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Ben-Gvir, se questo è un ministro

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Ditemi se è davvero un degno e civile rappresentante di Israele, unica democrazia in Medio Oriente. O se non è piuttosto l’uomo che la sta mandando in frantumi agli occhi del mondo
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Ditemi se questo è un ministro. Uno che passa tra gli attivisti della Global Sumud Flotilla inginocchiati e ammanettati dandogli sarcasticamente il benvenuto in Israele. Uno che sventola la bandiera israeliana con aria di scherno. Uno che quando una ragazza grida «Free, free Palestine!» dice: «Ben fatto!» all’indirizzo dell’agente che l’afferra per la testa spingendola violentemente a terra.

Ditemi se Itamar Ben-Gvir, l’uomo che qualche settimana fa festeggiava il suo compleanno davanti a una torta decorata con un cappio, simbolo della reintroduzione della pena di morte per i terroristi palestinesi (e solo per loro), se quest’uomo, ministro della Sicurezza nazionale del governo Netanyahu, esponente della destra più estrema, sia davvero un degno e civile rappresentante di Israele, unica democrazia in Medio Oriente. O se non sia piuttosto l’uomo che la sta mandando in frantumi agli occhi del mondo.

Per il primo ministro israeliano, Ben-Gvir ha sbagliato, ma Israele ha tutto il dir…

Ditemi se questo è un ministro. Uno che passa tra gli attivisti della Global Sumud Flotilla inginocchiati e ammanettati dandogli sarcasticamente il benvenuto in Israele. Uno che sventola la bandiera israeliana con aria di scherno. Uno che quando una ragazza grida «Free, free Palestine!» dice: «Ben fatto!» all’indirizzo dell’agente che l’afferra per la testa spingendola violentemente a terra.

Ditemi se Itamar Ben-Gvir, l’uomo che qualche settimana fa festeggiava il suo compleanno davanti a una torta decorata con un cappio, simbolo della reintroduzione della pena di morte per i terroristi palestinesi (e solo per loro), se quest’uomo, ministro della Sicurezza nazionale del governo Netanyahu, esponente della destra più estrema, sia davvero un degno e civile rappresentante di Israele, unica democrazia in Medio Oriente. O se non sia piuttosto l’uomo che la sta mandando in frantumi agli occhi del mondo.

Per il primo ministro israeliano, Ben-Gvir ha sbagliato, ma Israele ha tutto il diritto di fermare le imbarcazioni della Flotilla. Netanyahu chiama e chiamerà diritto ogni e qualunque azione il suo governo ritenga di compiere — tutte le volte che riterrà di compierle — sia dentro che fuori dai confini dello Stato, essendo sempre e comunque in gioco la sicurezza nazionale: quella che ha messo nelle indecenti mani di Ben-Gvir. Israele ne ha il diritto, ripete Netanyahu. Qualunque cosa dicano al riguardo le convenzioni internazionali e il diritto del mare.

Non importa se sia in corso una guerra o non piuttosto una complicatissima tregua. Non importa se l’azione venga compiuta in acque internazionali, al largo, a centinaia di miglia dalla costa. Non importa se si tratti di pacifici manifestanti — com’era in effetti il caso — o di terroristi, di un’azione umanitaria o anche soltanto dimostrativa — com’era in effetti il caso — o piuttosto di un’azione violenta, condotta armi in pugno.

Il governo israeliano considera provocazioni inaccettabili quelle della Sumud Flotilla, ma ritiene pure di poter fissare a proprio arbitrio il livello di accettabilità di simile condotte, e di poterlo fare a prescindere dal quadro di norme in cui si inseriscono, e dalle miglia che separano le imbarcazioni dalla costa.

È vero: il diritto internazionale è ormai ridotto a poverissima cosa, ma i Paesi che agiscono nello scacchiere globale appartengono a due categorie: ci sono quelli che si propongono di salvarne quel che resta e di provare a ricostruirne la trama, e quelli che invece non se ne fanno più alcuna cura.

Israele appartiene a quest’ultima categoria. Ha la forza dalla sua parte e tanto, ora, può bastare. Può bastare per radere al suolo Gaza, per proseguire l’occupazione in Cisgiordania, per bombardare l’Iran, per prendersi un pezzo di Libano, per ridisegnare la mappa della regione.

Il Medio Oriente sta cambiando. Comunque finirà il conflitto, i colpi subiti da Teheran ne hanno ridimensionato le ambizioni. Israele può raggiungere intese con Beirut e Damasco e mirare a estendere gli Accordi di Abramo, proseguendo in una politica di normalizzazione dei rapporti politici e delle relazioni commerciali con i Paesi sunniti.

Può continuare a contare sull’alleato americano, nonché sulla propria tradizionale superiorità tecnologica e militare. Ma non potrà trasformare la congiuntura favorevole in un nuovo ordine internazionale se continuerà a perseguire i suoi obiettivi in spregio del diritto e della legalità.

Non potrà neppure risolvere la questione palestinese — che è anzitutto una questione numerica, la questione di milioni di esseri umani che nessun Board of Peace riuscirà a sloggiare dalla Striscia o dalla Cisgiordania (a proposito, che fine ha fatto il Board of Peace, questa fulgida creazione dello spirito affaristico di Donald Trump?) — non potrà risolverla, se e finché riterrà di potervi arrivare solo attraverso l’uso smaccato della forza.

Le questioni di diritto, di umanità, di dignità possono essere calpestate, ma ben difficilmente possono essere cancellate, abrogate e distrutte. All’espressione «diritti dell’uomo», Jean François Lyotard preferiva un’altra: «autorità dell’infinito», proprio perché infinito, inconsumabile è l’appello dell’uomo, e del popolo, che chiede giustizia.

E i Paesi della vecchia Europa, della tanto bistrattata Europa hanno almeno un merito: di offrire un foro pubblico e un’arena in cui quelle questioni, quelle rivendicazioni, possono continuare a risuonare, a essere formulate e accolte.

Lo dimostrano le reazioni indignate di queste ore, e anzitutto le parole del presidente Mattarella, che ha parlato di un trattamento incivile e del «livello infimo» toccato da Itamar Ben-Gvir. Ma bene hanno fatto anche i governi italiano e francese a convocare gli ambasciatori israeliani a Roma e Parigi.

Le reazioni diplomatiche, però, non bastano più. Occorrono fatti conseguenti, senza i quali lo scandalo degli indegni sberleffi di Ben-Gvir durerà un giorno o due, il tempo che Trump rilasci qualche nuova dichiarazione delle sue, sull’Iran, su Cuba o su chissà cos’altro.

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