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Belen e la condanna di chi mostra la sofferenza

Siamo tutti, in modi diversi, sull’orlo di una crisi di nervi. Ma guai a mostrarlo davvero. Quando qualcuno biascica, crolla, urla, si espone troppo, perde il filo o perde se stesso, scattano immediatamente il giudizio e la sanzione
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Viviamo in una società che ci chiede di essere costantemente all’altezza delle aspettative. Bisogna reggere. Sempre. Anche quando tutto accelera. Anche quando la tecnologia, che dovrebbe semplificarci la vita, finisce per colonizzarla, imponendoci una reperibilità continua e un’esistenza senza tregua, con il piede costantemente premuto sull’acceleratore. Qualunque cosa accada, dobbiamo mantenere il controllo. Anche quando siamo esausti. Anche quando il corpo cede o la mente vacilla. Bisogna andare avanti, possibilmente senza disturbare nessuno.

Siamo tutti, in modi diversi, sull’orlo di una crisi di nervi. Ma guai a mostrarlo davvero. Perché il grande paradosso del nostro tempo è questo: da un lato abbiamo normalizzato i…

Viviamo in una società che ci chiede di essere costantemente all’altezza delle aspettative. Bisogna reggere. Sempre. Anche quando tutto accelera. Anche quando la tecnologia, che dovrebbe semplificarci la vita, finisce per colonizzarla, imponendoci una reperibilità continua e un’esistenza senza tregua, con il piede costantemente premuto sull’acceleratore. Qualunque cosa accada, dobbiamo mantenere il controllo. Anche quando siamo esausti. Anche quando il corpo cede o la mente vacilla. Bisogna andare avanti, possibilmente senza disturbare nessuno.

Siamo tutti, in modi diversi, sull’orlo di una crisi di nervi. Ma guai a mostrarlo davvero. Perché il grande paradosso del nostro tempo è questo: da un lato abbiamo normalizzato il burnout, l’ansia e gli attacchi di panico, a patto che siano raccontati bene e che restino, per dirla in altri termini, all’interno di una narrazione ordinata, consapevole, possibilmente fotogenica. Finché la sofferenza si lascia trasformare in confessione social, in intervista patinata o in testimonianza edificante, allora la accettiamo – a volte la celebriamo persino come prova di autenticità. Ma quando il dolore smette di essere controllabile e diventa reale, opaco, scomposto, allora cambia tutto. Quando qualcuno biascica, crolla, urla, si espone troppo, perde il filo o perde se stesso, scattano immediatamente il giudizio e la sanzione.

(ansa)

È quello che sta accadendo, in queste ore, attorno a Belén Rodríguez. Dopo anni trascorsi a raccontare la depressione e gli attacchi di panico, è bastato un episodio di evidente fragilità pubblica perché si mettesse in moto il meccanismo più feroce: il gossip, la derisione, il fastidio, la sentenza definitiva. “È impazzita”. “Si è rovinata”. “È finita”. Come se la sofferenza fosse accettabile solo finché resta invisibile. O almeno gestibile. Ma il punto è che la fragilità vera non è mai elegante o pulita. Il dolore psichico, quando esplode, disorganizza. Sottrae le parole. Rompe la continuità dell’immagine di sé. Espone a qualcosa che non si riesce più a governare. Ed è proprio questo che oggi sembra insopportabile: vedere qualcuno perdere il controllo significa vedere incrinarsi la finzione collettiva su cui si regge il nostro equilibrio. Quella secondo cui basterebbe impegnarsi abbastanza per stare bene: respirare meglio, fare yoga, organizzarsi. Come se la sofferenza fosse sempre un problema da gestire individualmente, e mai qualcosa che riguarda anche il modo in cui la società si è via via organizzata.

Ci sono momenti in cui una persona crolla. E più o meno tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo fatto esperienza di un crollo. Proprio per questo, però, non sappiamo più guardare quel crollo senza trasformarlo immediatamente in colpa, spettacolo o diagnosi. Come se dovessimo mettere subito una distanza tra noi e chi vacilla. Come se nominare l’altro “matto”, “instabile”, “fuori controllo” servisse soprattutto a rassicurare noi stessi. Perché ciò che ci spaventa davvero non è la follia dell’altro. È la possibilità di riconoscerci in quella perdita di controllo. È intuire che il confine tra equilibrio e cedimento è molto più fragile di quanto vorremmo credere. E che la vulnerabilità non è l’incidente del sistema, ma ciò su cui il sistema si regge. Nonostante continui a fingere di poterla cancellare.

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