✕

La giuria popolare del Colosseo

Roma, 20 luglio: Giorgia Meloni a palazzo Chigi (agf)

Ascolta l'audio

Il populismo giudiziario, o giustizialismo populista a seconda da che parte lo si guardi, del governo Meloni ha radici antiche e segue un metodo caro all’estrema destra mondiale
3 minuti di lettura

Non c’è saggezza e non c’è misura, nel rapporto del governo guidato da Giorgia Meloni con la giustizia. Soprattutto, a mancare è — ogni giorno di più — il senso del limite, quello che distingue una democrazia liberale. Quello che reprime gli istinti autoritari di chi si trova a guidare il Paese per conto del demos, del popolo, attraverso una divisione dei poteri che va sempre protetta e rispettata. Perché tutela tutti i cittadini dalla furia e dall’arbitrio. Perché fa sì che a decidere di questioni delicatissime, che riguardano la vita e la libertà delle persone, non sia quella folla indistinta e inconsapevole che tra Gesù e Barabba salva Barabba.

Lo abbiamo visto nelle critiche ai giudici che si sono trovati a incriminare esponenti dell’esecutivo, come nel caso di Andrea Delmastro. Nell’attacco alla Corte dei Conti, quando agisce contro il volere del governo. In quello ai magistrati che hanno applicato le leggi sui diritti dei migranti, rifiutandosi di avallare trasferimenti illegali…

Non c’è saggezza e non c’è misura, nel rapporto del governo guidato da Giorgia Meloni con la giustizia. Soprattutto, a mancare è — ogni giorno di più — il senso del limite, quello che distingue una democrazia liberale. Quello che reprime gli istinti autoritari di chi si trova a guidare il Paese per conto del demos, del popolo, attraverso una divisione dei poteri che va sempre protetta e rispettata. Perché tutela tutti i cittadini dalla furia e dall’arbitrio. Perché fa sì che a decidere di questioni delicatissime, che riguardano la vita e la libertà delle persone, non sia quella folla indistinta e inconsapevole che tra Gesù e Barabba salva Barabba.

Lo abbiamo visto nelle critiche ai giudici che si sono trovati a incriminare esponenti dell’esecutivo, come nel caso di Andrea Delmastro. Nell’attacco alla Corte dei Conti, quando agisce contro il volere del governo. In quello ai magistrati che hanno applicato le leggi sui diritti dei migranti, rifiutandosi di avallare trasferimenti illegali nei centri costruiti in Albania. Nella campagna mediatica contro i giudici e le loro decisioni — dall’agente infedele di Rogoredo alla famiglia nel bosco — portata avanti per vincere un referendum sulla Giustizia che così si è invece perso. Perché era troppo, ma la maggioranza non lo ha capito.

Così, invece di indietreggiare e di recuperare equilibrio, nella spericolata rincorsa ai fasci littori e alla giustizia da Colosseo di Roberto Vannacci, Meloni, Salvini e perfino Tajani — che si distingue a parole senza mai avere la forza di andare fino in fondo — hanno ordito sul caso del gioielliere Mario Roggero, condannato a 14 anni e 9 mesi di carcere per aver inseguito e ucciso due persone sparando loro alle spalle, e ferendone una terza, una canea mediatica senza precedenti. Volta a far credere che ci siano, in questo Paese, giudici disposti a prendere le parti dei ladri e non di chi si difende da una rapina. E un presidente della Repubblica che non sarebbe abbastanza pronto a stare dalla parte di chi contrasta la criminalità, con tutti i mezzi a disposizione.

Non sorprendono, le minacce e gli insulti arrivati ai magistrati che si sono trovati a decidere su Roggero. E che lo hanno fatto con rigore applicando — la pena ne è la prova, ma ci sono ancora da leggere le motivazioni — tutte le attenuanti possibili.

Questo populismo giudiziario, o giustizialismo populista a seconda da che parte lo si guardi, ha radici antiche e segue un metodo caro all’estrema destra mondiale. Quando Elon Musk sostiene che i giudici autori delle sentenze contro Roggero andrebbero arrestati, sta indicando un bersaglio. Lo stesso suggerito con parole meno dirette, ma altrettanto irrispettose della divisione dei poteri e del principio di realtà, dagli esponenti del governo Meloni.

La presidente del Consiglio ha parlato di una decisione che non ha tenuto conto dello stato emotivo di Roggero e che non sarebbe proporzionata. E ha confermato di essere stata lei a spingere affinché il Guardasigilli chiedesse — come un banditore — la grazia coram populo. Creando un clima e un movimento di opinione che — per dirla con le parole usate da Gustavo Zagrebelsky — hanno il fine di mettere il capo dello Stato con le spalle al muro. Di aizzare il popolo per spingerlo in una direzione che sovverta tre sentenze, in modo da sancire un principio caro alla destra ma lontano dalla civiltà giuridica. Non più solo la difesa è sempre legittima, sul quale già c’è da eccepire, ma: la vendetta è sempre legittima.

Contro chi ruba, si può sparare, anche se il pericolo non c’è, è cessato, o non è mai stato tale. Se mi spaventi, io ti uccido. Questo scrive la Lega nella sua proposta di legge, istituendo la pena di morte per mano di cittadini sceriffi che vengono implicitamente invitati ad armarsi fino ai denti. È quello che teorizzano i Maga, è il principio difeso dai Musk e dai Trump, la legge del più forte, del più ricco e del più armato contro quella dei tribunali, davanti a cui i cittadini sono tutti uguali.

«C’è una vera e propria ebbrezza nella vendetta, un compiacimento del sangue versato che appartiene alle epoche barbariche, ma che la civiltà ha il dovere saggio di contenere e reprimere», scriveva Piero Calamandrei. Chi sente oggi, nel governo, quel dovere? Chi custodisce quella saggezza?

Il principio per cui se tre gradi di giudizio non dicono quello che voglio, la parola deve passare al popolo aizzato a dovere dai talk show e dall’algoritmo, è un ritorno alla barbarie davanti al quale chi guida un Paese dovrebbe avere un’enorme paura. I tribunali del popolo trasformano le rivoluzioni in terrore. La rabbia e l’odio si possono coltivare, l’estrema destra è maestra nel farlo, ma sono per natura incontrollabili.

Cambiare la Costituzione materiale del Paese continuando a prendere a spallate la divisione dei poteri, le prerogative dei giudici e quelle del capo dello Stato, sarebbe irresponsabile da parte di qualsiasi partito politico. Ma se a farlo sono le forze di governo, è ancora più pericoloso. Non per i ladri, non per i migranti, non per chi soccombe all’uso sproporzionato della forza invocando aiuto. Per tutti noi, che assistiamo attoniti a una politica che sogna il Colosseo.

Leggi i commenti