In questi anni di continua discesa agli inferi abbiamo visto, subito e patito immagini drammatiche che credevamo di non dover più condividere nella modernità, il ritorno del pogrom antiebraico con l’assalto terroristico di Hamas il 7 ottobre 2023, Gaza imprigionata in un mattatoio dall’esercito israeliano per sradicare la popolazione palestinese con la fame e con la forza. Ma come se mancasse ancora un sigillo morale all’abiezione, la cronaca ci ha trasmesso il filmato dal porto di Ashdod dove gli attivisti della Flotilla fermati da Israele sono inginocchiati in massa come un trofeo di guerra, la testa a terra, le braccia ammanettate e costrette dietro la schiena, derisi e umiliati dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir. Non è la fotografia più violenta che ci arriva dalla tragedia del Medioriente, ma attenzione: stiamo assistendo allo stravolgimento di una procedura fuori da ogni regola civile, al sopruso dell’autorità nei confronti dell’inermità assoluta dei suoi “ne…
In questi anni di continua discesa agli inferi abbiamo visto, subito e patito immagini drammatiche che credevamo di non dover più condividere nella modernità, il ritorno del pogrom antiebraico con l’assalto terroristico di Hamas il 7 ottobre 2023, Gaza imprigionata in un mattatoio dall’esercito israeliano per sradicare la popolazione palestinese con la fame e con la forza. Ma come se mancasse ancora un sigillo morale all’abiezione, la cronaca ci ha trasmesso il filmato dal porto di Ashdod dove gli attivisti della Flotilla fermati da Israele sono inginocchiati in massa come un trofeo di guerra, la testa a terra, le braccia ammanettate e costrette dietro la schiena, derisi e umiliati dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir. Non è la fotografia più violenta che ci arriva dalla tragedia del Medioriente, ma attenzione: stiamo assistendo allo stravolgimento di una procedura fuori da ogni regola civile, al sopruso dell’autorità nei confronti dell’inermità assoluta dei suoi “nemici”, alla deformazione del diritto alla sicurezza nel dominio pieno e incontrollato sui prigionieri. E infine al degrado di una democrazia che disonora se stessa mentre avvilisce i suoi critici, mortifica i loro ideali, irride i loro progetti, dopo aver incatenato i loro corpi.
La Flotilla con ogni evidenza non rappresentava una minaccia per lo Stato di Israele, ma una presenza attiva di denuncia e di condanna, insieme con la conferma di una solidarietà con i gazawi che dura e persiste anche quando si spegna la luce dei riflettori televisivi, perché il palinsesto imperiale sta già impaginando altre guerre. Siamo dunque davanti a una violenza materiale, fisica, contro un’azione evocativa, di testimonianza politica e umanitaria: la forza contro il simbolo, che con la semplicità e la radicalità della sua rappresentazione del reale costringe il potere sovrano a uscire dalle regole, disumanizzandosi. Come un governo non capisca questo rovesciamento di potenza contro il potere, resta inspiegabile. Come non lo avverta il governo di una democrazia, è addirittura inconcepibile.
Flotilla, attivisti umiliati a terra. Ben Gvir li insulta e li minaccia: "Netanyahu lasciali a me"
Molti amici di Israele hanno invocato le ragioni della realpolitik, avvertendo Netanyahu che l’estremismo fanatico di Ben-Gvir rafforza la propaganda avversaria. Ma questo è un problema secondario, sia pure rilevante, perché è una conseguenza. Ciò che conta è la sostanza, il merito, il nucleo della politica israeliana nei confronti dei suoi critici, degli avversari e dei nemici. Per due ragioni evidenti: la prima è che la democrazia “obbliga terribilmente” a rispettare i suoi codici, obbligo che naturalmente non avverte Hamas, che infatti imprigiona la rappresentanza palestinese in una logica terroristica. La seconda ragione è un corollario: la democrazia ha il diritto di difendersi, ma ha il dovere di farlo restando se stessa.
Naturalmente c’è il rischio di fare dell’accademia “democraticista” nel dire queste cose lontano da qualsiasi linea del fronte, al riparo da qualunque attacco, senza la minaccia quotidiana di sopravvivenza di un popolo e di uno Stato: e ancor più nell’invocare le regole e il loro potere di deterrenza e di interdetto nella stagione in cui non c’è più una tavola universale della legge, un canone riconosciuto, un alfabeto comune per distinguere il bene dal male. Ma è in questo momento che — smarrito l’imperativo democratico, dimenticata la norma civile — vale almeno il codice morale, perché forse non abbiamo oltrepassato l’ultima soglia, che separa l’umano e il disumano. Dobbiamo recuperare la responsabilità di un giudizio, perché il potere ipnotico della guerra semina assuefazione, schermata dall’impotenza. La verità è che mentre noi non controlliamo la guerra, la guerra sta cambiando noi. Prolungata negli anni, incapace di finire, sta cambiando condizione: non è più un’eccezione che irrompe in un percorso di pace dirottandolo, ma una nuova meccanica del potere che via via si trasforma in apparente nuova normalità, mentre in realtà modifica radicalmente le gerarchie della nostra vita, il linguaggio, le abitudini, catturandoci giorno dopo giorno all’interno di una logica bellica.
Questo significa che la guerra è diventata senso comune, una variabile culturale, una presenza con cui si può trovare un accomodamento, un mezzo estremo di espressione della politica. Metabolizzandola, l’abbiano interiorizzata facendo ogni giorno il fixing dei rischi e delle paure, rassegnandoci a scivolare da un’emergenza all’altra, politica, terroristica, imperialista, economico-finanziaria, energetica, umanitaria. In questo processo perdiamo la nostra autonomia, prigioniera della geometria elementare della guerra, dove la logica è binaria (amico-nemico), il vocabolario è ristretto, l’orizzonte è basso, predefinito, e soprattutto non dipende più da noi.
Una delle conseguenze impreviste, con cui oggi stiamo facendo i conti nel porto di Ashdod, è l’intolleranza per il dissenso. Non avevamo capito che il rifiuto dell’obiezione e la ripulsa della critica sono semplicemente l’altra faccia delle pulsioni neo-autoritarie che stiamo fronteggiando. Quanto più il governo tende a diventare potere, e questa potestà si eleva a comando mentre ambisce al dominio, tanto più espelle dal suo cammino tutto ciò che rappresenta il principio di contraddizione. In questo senso la tecnologia e l’ideologia procedono unite verso l’obiettivo di un mondo infine risolto, senza nodi e privo di angoli, dove non c’è spazio per il dubbio perché tutta la verità è già stata dischiusa e classificata: basta riscuotere le risposte senza nemmeno più bisogno di fare le domande.
Siamo giunti alla sommità dell’incrocio tra sapere e potere. Qui possiamo sgravarci dal peso del dubbio perché siamo davanti al grado zero della nostra responsabilità, che ci rende infine liberi anche dal pensiero, proponendoci una condizione di pseudo-libertà totale da ogni vincolo sociale, che è in realtà una condanna alla piena conformità. Forse vale la pena di respingere questo esito preordinato, uscire dal catalogo universale, e rifiutare la moderna tentazione di accettare un mondo finalmente piatto, nel quale tutto è definito perché non c’è più niente da capire.