Putin e l’eredità di Norimberga
di Marco MondiniQualcuno l’ha già chiamata «la Norimberga di Putin». Ma è una definizione riduttiva. E ottimistica al tempo stesso. Ottimistica perché la decisione del Consiglio d’Europa di istituire un Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina difficilmente troverà un’applicazione concreta, almeno nel prossimo futuro.
Nel 1943 la decisione di processare i capi della Germania nazista per i loro crimini in quello che sarebbe poi stato il tribunale militare internazionale di Norimberga venne assunta da una coalizione composta dalle principali potenze militari globali.
Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica e i loro alleati minori litigavano su tutto, avevano visioni del mondo anche molto diverse e non di rado i loro leader erano già persuasi che si sarebbero trovati prima o poi su fronti contrapposti. Ma all’epoca erano uniti da due solide convinzioni.
La prima, che qualsiasi disaccordo dovesse passare in secondo piano rispetto all’urgenza di schiacciare l’impero tota…
Qualcuno l’ha già chiamata «la Norimberga di Putin». Ma è una definizione riduttiva. E ottimistica al tempo stesso. Ottimistica perché la decisione del Consiglio d’Europa di istituire un Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina difficilmente troverà un’applicazione concreta, almeno nel prossimo futuro.
Nel 1943 la decisione di processare i capi della Germania nazista per i loro crimini in quello che sarebbe poi stato il tribunale militare internazionale di Norimberga venne assunta da una coalizione composta dalle principali potenze militari globali.
Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica e i loro alleati minori litigavano su tutto, avevano visioni del mondo anche molto diverse e non di rado i loro leader erano già persuasi che si sarebbero trovati prima o poi su fronti contrapposti. Ma all’epoca erano uniti da due solide convinzioni.
La prima, che qualsiasi disaccordo dovesse passare in secondo piano rispetto all’urgenza di schiacciare l’impero totalitario di Hitler e dei suoi servitori (Mussolini compreso). La seconda, che insieme avevano non solo la possibilità, ma la ragionevole certezza di poterlo fare.
Quando Roosevelt, Churchill e Stalin si riunirono a Teheran, alla fine di quell’anno, la sconfitta del Terzo Reich era già un obiettivo a portata di mano. L’Asse aveva perso il Nord Africa, l’Italia si era arresa, la Wehrmacht era stata sconfitta nella battaglia di Kursk. Era solo una questione di tempo prima che le truppe statunitensi e britanniche, francesi e russe mettessero le mani sui vertici dello Stato tedesco e del partito nazista. Almeno, quelli che non si erano già suicidati.
I ministri degli esteri europei che il 15 maggio, a Chisinau, hanno deciso di sfidare con l’arma del diritto internazionale la logica brutale del neoimperialismo russo e di mettere sotto processo l’invasione dell’Ucraina del 2022, sanno invece che la forza non è dalla loro parte.
I paesi del Consiglio che hanno voluto la creazione del nuovo Tribunale, dalla piccola Andorra al Regno Unito, e l’Unione Europea che lo sostiene, non potranno marciare domani su Mosca per catturare Vladimir Vladimirovich e i suoi consiglieri, e trascinarli in un’aula giudiziaria per rispondere delle proprie colpe.
Non fosse altro perché l’arsenale di quello che una volta era l’Occidente liberale e democratico è oggi in mano a un autocrate in potenza di nome Donald Trump, che ha ben poco interesse nel promuovere l’operato di una corte davanti alla quale potrebbe prima o poi finire. Come imputato.
Eppure, come ha detto Alain Berset, che del Consiglio d’Europa è il segretario generale, la decisione di istituire il Tribunale speciale «rappresenta comunque giustizia e speranza». La speranza, prima di tutto, di riaffermare la validità dei cosiddetti principi di Norimberga.
Ottant’anni fa Robert Jackson e gli altri accusatori dei gerarchi nazisti alla sbarra affermarono che l’arbitrio del potente non poteva essere più accettato come norma delle relazioni internazionali. Che il «delitto contro la pace» doveva divenire il pilastro di una nuova giustizia. E che aver intrapreso guerre di aggressione sarebbe stato considerato da quel momento in avanti un «crimine supremo che contiene in sé il male accumulato di tutti gli altri crimini», e chi lo aveva commesso andava punito.
Nel 1950 le Nazioni Unite avrebbero fatto propri questi principi e trasformati nella fondazione giuridica ed etica di un nuovo ordine globale. Poi sono arrivati i nostri anni e di quel sogno di ordine e giustizia è rimasto poco.
I nuovi tiranni non si sono limitati a ignorarlo per lanciare le proprie campagne imperiali, dalla Georgia al Donbass, passando per Gaza. Lo hanno deriso così tanto da generare l’opinione che crederci sia, più che inutile, ridicolo.
Per questo parlare di un tribunale «per Putin» è riduttivo. Perché il problema non è solo giudicare e punire il presidente della Federazione russa per i crimini di guerra compiuti nell’Ucraina occupata, e per i quali è già ricercato dalla Corte penale internazionale. Il problema è stabilire che l’eredità di Norimberga non è morta. Che qualcuno ha ancora il coraggio di battersi per un mondo retto dal diritto, e non solo dalla forza bruta.