Il germe di Putin resiste in Europa
di Paolo GarimbertiNei tempi sovietici circolava una storiella su una visita a Mosca del leader bulgaro. Todor Zhivkov torna a casa e mostra orgoglioso alla moglie il regalo ricevuto da Breznev, il segretario generale del Pcus: «Guarda che bel cappotto mi ha regalato Leonid Ilic». La moglie replica: «Bello, ma è tanto corto». E Zhivkov di rimando: «Eh, quando hanno preso le misure ero in ginocchio».
Todor Zhivkov è stato il leader del Patto di Varsavia più fedele e ossequiente al Cremlino. Il “voto bulgaro”, sinonimo storico dell’unanimità forzata imposta dall’Urss, ne ha fatto il leader più longevo dei satelliti di Mosca nell’Est europeo: è rimasto al potere (servendo Krusciov, Breznev, Andropov, Cernenko e Gorbaciov) dal 1956 al 1989, quando anche lui è stato spazzato via dalle rivolte innescate dalla caduta del Muro di Berlino.
Ora quel passato, che sembrava cancellato per sempre, minaccia di tornare a Sofia, sia pure filtrato dal fatto che oggi la Bulgaria fa parte della Ue e della Nato, è appena e…
Nei tempi sovietici circolava una storiella su una visita a Mosca del leader bulgaro. Todor Zhivkov torna a casa e mostra orgoglioso alla moglie il regalo ricevuto da Breznev, il segretario generale del Pcus: «Guarda che bel cappotto mi ha regalato Leonid Ilic». La moglie replica: «Bello, ma è tanto corto». E Zhivkov di rimando: «Eh, quando hanno preso le misure ero in ginocchio».
Todor Zhivkov è stato il leader del Patto di Varsavia più fedele e ossequiente al Cremlino. Il “voto bulgaro”, sinonimo storico dell’unanimità forzata imposta dall’Urss, ne ha fatto il leader più longevo dei satelliti di Mosca nell’Est europeo: è rimasto al potere (servendo Krusciov, Breznev, Andropov, Cernenko e Gorbaciov) dal 1956 al 1989, quando anche lui è stato spazzato via dalle rivolte innescate dalla caduta del Muro di Berlino.
Ora quel passato, che sembrava cancellato per sempre, minaccia di tornare a Sofia, sia pure filtrato dal fatto che oggi la Bulgaria fa parte della Ue e della Nato, è appena entrata (dall’inizio dell’anno) nell’eurozona e dunque teoricamente avrebbe gli anticorpi per evitare l’influenza del Cremlino.
Ma Rumen Radev, l’uomo che ha vinto le elezioni e ora ha la maggioranza in Parlamento, non nasconde le simpatie per Mosca (e la sua antipatia per Kiev), la fobia per l’euro e l’insofferenza per le regole di Bruxelles. Da presidente della Repubblica si era dichiarato apertamente contrario all’ingresso della moneta unica. Si è poi dimesso apposta per fondare un nuovo partito, che ha potuto godere di una forte propaganda social di origini sospette: una rete di account che si è attivata improvvisamente per promuovere la nuova formazione politica.
La sua visione è riassunta in una frase che sembra voler conciliare l’inconciliabile: «La Bulgaria è l’unico Stato membro della Ue slavo e ortodosso orientale, un anello per i legami con Mosca». In campagna elettorale aveva ricordato la rivolta dei bulgari contro l’Impero ottomano, che «aveva suscitato una grande passione politica in Russia».
La vittoria di Radev, che si è fatto fotografare ai comandi di un caccia russo Mig-29 e fisicamente ricorda in modo assai singolare proprio Zhivkov, è stata ovviamente benedetta dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, che l’ha definita «impressionante e da noi benvenuta». Ma suscita grande preoccupazione in Europa. Innanzitutto perché riporta l’orologio politico bulgaro indietro di trentacinque anni.
Goran Georgiev, un esperto di disinformazione russa al Centro di studi per la democrazia di Sofia, ha commentato che se Radev mantiene fede alle sue affermazioni «finiremo per avere un Parlamento in cui la maggioranza non è filo-Europa per la prima volta nella storia moderna della Bulgaria». Appunto dal 1989, quando finì il lunghissimo “regno” di Todor Zhivkov.
Secondariamente perché il risultato dell’elezione bulgara smorza l’entusiasmo che aveva accompagnato a Bruxelles, e in quasi tutte le capitali europee, la sconfitta di Viktor Orbán nelle elezioni ungheresi. Proprio nei giorni in cui la Commissione europea è andata a Praga per sbloccare i fondi riservati all’Ungheria e avere il via libera di Peter Magyar al sospirato prestito per Kiev, l’Europa rischia di avere un nuovo Orbán tra i suoi 27 leader.
Come ha detto l’eurodeputata francese Valérie Hayer al Financial Times, Radev potrebbe diventare «il cavallo di Troia di Putin in Europa». L’ex presidente bulgaro ha fatto di tutto per confermare questo rischio. Ha postato una sua foto con Putin nell’ultimo comizio, ha dichiarato che «la Crimea è russa», non ha nascosto di aver ricevuto aiuto (forse anche finanziario) e consigli da persone legate al Svr, l’intelligence estera della Russia.
Soprattutto per Zelensky, che tre anni fa durante una visita a Sofia aveva avuto uno scambio di opinioni piuttosto ruvido con l’allora presidente bulgaro, avere Radev, dopo Orbán, in Europa non è una buona notizia. Almeno finché restano le attuali regole del voto nella Ue. Ma non è una buona notizia neppure per la Nato perché nell’architettura strategica dell’Alleanza la Bulgaria, per la sua posizione geografica, ha un ruolo molto rilevante.
Infine, l’esito del voto bulgaro, valutato in controluce con l’andamento della guerra in Ucraina (dove Putin è sempre più in difficoltà, militari ma soprattutto economiche, a uscire dall’impasse in cui si è cacciato) segnala che il pericolo della propaganda e della disinformazione russa resta molto alto.
Non soltanto nei Paesi ex comunisti dell’Est Europa (come è successo, prima che in Bulgaria, in Romania e Moldavia, lo scorso anno). Ma anche in quelli tradizionalmente occidentali come l’Italia. Come dimostra l’attivismo sopra le righe dell’ambasciata russa, votata sempre di più al ruolo di agit-prop piuttosto che a quello della diplomazia.