La crisi globale e l’Italia debole
di Paolo GentiloniUn’atmosfera cupa ha dominato gli incontri del Fondo monetario a Washington, con un particolare pessimismo sull’economia italiana. Siamo alla terza crisi globale di questi anni Venti, dopo la pandemia e l’invasione dell’Ucraina, e l’ordine internazionale che dovrebbe coordinare la risposta a questo tipo di crisi è come evaporato. Si naviga a vista e in ordine sparso. I governi sono in allarme e perdono consensi, ma i mercati continuano a guadagnare. Mentre i danni di questa situazione sono già evidenti e sono seri. Lo sarebbero anche se il cessate il fuoco sfociasse nella fine della guerra.
Il rallentamento dell’economia è globale ma non è uguale per tutti: ne soffrono di più i paesi asiatici ed europei che importano gas e petrolio (al netto dei danni diretti sofferti dai paesi esportatori del Golfo); i paesi con meno spazi di bilancio; e infine i paesi più poveri nei quali, anche per la caduta dell’export dei fertilizzanti, si rischia un’impennata dell’insicurezza alimentare.
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Un’atmosfera cupa ha dominato gli incontri del Fondo monetario a Washington, con un particolare pessimismo sull’economia italiana. Siamo alla terza crisi globale di questi anni Venti, dopo la pandemia e l’invasione dell’Ucraina, e l’ordine internazionale che dovrebbe coordinare la risposta a questo tipo di crisi è come evaporato. Si naviga a vista e in ordine sparso. I governi sono in allarme e perdono consensi, ma i mercati continuano a guadagnare. Mentre i danni di questa situazione sono già evidenti e sono seri. Lo sarebbero anche se il cessate il fuoco sfociasse nella fine della guerra.
Il rallentamento dell’economia è globale ma non è uguale per tutti: ne soffrono di più i paesi asiatici ed europei che importano gas e petrolio (al netto dei danni diretti sofferti dai paesi esportatori del Golfo); i paesi con meno spazi di bilancio; e infine i paesi più poveri nei quali, anche per la caduta dell’export dei fertilizzanti, si rischia un’impennata dell’insicurezza alimentare.
Prevedendo in ogni caso un calo della crescita e un aumento dell’inflazione, il Fondo ha presentato tre scenari mondiali di diversa gravità: sulla crescita si va da qualche decimale in meno a un dimezzamento, mentre l’inflazione attesa per l’anno prossimo oscilla tra il 4 e il 6%.
Come limitare, in particolare nelle economie avanzate, questo rischio di stagflazione? L’invito ai governi è a concentrarsi su misure «temporanee e limitate» per non alimentare l’inflazione. Avendo ripetuto questo identico invito a nome della Commissione europea per un paio d’anni di fronte alla fiammata inflazionistica del 2022-23, so bene che sono parole tanto necessarie quanto difficili da attuare. Parole alle quali andrebbe comunque associato un invito parallelo a non precipitare i tempi di una eventuale stretta monetaria.
La crisi è globale ma l’impatto è particolarmente grave per l’Italia che, a prescindere da scenari futuri ancora più pessimistici, per il Fondo monetario crescerà di appena lo 0,5% quest’anno, ultima tra le economie osservate.
La Banca d’Italia ha formulato una stima analoga, accompagnata da uno «scenario avverso», in caso la guerra prosegua a lungo, nel quale avremmo crescita zero e inflazione sopra il 4%. Di fronte a previsioni tanto negative, nel nostro dibattito politico si è discusso del Patto di stabilità e degli approvvigionamenti di gas. Vediamo di che si tratta.
La sospensione del Patto di stabilità può essere decisa in caso di «grave crisi economica»: è in sostanza una decisione politica, non si basa su precisi parametri numerici. Prendemmo questa decisione, a marzo del 2020, di fronte a un’economia in caduta libera per i lockdown e la confermammo, contro l’opinione del governo tedesco, fino al 2023 per accompagnare la ripresa e far fronte alla nuova crisi provocata da Putin.
Oggi è evidente che non siamo in una situazione analoga. Anche se negli scenari più avversi potremmo arrivarci, ora la crisi non giustifica una sospensione generale delle regole. L’Italia potrebbe intanto chiedere la clausola di sospensione nazionale, che è stata introdotta nella nuova versione del Patto? Sì, potrebbe farlo, ma non sarebbe una scelta saggia.
Quanto al gas, la nostra eccessiva dipendenza è nota, aggravata dal venir meno di quell’11% di gas che veniva liquefatto dal Qatar nell’impianto di Ras Laffan, ora distrutto. Sarebbe bene non aggravarla, questa dipendenza, tanto meno se si pensa di farlo riaprendo i rubinetti alla Russia di Putin. Insomma, la risposta italiana per fronteggiare questa crisi tutto può essere tranne che “più debito pubblico e più gas russo”. Una ricetta suicida.
Si discute troppo poco, piuttosto, del fatto che nonostante la pioggia di miliardi europei di Next Generation Eu, e la prudenza nei conti pubblici del ministro Giorgetti, continuano a emergere due enormi debolezze italiane.
La prima è che siamo fermi. Il governo vanta la propria longevità, che può essere un vantaggio in alcune dinamiche internazionali, ma tace sul fatto che veniamo da quasi quattro anni di surplace. Pochissime iniziative di riforma, e neanche uno straccio di strategia per la crescita, l’innovazione e la transizione climatica.
È quindi inevitabile che riaffiori anche la seconda debolezza, ossia il fatto di avere il terzo debito più grande del mondo dopo Stati Uniti e Giappone. In percentuale, l’anno prossimo, il nostro debito pubblico sarà più alto di quello greco. Le voci di stampa su allarmi relativi al debito italiano sono esagerate, ma è ovvio che se andremo verso un peggioramento della crisi globale le pressioni sull’Italia non potranno che aumentare.
Il vecchio detto attribuito al finanziere Warren Buffett, secondo cui quando la marea si ritira si scopre chi stava nuotando senza costume, vale anche per questa crisi. Ed è un monito al governo per correre ai ripari e provare a rilanciare la crescita.