Nel nome del bene supremo della stabilità vengono escogitati premierati e leggi elettorali, ma alla prova dei fatti la stabilità non è di per sé sinonimo di efficacia. Non si può dire, ad esempio, che il record di longevità del governo Meloni abbia prodotto cambiamenti significativi per la nostra economia. Siamo stabilmente fermi. Sarebbe bene dunque guardare all’anno che rimane della legislatura come un’occasione per mettere mano almeno ad alcuni dei problemi più seri. Anche perché tutto intorno le acque dell’economia globale sono più che mai agitate.
Il Medio Oriente è sospeso tra guerra e pace e, per quanto le ragioni del conflitto siano diventate ormai oscure anche a chi lo ha iniziato, lo stretto di Hormuz resta bloccato dopo ottanta giorni. Guerra in Ucraina e tensioni commerciali continuano ad alimentare un’incertezza globale che il viaggio di Trump a Pechino ha lasciato invariata e che un certo “ottimismo della volontà” ostentato dalle Borse non può cancellare. E se l’Europa …
Nel nome del bene supremo della stabilità vengono escogitati premierati e leggi elettorali, ma alla prova dei fatti la stabilità non è di per sé sinonimo di efficacia. Non si può dire, ad esempio, che il record di longevità del governo Meloni abbia prodotto cambiamenti significativi per la nostra economia. Siamo stabilmente fermi. Sarebbe bene dunque guardare all’anno che rimane della legislatura come un’occasione per mettere mano almeno ad alcuni dei problemi più seri. Anche perché tutto intorno le acque dell’economia globale sono più che mai agitate.
Il Medio Oriente è sospeso tra guerra e pace e, per quanto le ragioni del conflitto siano diventate ormai oscure anche a chi lo ha iniziato, lo stretto di Hormuz resta bloccato dopo ottanta giorni. Guerra in Ucraina e tensioni commerciali continuano ad alimentare un’incertezza globale che il viaggio di Trump a Pechino ha lasciato invariata e che un certo “ottimismo della volontà” ostentato dalle Borse non può cancellare. E se l’Europa soffre più di Cina e Stati Uniti le conseguenze della turbolenza globale, per l’Italia i rischi sono ancora maggiori.
Le prospettive di stagflazione, crescita stagnante con inflazione in rialzo, sono infatti particolarmente allarmanti da noi: dopo due o tre anni di robusta ripresa post Covid, siamo finiti in fondo al gruppo europeo con una crescita attesa quest’anno allo 0,5%, mentre l’inflazione, che l’anno scorso era al di sotto della media europea, è balzata in aprile al 2,8% e secondo alcune stime potrebbe risultare alla fine di quest’anno superiore al 4% e alla stessa media europea.
Molti fattori contribuiscono a rendere impegnativa la congiuntura italiana, dalle difficoltà della manifattura, alle condizioni meno favorevoli per il traino delle nostre esportazioni (il deficit con la Cina in cinque anni è passato da 20 a 45 miliardi), alla nostra dipendenza dal gas che il prolungarsi del blocco di Hormuz rende ogni giorno più dolorosa.
A questa congiuntura difficile il governo ha finora opposto buoni propositi — sulla riduzione delle tasse, che in realtà sono aumentate, o sull’aumento degli occupati, che purtroppo sembra esaurito — e una sola vera scelta di politica economica: la prudenza sui conti pubblici. Una scelta del tutto condivisibile, che tuttavia con gli attuali livelli di crescita non può nemmeno tenere a freno il debito pubblico: l’avanzo primario non riesce a compensare i maggiori costi del debito che così continua nella sua corsa record.
L’ultima cosa da fare, in questo contesto, è aderire al partito dello scostamento di bilancio, sorto improvvisamente sull’onda del caso del 3,1% di deficit. I fautori dello scostamento si sono subito dichiarati, immancabilmente, antieuropei. L’origine dei mali sarebbe infatti il Patto di stabilità, madre di tutte le austerità, che legherebbe le mani all’economia italiana. Tesi curiosa. Non perché io non conosca i limiti del compromesso finale con cui i governi hanno concluso un paio d’anni fa la revisione del Patto di stabilità: conosco a memoria quei limiti, e anche le maggiori flessibilità di cui godono i Paesi rispetto alla situazione precedente.
Ma il punto è che non è facile gridare all’austerità europea per un paese che negli ultimi cinque anni, grazie ai fondi europei di Next Generation Eu, ha potuto raddoppiare le proprie abituali capacità di spesa (lo ha fatto con grande fatica) e ha raggiunto i livelli medi di investimento della zona euro, cosa che non avveniva da 15 anni. Chiedere deroghe ed eccezioni non serve, se non a mostrare debolezza. La spinta in Europa dovrebbe concentrarsi piuttosto sulla costruzione di alleanze per arrivare a decidere il finanziamento comune di beni comuni, a partire dalla difesa e dall’innovazione tecnologica.
Intanto abbiamo davanti a noi un anno, non un attimo. E non è mai troppo tardi per cercare di affrontare i problemi seri, concentrando le limitate risorse disponibili su alcune priorità. Due esempi.
Il primo è il sostegno all’innovazione nelle imprese. Le peripezie dei fondi transizione 5.0 sono un esempio di come non affrontare la sfida esistenziale dell’introduzione dell’intelligenza artificiale nei diversi settori della nostra manifattura. Da questa sfida dipende in larga misura il potenziale incremento della produttività e, di conseguenza, dipendono i margini per recuperare potere d’acquisto ai salari, che hanno perso l’8% negli ultimi cinque anni e rischiano ulteriore erosione per l’inflazione.
Una seconda grande emergenza è costituita dall’emigrazione che cresce tra i giovani italiani, specie i più qualificati. Alcune settimane fa la Commissione europea ha pubblicato un dato sbalorditivo: tra le 175mila domande di giovani per partecipare al concorso per entrare nella Commissione, quasi la metà (80mila) erano di giovani italiani. Ma il fenomeno è più generale, ogni anno decine di migliaia di giovani laureati si trasferiscono all’estero. Vogliamo provare a fare qualcosa? Meglio qualche risposta parziale che un interminabile periodo di attesa del voto, da trascorrere tra scandali e battibecchi. Immobili.