✕

Istat, autonomia da difendere

Giorgia Meloni 

Ascolta l'audio

2 minuti di lettura

È comprensibile il rammarico per aver superato, seppur di appena lo 0,1%, la soglia del 3% del rapporto deficit/pil. Ed è altrettanto comprensibile che la presidente del Consiglio esprima disappunto, soprattutto alla luce di un miglioramento significativo di quell’importante indicatore: dall’8% del 2022, fortemente condizionato dalla pandemia, al 3,4% del 2024, fino al 3,1% stimato per il 2025.

Ma vediamo che cosa ha affermato: «Sarebbero stati sufficienti appena 20 miliardi di pil in più rispetto ai 2.258 al momento stimati dall’Istat. Il paradosso è che, da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo. Con buona probabilità, questo accadrà anche per il 2025, rivelandosi una beffa per l’Italia e per gli italiani».

Per prima cosa occorre ricordare un punto metodologico essenziale: le stime non sono una variabile discrezionale. Se quei 20 miliardi non emergono dalla contabilità dell’Istat e di Eurostat, non possono certo essere “aggiun…

È comprensibile il rammarico per aver superato, seppur di appena lo 0,1%, la soglia del 3% del rapporto deficit/pil. Ed è altrettanto comprensibile che la presidente del Consiglio esprima disappunto, soprattutto alla luce di un miglioramento significativo di quell’importante indicatore: dall’8% del 2022, fortemente condizionato dalla pandemia, al 3,4% del 2024, fino al 3,1% stimato per il 2025.

Ma vediamo che cosa ha affermato: «Sarebbero stati sufficienti appena 20 miliardi di pil in più rispetto ai 2.258 al momento stimati dall’Istat. Il paradosso è che, da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo. Con buona probabilità, questo accadrà anche per il 2025, rivelandosi una beffa per l’Italia e per gli italiani».

Per prima cosa occorre ricordare un punto metodologico essenziale: le stime non sono una variabile discrezionale. Se quei 20 miliardi non emergono dalla contabilità dell’Istat e di Eurostat, non possono certo essere “aggiunti” ex ante. Le statistiche si costruiscono attraverso procedure rigorose, condivise a livello europeo, che definiscono tempi, fonti e metodi. E si basano su continue innovazioni. Il rapporto deficit/pil è, per sua natura, il risultato di due grandezze: il numeratore (il deficit) e il denominatore (il pil). A parità di deficit, un pil più elevato riduce il rapporto; ma il pil non è una variabile manipolabile, bensì una stima che viene calcolata sulla base di una complessa metodologia e che si affina nel tempo attraverso le revisioni, per garantire tempestività. Le revisioni possono andare in direzioni diverse, al rialzo, al ribasso, e rispondono a regole statistiche condivise, non a valutazioni politiche.

È vero che le revisioni del pil sono state al rialzo in varie occasioni. Ma ciò è avvenuto anche in altri Paesi europei. E questo non implica che i dati iniziali siano sbagliati: significa piuttosto che sono stime preliminari, costruite con le informazioni disponibili in quel momento e poi migliorate grazie a dati più completi. E non significa neanche che sarà così in futuro. E non è questione di beffare gli italiani. I dati ufficiali fanno sempre luce sulla salute del Paese. Possono essere scomodi, a volte per gli uni, altre per gli altri. Ma sono preziosi per tutti, indipendentemente dall’orientamento politico, se vogliamo costruire politiche che migliorino la situazione dell’Italia.

Per questo è importante mantenere cautela nel commento dei dati ufficiali, specie da parte dei rappresentanti delle istituzioni. Le statistiche ufficiali non devono essere un terreno di scontro politico, ma un bene pubblico fondamentale da salvaguardare e potenziare, cosa che purtroppo da molti anni non avviene. La loro forza risiede nella fiducia che i cittadini ripongono nel valore e nella indipendenza dell’istituzione preposta a produrle, nel rigore metodologico e nella trasparenza delle procedure.

Mettere in discussione la qualità del processo statistico da parte di importanti figure istituzionali rischia di indebolire proprio ciò che lo rende solido: la fiducia collettiva e la partecipazione alle rilevazioni. Ed è anche per questo che, nel dibattito pubblico, la prudenza nel linguaggio non è un dettaglio, ma una condizione necessaria per preservare la credibilità delle istituzioni statistiche, in Italia come nel resto d’Europa. Ciò non significa che non debbano esserci critiche nei confronti dell’Istat , ma che queste debbano essere condotte nelle sedi opportune e sulla base di argomentazioni adeguate e evidenze metodologiche che non possono essere sintetizzate in due frasi. La statistica ufficiale è un pilastro della democrazia. Perché rende più liberi i cittadini, permettendo di conoscere la realtà del Paese e conseguentemente di poter scegliere se cambiare o meno il raggruppamento politico da votare. Ma è un pilastro della democrazia anche perché fornisce quelle informazioni basilari per disegnare le politiche. Teniamoci stretto questo tesoretto che abbiamo e rafforziamolo. Sono certa che la premier capirà queste preoccupazioni. D’altronde è lei che ha scelto un presidente dell’Istat super partes, votato anche dalle opposizioni.

Leggi i commenti