Bene la tecnologia, ma l’uomo indichi la strada
di Concita De GregorioLa tassista, una ragazza giovane e tatuatissima, sentiva musica heavy metal. Di solito chiedo con gentilezza di abbassare un po’ — sa, il mal di testa. Mi scusi, una telefonata — ma questa volta no. Potente, la sua musica. Potente lei. Forse, semplicemente, ero quella mattina di grande buon umore. Che tragitto preferisce? Mi ha chiesto. Non so, cosa dice il navigatore? Ho risposto. Io non uso il navigatore, non mi fido — ha detto lei. Non si fida? No, sono macchine. Io mi fido solo di me stessa — mi ha guardata dallo specchietto retrovisore.
Ho visto una piccola croce disegnata sulla sua guancia sinistra. Brava, ho detto. Anche io. Però guardi che forse questo è uno dei pochi casi in cui quella roba funziona. Ho detto «quella roba», mi è sembrato un gergo da giovani. Perché loro hanno un satellite, ho aggiunto. Loro in centrale usano una tecnologia e sanno dove c’è un ingorgo: magari in questo caso fidarsi serve. Ha fatto silenzio.
Poi mi ha detto ma lei lo sa che un tempo la centra…
La tassista, una ragazza giovane e tatuatissima, sentiva musica heavy metal. Di solito chiedo con gentilezza di abbassare un po’ — sa, il mal di testa. Mi scusi, una telefonata — ma questa volta no. Potente, la sua musica. Potente lei. Forse, semplicemente, ero quella mattina di grande buon umore. Che tragitto preferisce? Mi ha chiesto. Non so, cosa dice il navigatore? Ho risposto. Io non uso il navigatore, non mi fido — ha detto lei. Non si fida? No, sono macchine. Io mi fido solo di me stessa — mi ha guardata dallo specchietto retrovisore.
Ho visto una piccola croce disegnata sulla sua guancia sinistra. Brava, ho detto. Anche io. Però guardi che forse questo è uno dei pochi casi in cui quella roba funziona. Ho detto «quella roba», mi è sembrato un gergo da giovani. Perché loro hanno un satellite, ho aggiunto. Loro in centrale usano una tecnologia e sanno dove c’è un ingorgo: magari in questo caso fidarsi serve. Ha fatto silenzio.
Poi mi ha detto ma lei lo sa che un tempo la centrale ti diceva dove c’è traffico e dove no, lo diceva a voce via radio? Me lo racconta sempre mio padre: la radio era accesa tutto il giorno, tu dovevi lavorare l’intero turno con la radio accesa, pensi che incubo, dovevi sentire tutte le richieste di tutti i clienti anche non tuoi, soprattutto non tuoi, e ti dicevano i rallentamenti e i blocchi, e non potevi sentire la tua musica. Sempre heavy metal a palla, intanto. Sì mi ricordo, ho detto. Era tipo l’altro giorno. Quanto sarà passato? Due o tre anni? Quattro? Eh, no, di più — ha detto lei. Da quando lavoro io la radio non c’è mai stata. C’è il satellite, ma non mi fido.
Ne è seguita una delle più interessanti conversazioni sulle macchine, i robot, l’intelligenza artificiale che mi sia capitata da molti anni. Eppure seguo, leggo le encicliche papali per intero, i report di Anthropic, le discussioni tra specialisti online e le riviste di carta. Mi pare l’unico argomento degno di nota, sapere se riusciremo a governare questa astronave supersonica ed eterodiretta che governa le vite dei nostri figli, parecchio già anche le nostre. Sapere cosa ne sarà del genere umano da qui a poco, quando le macchine saranno non dico più veloci — già lo sono — ma più efficienti di noi. Sarà tardi, quando ce ne accorgeremo.
La tassista ragazza mi è sembrata rilevante, per questo ne condivido la storia, perché molto giovane, così techno e insieme così scettica. Lo avevo già notato in molte altre occasioni: non è vero che le nuove generazioni sono schiave dell’algoritmo, incoscienti e inconsapevoli, non è vero che parlano solo con ChatGpt e tecnologici parenti. Non tutti, tra i giovani, almeno. Molti, moltissimi, diffidano.
