È stata la calda estate di Ranucci e Lavitola, soprattutto, ma anche di Ceuta e dei migranti sballottati di qui e di là, laddove Giorgia Meloni a destra e la danese Mette Frederiksen a sinistra mostrano di pensarla allo stesso modo. Un’estate calda ma confusa, se non si considerano i drammi dell’Ucraina e del Medio Oriente. Se si avrà la pazienza di attendere qualche settimana, la confusione potrebbe aumentare. Perché a settembre si torna a discutere di legge elettorale, il tema meno seducente per l’opinione pubblica eppure essenziale per capire come andremo a votare nel 2027 e con quali prospettive.
Inutile quindi fare del populismo a buon mercato. Il sistema elettorale non è un marchingegno che interessa solo alla “casta”. È questione che riguarda la vita di tutti gli italiani. E semmai la domanda riguarda il mediocre spettacolo che i politici offrono se s’intestardiscono a cambiare il modello a ogni legislatura, piegandolo ai propri interessi immediati quando invece il sistema dovr…
È stata la calda estate di Ranucci e Lavitola, soprattutto, ma anche di Ceuta e dei migranti sballottati di qui e di là, laddove Giorgia Meloni a destra e la danese Mette Frederiksen a sinistra mostrano di pensarla allo stesso modo. Un’estate calda ma confusa, se non si considerano i drammi dell’Ucraina e del Medio Oriente. Se si avrà la pazienza di attendere qualche settimana, la confusione potrebbe aumentare. Perché a settembre si torna a discutere di legge elettorale, il tema meno seducente per l’opinione pubblica eppure essenziale per capire come andremo a votare nel 2027 e con quali prospettive.
Inutile quindi fare del populismo a buon mercato. Il sistema elettorale non è un marchingegno che interessa solo alla “casta”. È questione che riguarda la vita di tutti gli italiani. E semmai la domanda riguarda il mediocre spettacolo che i politici offrono se s’intestardiscono a cambiare il modello a ogni legislatura, piegandolo ai propri interessi immediati quando invece il sistema dovrebbe durare decenni, se non secoli. Ora, in nome della stabilità, la maggioranza prova una volta di più a cambiare la legge. Ne ha il potere parlamentare, ma le certezze iniziali sono alquanto evaporate. E si capisce. Sembrava che non ci fossero problemi e che il centrodestra avesse tutti gli strumenti per entrare in porto al più presto con il nuovo sistema. Che poi, a ben vedere, è un modo per introdurre una sorta di premierato senza modificare la Costituzione.
Tuttavia le cose si sono complicate, com’era prevedibile. Il centrosinistra si è subito chiamato fuori, benché i meccanismi della legge siano tali da non dispiacere ai vertici del Pd. Il centrodestra è roso dai problemi interni di due soci: la Lega di Salvini e Forza Italia. Una rapida approvazione del testo presuppone, come è ovvio, che ogni partito dell’alleanza sia sereno e pacificato circa il proprio ruolo e peso relativo. Per cui ci si spartisce senza scosse la torta delle candidature. Ma non è così. La legislatura ha lasciato parecchi feriti sul campo. Anche a sinistra, certo, ma in questo momento è la destra che è chiamata a esprimersi. Per cui ogni questione diventa un macigno, dalle preferenze all’alternativa di genere. Oltretutto emerge una volta di più il dato di fondo: l’equilibrio è fondato su di un’alleanza tra partiti che si apparentano. Ma non si tratta di vere coalizioni che hanno superato i particolarismi. Tutt’altro. Ognuno si tiene stretto il suo e ogni motivo d’indebolimento si riversa sulla tenuta generale dell’alleanza. Come si vede con la Lega incalzata da Vannacci. O con Forza Italia richiamata all’ordine dai Berlusconi.
Ci sarebbe un modo per superare i limiti delle due coalizioni e anche mettere all’angolo, si presume, i massimalismi vannacciani (e un domani le pulsioni alla Di Battista). Se ne è già parlato su queste colonne. Nasce da un’iniziativa trasversale di alcuni intellettuali politici, da Stefano Ceccanti a Gaetano Quagliariello, raccolta da un ex presidente del Senato, Marcello Pera, e da alcuni altri spiriti indipendenti. L’idea è introdurre, a certe condizioni, un secondo turno: un ballottaggio tra coalizioni che distribuisce un “surplus” di seggi ed esclude le forze estremiste. Arturo Parisi, uomo di grande esperienza, lo ha detto in un’intervista a “l’Altravoce”, dove definisce il secondo turno lo strumento “per contrastare l’ingovernabilità, orientando la scelta degli elettori verso le scelte di governo oltre la mera rappresentanza delle identità”. Potrebbe essere l’inizio della fine per le “coalizioni troppo eterogenee”. Le stesse che minacciano la stabilità oppure la barattano con una sostanziale paralisi. Ci vuole parecchio ottimismo per credere che il ballottaggio sarà approvato. Ma intanto se ne parla: e non è poco.