A giudicare da tono e sostanza del colloquio di Marco Rubio con Giorgia Meloni, è sembrato quasi di ascoltare un interprete della classica linea euro-atlantica che ha segnato per decenni il rapporto tra Stati Uniti e Italia. Nessuna eccentricità, nessuna furia verbale in stile Trump, soprattutto nessuna minaccia contro l’alleato fedifrago.
Il segretario di Stato è apparso lontano anche dal suo collega nell’amministrazione americana, il vicepresidente Vance: l’uomo che vuole raggiungere la Casa Bianca nel 2028 accarezzando il mondo Maga, isolazionista e anti-europeo. Rubio ambisce al medesimo traguardo, ma cammina lungo un sentiero più compatibile con la sensibilità del vecchio continente. Sarà per non lasciare nulla d’intentato che il ministro degli Esteri, Tajani, lo ha lusingato con l’albero genealogico che ne attesterebbe la lontana origine piemontese.
S’intende che la giornata di ieri (venerdì 8 maggio) non significa un ritorno all’antico. Difficile credere che l’era Trump sia so…
A giudicare da tono e sostanza del colloquio di Marco Rubio con Giorgia Meloni, è sembrato quasi di ascoltare un interprete della classica linea euro-atlantica che ha segnato per decenni il rapporto tra Stati Uniti e Italia. Nessuna eccentricità, nessuna furia verbale in stile Trump, soprattutto nessuna minaccia contro l’alleato fedifrago.
Il segretario di Stato è apparso lontano anche dal suo collega nell’amministrazione americana, il vicepresidente Vance: l’uomo che vuole raggiungere la Casa Bianca nel 2028 accarezzando il mondo Maga, isolazionista e anti-europeo. Rubio ambisce al medesimo traguardo, ma cammina lungo un sentiero più compatibile con la sensibilità del vecchio continente. Sarà per non lasciare nulla d’intentato che il ministro degli Esteri, Tajani, lo ha lusingato con l’albero genealogico che ne attesterebbe la lontana origine piemontese.
S’intende che la giornata di ieri (venerdì 8 maggio) non significa un ritorno all’antico. Difficile credere che l’era Trump sia solo una parentesi. La ferita tra le due sponde dell’Atlantico è destinata a durare, ma l’obiettivo di Rubio è senz’altro quello di non approfondirla e, anzi, di studiare nuove forme di convivenza con un’Europa decisa forse ad assumersi una serie di responsabilità politiche e militari.
Quindi l’incontro a palazzo Chigi non equivale, come è ovvio, alla Canossa del trumpismo — nessuno poteva supporlo — ma nemmeno a un’esibizione di servilismo da parte di Giorgia Meloni, come vorrebbe l’opposizione. Al contrario, non si è parlato del ritiro delle forze americane dal territorio italiano, di recente adombrato dal presidente.
E invece si sta avvicinando il momento in cui la Marina Militare dovrebbe contribuire a sminare le acque dello stretto di Hormuz. Beninteso, quando la tregua sarà un po’ più solida di oggi e magari proiettata verso un accordo di pace al momento assai nebuloso.
In poche parole, si tratta di ridefinire alcuni aspetti della politica estera. Il vecchio rapporto privilegiato con Trump è parecchio lesionato, il che può essere persino un vantaggio a breve scadenza per la premier, considerando l’antipatia e la disistima che il presidente americano suscita in Italia.
Tuttavia il governo sa bene di dover proteggere il rapporto con gli Stati Uniti al di là della stagione trumpiana. Sarà questo il compito di qui alle elezioni del novembre 2028. Dopo si vedrà chi entra alla Casa Bianca. Se fosse Rubio, e a palazzo Chigi governasse ancora la destra, vorrà dire che anche l’incontro di Roma è servito a qualcosa.
Lo stesso centrosinistra è alla ricerca di una modalità per stare nel nuovo disordine mondiale. Il viaggio di Elly Schlein in Canada e l’incontro con Obama, il suo mito di ieri che si ripresenta in una veste rinnovata, è un passo in quella direzione. Anche la segretaria del Pd sa di dover salvare la relazione tra Italia e Stati Uniti e dunque ben venga l’abbraccio con Obama, fosse pure una photo opportunity.
Certo, il centrosinistra ha di fronte un discreto tratto di strada. Se Giorgia Meloni ha nella sua coalizione la voce dissonante e pro-Putin di Salvini, Elly Schlein deve affrontare la linea di Conte, altrettanto filo-russa e persino più aggressiva sul Medio Oriente. L’intera alleanza d’opposizione, salvo qualche significativa eccezione, segue una linea radicale in politica estera che diventerebbe irrealistica in caso di vittoria elettorale.
Tuttavia per il momento, ondeggiando tra lo spagnolo Sánchez e il ricordo di Obama, la segretaria del Pd può aggiungere un mattone al castello in costruzione della sua leadership. In fondo, in Canada c’è lei e non Conte. Il quale è rimasto nell’ambiguità circa la relazione con Trump mediata dallo strano personaggio che risponde al nome di Paolo Zampolli.