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La fila al supermercato e l’umanità tutta insieme

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Il razzismo, la violenza di genere, le discriminazioni contro le persone in minoranza sono parte del sistema, ed è un sistema da combattere
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In fila alla cassa, una fila lunghissima, ci sono stranieri e persone anziane. Pagano con le monetine, pezzi da cinquanta e venti centesimi, le tengono in mano da molto prima di arrivare alla cassa. Le contano, le ricontano, a volte si sbagliano e la fila si ferma. Mancano dieci centesimi. Cosa lasciamo? Chiede all’uomo la donna che ha la testa coperta dal velo, parlano a voce bassa. Non so. Decidi tu. Il latte? Va bene. Tengono gli occhi bassi. Non si capisce la loro lingua, naturalmente, ma si capisce. Che si vergognano, per esempio, si capisce. Al supermercato sotto casa mia un giorno alla settimana c’è uno sconto per le persone anziane. Chi sta alla cassa non può, naturalmente, far pagare dieci né venti centesimi di meno a nessuno: a fine giornata non tornerebbero i conti. Ma possono, i cassieri e le cassiere, applicare quello sconto anche a chi non ha più di sessant’anni. Cioè, non credo che possano per regolamento, ma lo fanno. A una giovane donna sola con due bambini, a quella …

In fila alla cassa, una fila lunghissima, ci sono stranieri e persone anziane. Pagano con le monetine, pezzi da cinquanta e venti centesimi, le tengono in mano da molto prima di arrivare alla cassa. Le contano, le ricontano, a volte si sbagliano e la fila si ferma. Mancano dieci centesimi. Cosa lasciamo? Chiede all’uomo la donna che ha la testa coperta dal velo, parlano a voce bassa. Non so. Decidi tu. Il latte? Va bene. Tengono gli occhi bassi. Non si capisce la loro lingua, naturalmente, ma si capisce. Che si vergognano, per esempio, si capisce. Al supermercato sotto casa mia un giorno alla settimana c’è uno sconto per le persone anziane. Chi sta alla cassa non può, naturalmente, far pagare dieci né venti centesimi di meno a nessuno: a fine giornata non tornerebbero i conti. Ma possono, i cassieri e le cassiere, applicare quello sconto anche a chi non ha più di sessant’anni. Cioè, non credo che possano per regolamento, ma lo fanno. A una giovane donna sola con due bambini, a quella coppia del latte. Lo fanno, perché sono persone davanti ad altre persone. È tutto qui.

Al supermercato sotto casa mia non ci sono due code diverse per chi è colpito nei diritti forti e chi nei diritti fragili: arrivano tutti insieme alla cassa. Quelli che non hanno i soldi per pagare l’affitto né per fare la spesa, figuriamoci per pagarsi una visita medica privata, e quelli che sono stati sgomberati l’altro giorno dal palazzo occupato, gli stranieri che fanno paura perché sono un problema per la sicurezza dei vicini, no?, le ragazze che fanno i lavori che nessuno vuole fare più, badano ai vecchi rimasti soli perché i figli e i nipoti sono andati all’estero, forse, sono lontani o sono vicini ma non hanno tempo per occuparsene, dei vecchi soli. È interessante, la fila del super nel giorno degli sconti, per chi si balocca in questi giorni nella discussione del momento: se siano più importanti i diritti economici o quelli civili. Se la sinistra debba occuparsi, per essere credibile ed eventualmente vincere le prossime elezioni e governare, di emergenza migranti o di diritto alla casa, di sicurezza o di salute, di crisi climatica o di lavoro. Più economia e meno woke, si dice ultimamente. Woke, in inglese dal verbo to wake, svegliare: essere sensibili ai diritti sociali, civili. Cioè, visto da destra: il grande abbaglio della sinistra. Ridicola, perdente. Woke parola randello, tipo radical chic. Non vedete che persino in America vincono i socialisti, alle primarie, la sinistra democratica che ha rimesso al centro l’economia? Altro che gay e integrazione: quello che conta sono i soldi, il resto è irrilevante. Non proprio, no.