Noi, piuttosto? Noi adulti, noi nati nel Novecento, noi per loro già anziani: noi, come ci stiamo regolando? È un po’ come la storia dei telefoni cellulari. Noi pretendiamo che loro non li usino. Ma noi, quanto li usiamo? Noi di fronte ai figli, quanto siamo in grado di non portare il telefonino a tavola, di non rispondere a chi ci chiama mentre stiamo parlando con loro, quando siamo pronti a silenziare una chat o una diretta social per fare altro, senza telefono, insieme ai ragazzi?
I professori, a scuola: anche loro sono sottoposti al divieto di non portare o almeno non usare il telefono in classe? Perché i bambini non nascono con il desiderio di usare il cellulare. I neonati non sanno cosa sia un cellulare. Lo vedono, prestissimo, in mano ai genitori: agli adulti. È l’esempio, non la parola né il divieto, è l’esempio che costruisce la realtà. Quindi, a proposito di satelliti che ti indicano la strada.
C’è una imponente parte della tecnologia che ci aiuta, ci facilita la vita. Seguire un itinerario, sapere dove andare più rapidamente perché c’è un occhio vigile non umano che lassù dall’alto vede, processare dati per una ricerca, chiedere informazioni rapide, riconoscere qualcuno, fare una domanda dove la memoria inciampa. Tutto questo ci è utile. Un passo dopo questo, però.
Il Papa ci ha scritto la sua prima enciclica sull’urgenza di «disarmare» l’intelligenza artificiale. Non sono devota, tendo a diffidare di pensieri unici e religioni, ma una domanda me la faccio: caspita, il Papa. Sai quanta gente lo ascolta? E allora se il Papa parla di questo — un’arma, l’ha chiamata — ci vogliamo chiedere se per caso non sia un tema? Ma poi ecco le società che sviluppano tecnologie, una delle massime al mondo, che dice: ci fermiamo un momento, per favore?
C’è una questione. «Il ruolo umano si sta restringendo», dicono gli ingegneri di Anthropic. È un lungo rapporto, davvero interessante. Gli umani non stanno al passo con quello che Claude, una persona virtuale, sta processando. È più veloce di noi. Siamo al collo di bottiglia, dicono. Il vantaggio degli umani consiste, per ora, nell’orientare la ricerca: indicare la direzione verso cui procedere. Decidere quali risultati siano affidabili e quali no, per esempio. Ma la macchina farà presto da sola.
Lo dico alla ragazza tassista. Lei dice lo so, infatti: non bisogna fidarsi. Però alcune cose servono, obietto. Per esempio sapere se la tangenziale ora è intasata. Lei dice sì, magari questo sì. Ma una cosa tira l’altra, ci si abitua alla pigrizia e dove ci fermiamo? Eccellente domanda. Dove ci fermiamo.
L’intelligenza artificiale è un portentoso processore di dati. A una velocità e con una memoria (con un archivio) impensabile per un umano mette in relazione e in fila cose già successe. Cose che gli umani hanno fatto prima che l’intelligenza artificiale esistesse. Prima che i semplici droni persino esistessero. Come quando c’era una persona alla centrale che parlava per radio e diceva «segnalati rallentamenti sulla Cristoforo Colombo», per dire.
Ma pensiamoci un momento. Tutto quello che l’intelligenza artificiale sa lo abbiamo fatto noi, persone in carne e ossa prima di noi. Approfitta del lavoro umano e lo mette in ordine. Un desiderio, un’intenzione, un proposito non ce l’ha: immaginazione, neppure.
Quindi occhio: benissimo servirsi del satellite per avere consigli sulla strada ma ancora meglio immaginare una strada diversa. Dove stiamo andando, in generale, sarei per dire che lo decidiamo noi. Restiamo al comando. Decidiamo cosa prendere e cosa no. Fermiamoci, se necessario. Fermarsi a pensare non è mai una cattiva idea. Anche se arrivi in ritardo, ma poi: in ritardo su cosa?