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Da Budapest schiaffo alle destre e a Washington

Il vincitore Peter Magyar (afp)
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L’Ungheria sceglie l’Europa. Viktor Orbán, amico di Trump e di Putin, esce battuto dal voto che ha visto un’affluenza record alle urne. Il partito filo-europeo di Peter Magyar ottiene molto più della maggioranza assoluta dei suffragi. È una sconfitta cocente per Trump che, con una inaudita intromissione negli affari interni di un paese alleato, aveva inviato a Budapest il vice-presidente americano Vance per fare campagna elettorale a favore di Orbán e contro Bruxelles. È una battuta di arresto per le estreme destre europee, da Meloni a Salvini, da Le Pen ai tedeschi di Afd, agli spagnoli di Vox, che scoprono quanto avvelenato sia l’abbraccio del presidente americano che li ha arruolati nella sua guerra contro l’Europa. È un duro colpo anche per Putin, che aveva nell’autocrate ungherese un fedele servitore, più ancora che un alleato politico.

La prudenza degli europei, che avevano evitato di adottare ulteriori misure punitive nei confronti del regime ungherese proprio per scongiurare …

L’Ungheria sceglie l’Europa. Viktor Orbán, amico di Trump e di Putin, esce battuto dal voto che ha visto un’affluenza record alle urne. Il partito filo-europeo di Peter Magyar ottiene molto più della maggioranza assoluta dei suffragi. È una sconfitta cocente per Trump che, con una inaudita intromissione negli affari interni di un paese alleato, aveva inviato a Budapest il vice-presidente americano Vance per fare campagna elettorale a favore di Orbán e contro Bruxelles. È una battuta di arresto per le estreme destre europee, da Meloni a Salvini, da Le Pen ai tedeschi di Afd, agli spagnoli di Vox, che scoprono quanto avvelenato sia l’abbraccio del presidente americano che li ha arruolati nella sua guerra contro l’Europa. È un duro colpo anche per Putin, che aveva nell’autocrate ungherese un fedele servitore, più ancora che un alleato politico.

La prudenza degli europei, che avevano evitato di adottare ulteriori misure punitive nei confronti del regime ungherese proprio per scongiurare sussulti nazionalistici e anti Ue, si è dimostrata vincente. I leader dei principali paesi europei hanno osservato un rispettoso silenzio durante la battaglia elettorale, mentre Orbán chiamava in soccorso i capi della destra mondiale. Il rispetto delle più elementari regole democratiche ha pagato, mentre la plateale violazione della sovranità nazionale da parte dell’amico di Trump è stata sanzionata dagli elettori.

Tisza, il partito di Magyar, ottiene in parlamento una maggioranza di seggi necessaria per smantellare le riforme costituzionali anti-democratiche con cui Orbán, nei sedici anni del suo regime, ha ridotto i diritti e le libertà degli ungheresi. Questo dato è naturalmente molto importante per il futuro del Paese. L’Ungheria deve poter ripristinare il proprio ordinamento liberale se vuole ricevere i 20 miliardi di fondi Ue che sono stati congelati proprio per le inadempienze del governo di Budapest.

Tuttavia il messaggio politico che arriva dalle urne ungheresi è ancora più importante per l’Europa nel suo complesso, perché riguarda i due principali nemici dell’Unione europea: Vladimir Putin e Donald Trump. Orbán ha impostato gran parte della sua propaganda elettorale su una campagna di odio verso l’Ucraina e il suo leader Volodymyr Zelensky, accusato di monopolizzare fondi europei che altrimenti sarebbero andati agli ungheresi. Gli elettori, anche quelli delle campagne, hanno risposto in modo inequivocabile che temono più i russi e l’aggressività di Putin che la generosità europea nei confronti dell’Ucraina. La politica Ue di sostegno a Kiev ne esce rafforzata perché verranno meno i veti che il regime ungherese aveva messo per paralizzare l’azione di Bruxelles. Inoltre Putin perde una spia che era insediata proprio nel cuore del Consiglio Ue e che forniva in tempo reale a Mosca informazioni sui progetti e sugli umori degli altri leader europei. È vero che la Slovacchia resta su posizioni più ambigue verso la Russia tuttavia, senza la presenza di Orbán, è difficile che si metta di traverso per bloccare le decisioni dell’Unione.

Ma il grande sconfitto delle elezioni di ieri è proprio Donald Trump, il leader che più si era speso per la rielezione di Orbán. Nel progetto della Casa Bianca, Orbán era il capofila e il cardine di quella estrema destra europea che avrebbe dovuto prendere il potere in Francia e Germania, oltre che in Italia, per paralizzare definitivamente l’integrazione europea. Ma il voto degli ungheresi, dopo quello degli italiani al referendum, dimostra che la benedizione di Trump (come quella di Netanyahu, altro amico di Orbán e Meloni) si dimostra tossica per chi la riceve. Gli europei possono anche essere di destra, ma non accettano e non ammettono il bullismo del presidente americano. Da Gaza alla Groenlandia all’Iran, la politica di Trump suscita un rigetto spontaneo nel popolo Ue. Una ripulsa che è fatta sia di insofferenza epidermica, sia di profonda divergenza sui valori fondamentali. Anche questo rigetto fa parte di una identità europea che si sta affermando, più che per adesione, per dissenso dagli altri modelli presenti sulla scena internazionale. Viktor Orbán lo ha imparato a proprie spese. È stato il primo. Non è detto che sia l’ultimo.

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