Non esattamente. Perché, come nella fila alla cassa, come nella vita reale, tutto sta insieme. Si può, pensate, credere che il diritto al lavoro alla casa alla salute alla scuola, alla sicurezza siano essenziali, fondamentali e costitutivi della dignità umana, ma anche, nel frattempo, pretendere che le persone più fragili siano rispettate, tutelate, non ridotte in schiavitù nei campi dove si coltiva quel che mettiamo in tavola, noi italiani veri, non espulse alle frontiere, non picchiate perché omosessuali, non ammazzate perché donne. Si può mettere al centro del dibattito l’emergenza climatica, perché fa un caldo mostruoso, lo sentite tutti no?, e chiedere che le politiche di chi governa facciano cose, anche semplici. Tipo non abbattere gli alberi ma piantarne di nuovi, nelle città, eliminare il cemento e restituire ossigeno verde, non solo invitare gli anziani ad andare nei “rifugi climatici”, sostare il pomeriggio davanti al banco surgelati per esempio, ma pensare più lungo, adottare misure permanenti. E anche, nel frattempo, pretendere che chi studia possa pagarsi una stanza in affitto e dunque impedire che il diritto allo studio torni ad essere un privilegio di classe, perché solo i figli dei ricchi hanno i soldi per andare a studiare se le case costano quello che costano. Case spesso vuote, nelle grandi città. Case in mano a fondi speculativi. Avrete seguito la vicenda di SpinTimeLabs, a Roma: oggi c’è un’assemblea pubblica, alle 18. È un presidio importante, è importante esserci. Lì è un po’ come al supermercato: tutti i diritti sono in bella vista, tutti insieme. Le persone non importa da dove vengono, che lingua parlano, quanti soldi hanno in tasca. Le persone hanno diritti forti e diritti cosiddetti deboli, li hanno nella vita quotidiana — nel corpo — tutti insieme. Devono poter lavorare, avere una casa, curarsi, studiare e non essere discriminate: del resto, c’è scritto nella Costituzione.

Il Papa lo dice meglio e molto. Parla di umanità, continuamente. Quando si riferisce ai popoli in movimento, quando indica i bambini, quando avvisa che le nuove tecnologie ci potrebbero sfuggire di mano. Ci sono già sfuggite di mano. L’investimento in intelligenza artificiale è colossale, sono numeri senza precedenti nella storia. Chi ci mette i soldi lo sappiamo, quello che ci chiediamo meno è perché: certo, per il guadagno immediato ma alla lunga, che poi nemmeno troppo lunga, per il controllo. Il nostro controllo, certo: la merce siamo noi. Si diceva qui degli sbarchi a Ceuta, la settimana scorsa. Il primo ministro spagnolo sotto attacco. Ma vedete, il Pil della Spagna cresce mentre in Italia non direi, dunque ecco: l’economia e le politiche sociali non sono una alternativa all’altra, sono parte di un medesimo progetto. Un progetto che funziona ed è oltretutto di sinistra. Incredibile.

Forse tutto questo è troppo complesso, per il dibattito pubblico italiano. Bisogna parlare chiaro e semplice, sì. Forse il patriarcato mediterraneo di Vannacci è più facile da capire. Però quando vedo una guardia costiera togliersi i calzini per metterli ai piedi di un bambino scalzo un po’ mi sento meglio e questo non mi impedisce di pensare a quanto siano assurdi gli eccessi del politicamente corretto, quanto sia ridicolo e controproducente il formalismo rigido di certe politiche woke, sì certo woke, quanti danni abbiano fatto. Non mi impedisce neanche di pensare che il razzismo, la violenza di genere, le discriminazioni contro le persone in minoranza siano parte del sistema, ed è un sistema da combattere: con la casa, il lavoro, la salute e la scuola, la sicurezza. Però per tutti. Per tutti senza distinzioni. Non è difficile, non è o l’una o l’altra cosa. È tutto insieme. Come la fila al super.

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