Modena, al mercato del consenso
di Carlo BoniniDello sciacallaggio politico e della spregiudicatezza Matteo Salvini ha fatto un format. Diciamo pure il suo tratto identitario. E tuttavia c’è il segno di una peculiare disperazione e ottusità nel riflesso pavloviano con cui ha scelto di cavalcare il dolore e la paura di Modena e dell’intero Paese di fronte al sangue versato per mano del cittadino italiano di origini marocchine Salim El Koudri.
Nella richiesta di nuove norme che consentano di privare della cittadinanza italiana i dieci, cento, mille Salim che Salvini evoca ora silenziosamente in agguato, pronti a esplodere e a delinquere, all’ombra dei nostri campanili, non c’è infatti solo la consueta rozzezza di chi ignora (o finge di ignorare) il complesso quadro normativo, italiano ed europeo, che disciplina la materia e vieta in ogni caso di utilizzare la privazione della cittadinanza quando questa produca quale sua conseguenza la condizione di apolide.
Non c’è solo l’idea della pena come vendetta, dell’odio che chiama e legit…
Dello sciacallaggio politico e della spregiudicatezza Matteo Salvini ha fatto un format. Diciamo pure il suo tratto identitario. E tuttavia c’è il segno di una peculiare disperazione e ottusità nel riflesso pavloviano con cui ha scelto di cavalcare il dolore e la paura di Modena e dell’intero Paese di fronte al sangue versato per mano del cittadino italiano di origini marocchine Salim El Koudri.
Nella richiesta di nuove norme che consentano di privare della cittadinanza italiana i dieci, cento, mille Salim che Salvini evoca ora silenziosamente in agguato, pronti a esplodere e a delinquere, all’ombra dei nostri campanili, non c’è infatti solo la consueta rozzezza di chi ignora (o finge di ignorare) il complesso quadro normativo, italiano ed europeo, che disciplina la materia e vieta in ogni caso di utilizzare la privazione della cittadinanza quando questa produca quale sua conseguenza la condizione di apolide.
Non c’è solo l’idea della pena come vendetta, dell’odio che chiama e legittima odio, dell’identità del sangue come unico vincolo di destino. C’è anche il ritorno prepotente sul tema dei migranti a una semantica politica primitiva. Che sconta evidentemente la concorrenza del linguaggio di odio praticato alla sua destra da Vannacci e il miraggio di lucrare qualche decimale di consensi nei rapporti di forza all’interno della coalizione di governo.
Ma, a ben vedere, c’è soprattutto il segnale del fallimento della scorciatoia securitaria venduta all’Italia dalla destra quattro anni fa e ancora prima contrabbandata in prima persona nella fortunatamente breve esperienza da ministro dell’Interno (quando, per intenderci, Salvini si impegnava con il Paese a rimpatriare 600mila clandestini nei suoi primi sei mesi al Viminale).
Sappiamo oggi dalle statistiche sui numeri degli arrivi nel periodo compreso tra la fine del 2022 e i primi mesi del 2026 che la politica del “mare chiuso”, dei centri in Albania, delle rotte punitive imposte alle ong impegnate nel soccorso, non solo non hanno modificato il trend dei flussi ma, se possibile, ne hanno persino peggiorato il saldo.
E sappiamo anche che l’idea di ridisegnare il modello di sicurezza urbana nelle città intorno alle “zone rosse” non solo non ha modificato la percezione di insicurezza di chi le abita, ma non ha neppure prodotto alcuna significativa inversione nel trend di tutti quei reati (violenti o predatori) che di quella insicurezza sono l’indice e la spia.
Quattro anni fa, con una semplificazione fraudolenta, Salvini e la destra sovranista avevano convinto la maggioranza degli italiani che quote progressive di sicurezza comportassero necessariamente una proporzionale restrizione del perimetro dei diritti e delle libertà. E che la soluzione del tema dei migranti e del conseguente effetto sulla sicurezza urbana risiedessero dunque in una semplice scelta: liberarsi del lassismo di una sinistra smidollata e del buonismo da intellettuali da ztl. Fino al punto di liquidare — come aveva fatto il ministro dell’Interno Piantedosi — il tema dell’integrazione come «pull factor», fattore di attrazione dei flussi, e dunque di considerarlo incompatibile con le politiche di contenimento degli arrivi.
Con una conseguenza: la progressiva desertificazione nei nostri territori di tutte le esperienze di integrazione più promettenti e comunque in grado di non consegnare migranti, di prima ma anche di seconda generazione, a una condizione di marginalità che, inevitabilmente, diventa incubatrice di risentimento, occasione di radicalizzazione religiosa, e, prima o poi, anticamera di ogni forma di devianza. Come per altro sembra di intravedere con sempre maggiore chiarezza anche nella storia di Salim El Koudri.
Non sappiamo quanto resti oggi dell’incantesimo sovranista nella pancia e nella testa dell’elettorato. Ma registriamo che, di fronte al suo fallimento, la destra — di Salvini ma anche di FdI — torna a brandirlo come un feticcio.
E la discussione sulla cittadinanza torna dunque a essere venduta al mercato del consenso non come uno strumento con cui garantire e facilitare un percorso pieno di integrazione, ma un ponte levatoio da sollevare per abdicare ancora una volta a tutte quelle funzioni di governo che alla cittadinanza dovrebbero dare forma e sostanza.
Funzioni che sono e restano complesse. Perché interpellano, evidentemente, non solo responsabilità di polizia, ma di governo del welfare, nel senso più ampio del termine: educazione, lingua, formazione, accesso al lavoro, assistenza sanitaria, sostegno psicologico.
Per un Paese gelato da un inverno demografico di cui non si vede la fine e inevitabilmente esposto ai flussi migratori, l’integrazione non è né un’opzione, né una resa. È una strada obbligata. La sola possibile. E la cittadinanza è un’opportunità. Non un totem identitario da difendere con un linguaggio politico truculento.
Le migliaia di cittadini scesi in piazza a Modena domenica 17 maggio hanno dimostrato di saperlo. E come loro ha dimostrato di esserne consapevole Osama Shalaby, muratore egiziano in Italia da 30 anni, che la cittadinanza non la ha, ma che sabato con il figlio Mohamed ha fermato la furia dell’italiano Salim El Koudri.