L’uomo dalle mille giravolte ne ha fatta un’altra: e questa volta è molto ardita anche per i suoi altissimi standard. “Ho sentito dire: ‘Non l’hai detto in modo chiaro’. Quindi eccomi qui a ribadirlo: Israele respinge il documento in 15 punti”: così ha detto ieri Benjamin Netanyahu, sbattendo la porta in faccia a Donald Trump che – nell’annunciare l’accordo sul disarmo di Hamas e il ritiro israeliano da Gaza – aveva dichiarato che “Israele è felice e sta collaborando con noi”.
In realtà di “chiaro” nella posizione di Netanyahu per giorni c’è stato molto poco. Il premier era stato costretto ad accettare il piano dalla Casa Bianca e aveva evitato di prendere una posizione ufficiale sperando che qualcosa lo facesse crollare. Ha fatto filtrare il suo malcontento, ha incontrato numero uno del Board of Peace Nickolay Mladenov cercando di prendere tempo, infine ha fatto circolare un piano di micro-ritiro dalla Striscia, nella speranza che servisse ad accontentare gli americani e a non sconte…
L’uomo dalle mille giravolte ne ha fatta un’altra: e questa volta è molto ardita anche per i suoi altissimi standard. “Ho sentito dire: ‘Non l’hai detto in modo chiaro’. Quindi eccomi qui a ribadirlo: Israele respinge il documento in 15 punti”: così ha detto ieri Benjamin Netanyahu, sbattendo la porta in faccia a Donald Trump che – nell’annunciare l’accordo sul disarmo di Hamas e il ritiro israeliano da Gaza – aveva dichiarato che “Israele è felice e sta collaborando con noi”.
In realtà di “chiaro” nella posizione di Netanyahu per giorni c’è stato molto poco. Il premier era stato costretto ad accettare il piano dalla Casa Bianca e aveva evitato di prendere una posizione ufficiale sperando che qualcosa lo facesse crollare. Ha fatto filtrare il suo malcontento, ha incontrato numero uno del Board of Peace Nickolay Mladenov cercando di prendere tempo, infine ha fatto circolare un piano di micro-ritiro dalla Striscia, nella speranza che servisse ad accontentare gli americani e a non scontentare troppo la sua opinione pubblica. Quando questo è stato accolto da critiche durissime non soltanto dagli alleati di estrema destra, ma anche da quel centro-destra che rappresenta per lui la maggiore minaccia alle elezioni del 27 ottobre – “E’ ostaggio dal Qatar. Ecco perché ha gettato la spugna”, il commento di Naftali Bennett – è stato costretto a prendere posizione per non precipitare nei sondaggi. E “a dirlo in modo chiaro”, pur sapendo che stava facendo uno sgarbo enorme a colui che ha più volte definito “il migliore amico che Israele abbia mai avuto”.
Seguiranno – facile da prevedere – reazioni di fuoco dalla Casa Bianca: J.D. Vance è da mesi furioso con Netanyahu e non fa nulla per nasconderlo e Trump ha confermato alla stampa di aver definito il premier israeliano “un pazzo e un ingrato” solo poche settimane fa, quando aveva tentato di far saltare l’accordo con l’Iran bombardando a tappeto il Libano.
Nonostante questi precedenti, sarebbe sbagliato pensare di essere davanti a un punto di non ritorno nella relazione bilaterale. Lo ha confermato lo stesso Netanyahu: “Stiamo discutendo della questione con gli americani. Hanno delle idee, alcune delle quali per noi accettabili e altre inaccettabili”. Ma, ancor più importante di questo è il fatto che il premier è un giocatore d’azzardo e di scommesse azzardate, nei suoi trent’anni da protagonista della scena politica, ne ha vinte tantissimi. Conosce profondamente l’America, si vanta di essere “più americano di alcuni americani”, ha affilato l’arte del confronto con gli Usa da ambasciatore, da ministro degli Esteri e poi da premier: ha avuto scontri epici con alcune Amministrazioni, ma è sempre riuscito a restare in piedi. Anche questa volta è certo di poterlo fare, forte del fatto che nessuna Casa Bianca può permettersi di abbandonare davvero Israele, per quanto possa essere in disaccordo con le sue scelte. E dunque il piano di micro-ritiro potrebbe tornare, magari con un’altra forma, magari con ancora meno punti, e diventare il compromesso ufficiale: oppure sul tavolo potrebbe spuntare un’altra soluzione. Del resto a Trump di Gaza non importa nulla, e Netanyahu questo lo sa benissimo: al presidente basta un risultato, uno qualunque, per gridare al mondo di aver raggiunto il successo anche in questa crisi. E voilà, partita chiusa.
C’è un altro motivo per cui nessuno si aspetta che quella di ieri sia l’ultima parola: in vista delle elezioni, l’appoggio di Trump è “LA” carta a cui il premier non può rinunciare, la colonna portante della sua campagna elettorale, l’asse che tiene in piedi la narrazione sul “Nuovo Medio Oriente”, sulle guerre vinte e su se stesso come unico garante della sicurezza nazionale, nonostante il fallimento del 7 ottobre 2023. Senza Trump, Netanyahu dovrebbe dire addio a quell’elettorato ossessionato dal tema sicurezza che finora gli ha perdonato tutto: o a parte di esso. In mano non gli resterebbe che l’appoggio dei coloni e dei religiosi: troppo poco in una campagna elettorale molto più incerta di quelle che l’hanno preceduta. Per questo nei prossimi giorni e nelle prossime settimane c’è da aspettarsi altre giravolte, altre mosse contraddittorie, qualche concessione e alla fine di tutto, una forma di riconciliazione. E’ il grande gioco della politica: e piaccia o no, in Israele nessuno lo sa giocare come Benjamin Netanyahu.