitura: «We were Trump before Trump». Appunto.