Gli scioperi dei rider di questi giorni sono un simbolo. Perché non sono “solo” una questione sindacale. Sì, sul tavolo ci sono paghe da fame, contratti precari, sicurezza insufficiente. Ma c’è anche qualcosa di più profondo. Perché tre diritti sono entrati in collisione: il diritto al lavoro, il diritto alla salute (nostro e del Pianeta) e il diritto, in alcuni casi pretesa, del consumatore ad avere tutto, subito e al minor costo possibile.
A rendere ancora più esplosivo questo conflitto c’è in realtà un quarto fattore: la richiesta delle imprese di generare profitti smisurati, anche quando il contesto che li ha resi possibili in passato è radicalmente cambiato. Il tutto tenuto insieme dall’elemento che più di tutti ha segnato l’economia e la società negli ultimi 30 anni: il digitale.
Per decenni abbiamo immaginato il progresso come una linea retta. Più tecnologia significava più efficienza. Più efficienza uguale più ricchezza. Più ricchezza per una vita migliore. Promesse semplici,…
Gli scioperi dei rider di questi giorni sono un simbolo. Perché non sono “solo” una questione sindacale. Sì, sul tavolo ci sono paghe da fame, contratti precari, sicurezza insufficiente. Ma c’è anche qualcosa di più profondo. Perché tre diritti sono entrati in collisione: il diritto al lavoro, il diritto alla salute (nostro e del Pianeta) e il diritto, in alcuni casi pretesa, del consumatore ad avere tutto, subito e al minor costo possibile.
A rendere ancora più esplosivo questo conflitto c’è in realtà un quarto fattore: la richiesta delle imprese di generare profitti smisurati, anche quando il contesto che li ha resi possibili in passato è radicalmente cambiato. Il tutto tenuto insieme dall’elemento che più di tutti ha segnato l’economia e la società negli ultimi 30 anni: il digitale.
Per decenni abbiamo immaginato il progresso come una linea retta. Più tecnologia significava più efficienza. Più efficienza uguale più ricchezza. Più ricchezza per una vita migliore. Promesse semplici, rassicuranti. Ma ora a presentarci il conto è arrivata la crisi climatica. Che ha un responsabile certificato, l’essere umano, ed è una variabile sociale non più trascurabile.
Le ondate di calore costringono i cantieri a fermarsi, a modificare gli orari dei lavori agricoli, a ripensare la logistica, a interrompere le consegne nelle ore più calde. Non si tratta più di ridurre le emissioni per salvare la Terra. Si tratta di capire come continuare a lavorare. Per dare qualche numero: d’estate, ogni giorno, 670mila lavoratori italiani rischiano la salute per il caldo estremo, con picchi, nei momenti più roventi, di un milione e mezzo di persone (dati Greenpeace e Cgil).
Eppure, oggi si promette disponibilità continua. Un clic e il pranzo è a casa. Un altro clic e un pacco attraversa l’Europa in 24 ore. La velocità è diventata un diritto del consumatore. Ma è una promessa che si regge su persone in carne e ossa che respirano, si disidratano, si ammalano. A differenza degli algoritmi.
La tecnologia è stata sempre raccontata come la soluzione ai limiti umani: l’intelligenza artificiale che aumenta la produttività; i robot che ci sostituiscono per i lavori più pesanti; le piattaforme digitali che rendono tutto più efficiente. Tuttavia, oggi ci troviamo davanti a un’evidente contraddizione. Ci sono modelli di IA capaci di fare diagnosi mediche o gestire un’azienda, ma non ce n’è uno che dica una cosa semplicissima: quando ci sono 40° C, la salute viene prima della consegna.
Ogni algoritmo incorpora una gerarchia di valori. E se si premia la rapidità e non la sicurezza, se si incentiva la disponibilità continua e non la tutela delle persone, non è perché il software è cattivo. È perché qualcuno lo ha deciso. E qualcun altro — la politica — glielo ha permesso.
Per questo se sappiamo che le ondate di calore saranno sempre più frequenti, non ci si può limitare a emanare ordinanze quando il termometro supera una certa soglia. Serve ripensare il lavoro, aggiornare i contratti, ridefinire gli orari delle città. Occorre investire in infrastrutture per la sicurezza dei lavoratori. E bisogna imporre alle piattaforme digitali di integrare il rischio climatico nei loro algoritmi, così come oggi fanno con il traffico.
È davvero sostenibile promettere consegne in tempo reale durante un’ondata di calore? È ragionevole misurare la competitività soltanto sulla velocità del servizio? E, soprattutto, ha senso continuare a trasferire tutti i costi ambientali e dell’innovazione su chi lavora, spesso in maniera precaria?
Non sono domande di parte. Sono domande concrete. Ogni colpo di calore ha infatti un costo per il sistema sanitario. Ogni lavoratore che si ammala riduce la produttività. Ogni evento climatico estremo interrompe filiere, rallenta trasporti, danneggia infrastrutture. Pensare che la tutela psicofisica delle persone sia un freno significa non aver capito che, ai tempi della crisi climatica, la salute è una condizione della crescita.
Per anni abbiamo pensato che sostenibilità significasse fare qualche rinuncia per salvare la Terra. Non è così. Perché non esiste economia senza ambiente. Non esiste innovazione senza persone. E non esiste tecnologia che possa funzionare su un Pianeta reso invivibile dalle nostre stesse scelte.